{"id":2915,"date":"2022-12-20T16:28:31","date_gmt":"2022-12-20T16:28:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=2915"},"modified":"2022-12-21T06:40:50","modified_gmt":"2022-12-21T06:40:50","slug":"voci-ritrovate-piera-oppezzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2022\/12\/20\/voci-ritrovate-piera-oppezzo\/","title":{"rendered":"Voci ritrovate: Piera Oppezzo"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"2915\" class=\"elementor elementor-2915\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-54d13f4a elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"54d13f4a\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-72d59f54\" data-id=\"72d59f54\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-38e4cbe6 elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"38e4cbe6\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\n<p style=\"text-align: right;\">di Mauro Distefano<\/p>\n\n<p style=\"text-align: right;\"><em>[\u2026] Ascolta il soffio del vento,<\/em><br \/><em>sar\u00e0 per te<\/em><br \/><em>l\u2019abbraccio delle lontananze<\/em> [1].<\/p>\n\n<p>Per parlare di Piera Oppezzo, una delle personalit\u00e0 pi\u00f9 appartate e misteriose del mondo poetico del Novecento italiano, bisogna intraprendere un viaggio che incomincia da quelli che, purtroppo, furono gli ultimi giorni; la Oppezzo \u00e8 ricoverata in un convalescenziario a Miazzina, sul Lago Maggiore, a causa di un incidente domestico e, in quel periodo, va a farle visita un suo vecchio amico, se non il suo \u201camico\u201d, Luciano Martinengo. Quest\u2019ultimo intrattiene con la Oppezzo delle piacevoli conversazioni, ma si rende conto dell\u2019aggravarsi delle condizioni fisiche \u2013 e non solo \u2013 dell\u2019amica: \u00abcompresi quanto Piera fosse sola\u00bb. In quello che inconsapevolmente sar\u00e0 il loro ultimo incontro, la Oppezzo dir\u00e0 al suo amico cinque parole dall\u2019alone testamentale: \u00abmi raccomando le mie cose\u00bb [2]. Queste \u201ccose\u201d per la poetessa sono scatoloni con all\u2019interno fogli di poesie, recensioni, scritti vari mai pubblicati tutti rigorosamente ordinati e pronti, dir\u00e0 con una nota di tristezza lo stesso Martinengo, per la pubblicazione. Un lascito non poi cos\u00ec tanto inusuale per un\u2019anima refrattaria alla teatralit\u00e0 della vita, appartata da sempre e libera nel suo distacco da tutto, fatta eccezione per una cosa: la scrittura. Piera Oppezzo spira il 19 dicembre 2009, sola e dimenticata da tutti, lo stesso anno in cui a Milano ci lasciava un\u2019altra grandissima poetessa quale Alda Merini.<br \/>Proviamo a tirare le fila di una vita che, opere edite a parte, rimane perlopi\u00f9 misteriosa: nasce a Torino il 2 agosto 1934, da una famiglia d\u2019umile estrazione, madre casalinga e padre cameriere. Nulla si sa della sua infanzia, nulla si conosce della sua formazione. Certamente fu una bambina molto curiosa e tenace, sicuramente la pi\u00f9 curiosa del vicinato, ma la vita non le riserb\u00f2 di certo agi sperati: si hanno notizie che sin da giovanissima cresce in un ambiente al limite degli stenti e incomincia a lavorare come <em>sartina<\/em>, ovverosia come staffetta tra una bottega all\u2019altra portando tessuti per una manciata di lire. Dell\u2019infanzia trascorsa nella Torino degli anni del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale abbiamo solo supposizioni; cresce in quella citt\u00e0 che nel secondo dopoguerra sar\u00e0 s\u00ec operaia \u2013 piccolo borghese, ma comunque citt\u00e0 d\u2019arte e deduciamo dai suoi scritti che forse frequenta biblioteche, forse giornali e gallerie d\u2019arte. Una curiosit\u00e0 intrinseca nella persona della Oppezzo che la spinge a inventarsi avendo, dunque, una formazione sicuramente da autodidatta. Prende impiego in Rai come dattilografa con la mansione di scrivere contratti su carta carbone, ed \u00e8 proprio in quella Rai degli esordi con personaggi come Piero Angela, Umberto Eco, che viene notata e pubblicata sulla rivista aziendale appena ventenne [3]. In questi anni viene notata da Guido Davico Bonino [4], negli anni \u201960 curatore della leggendaria \u201cCollezione di poesia\u201d della Einaudi \u2013 conosciuta come la \u201ccollana bianca\u201d \u2013 il quale rimane stregato da questa figura misteriosa, bella, ma non vanitosa, e \u00abschiva, ombrosa e di poche parole, catafratta nella sua algida bellezza\u00bb come dir\u00e0 a Giovanna Rosadini [5]. Davico Bonino propone all\u2019Einaudi, che fremeva nel pubblicare, una giovanissima Oppezzo; nascono pareri contrastanti: Elio Vittorini si rifiuta di pubblicarla, Italo Calvino ne apprezza l\u2019estro puro e l\u2019originalit\u00e0 che la sua poesia porta con s\u00e9, la definisce un po\u2019 \u201cverdina\u201d, un po\u2019 acerba, e propone dunque di rimandare all\u2019anno successivo la pubblicazione come effettivamente avviene. Nel 1966 viene pubblicata la prima raccolta poetica della Oppezzo dal titolo <em>L\u2019uomo qui presente<\/em> ed \u00e8 da considerare un esordio atipico se si pensa che proprio in quell\u2019anno Einaudi pubblic\u00f2 un gigante come Cesare Pavese con <em>Verr\u00e0 la morte e avr\u00e0 i tuoi occhi<\/em>; questa singolare eccezionalit\u00e0 della figura della Oppezzo, di un talento sorgivo e purissimo che da sconosciuta e praticamente da autodidatta conquista una pubblicazione einaudiana, fa capolino alla sua figura sfuggente e quasi eterea che la contraddistinguer\u00e0 per tutta la vita. L\u2019anno successivo alla prima pubblicazione, la Oppezzo invia una lettera alla Einaudi chiedendo, con tono distaccato ma piuttosto fermo e sicuro, che le inviassero il saldo editoriale \u2013 l\u2019equivalente di circa sei stipendi. L\u2019Einaudi, propensa a stringere un sodalizio con la poetessa, risponde inviandole uno scontrino e la dicitura \u00abSaremo lieti di leggere altre sue opere\u00bb. Di certo ne sarebbero stati lieti di poter far spiccare le ali poetiche di una giovanissima autrice, peccato solo che, mantenendo fede a se stessa e al proprio distacco col mondo, la Oppezzo non pubblic\u00f2 pi\u00f9 con Einaudi e proprio in risposta a questo brevissimo e inusuale scambio di battute con una delle pi\u00f9 famose case editrici d\u2019Italia, si trafer\u00ec a Milano abbandonando nel silenzio l\u2019editore. Arrivarono gli anni della lotta politica, dell\u2019emancipazione femminile e soprattutto giunse il \u201968; non prender\u00e0 mai parte a un gruppo politicamente attivo, n\u00e9 si identificher\u00e0 mai con qualcuno di esso. Gli anni delle utopie dell\u2019impegno extraparlamentare di sinistra e di trasformazione sociale lasciarono l\u2019unica traccia, se cos\u00ec si pu\u00f2 definire uno stralcio di aneddoti del decennio 1968-78, nella vita di Piera. In quegli anni mise su insieme a Nicoletta Gasperini, Raffaella Finzi, Ileana Faidutti, il collettivo \u201cPentole e Fornelli\u201d che esordisce a Milano al Parco Lambro per il Festival del Re Nudo, andando in <em>tourn\u00e9e<\/em> in Italia. La seconda pubblicazione avviene proprio in quegli anni con l\u2019editore Geiger, <em>S\u00ec a una reale interruzione<\/em> (1976) e proprio una poesia della raccolta, <em>La grande paura<\/em>, svela l\u2019eccitazione e le speranze legate all\u2019amicizia, al periodo storico e al femminismo:<\/p>\n\n<p><em>La storia della mia persona<\/em><br \/><em>\u00e8 la storia di una grande paura<\/em><br \/><em>di essere me stessa,<\/em><br \/><em>contrapposta alla paura di perdere me stessa,<\/em><br \/><em>contrapposta alla paura della paura.<\/em><br \/><em>Non poteva essere diversamente:<\/em><br \/><em>nell\u2019apprensione si perde la memoria,<\/em><br \/><em>nella sottomissione tutto.<\/em><br \/><em>Non poteva<\/em><br \/><em>la mia infanzia, saccheggiata dalla famiglia,<\/em><br \/><em>consentirmi una maturit\u00e0 stabile, concreta.<\/em><br \/><em>N\u00e9 la mia vita isolata<\/em><br \/><em>consentirmi qualcosa di meno fragile<\/em><br \/><em>di questo dibattermi tra ansie e incertezze.<\/em><br \/><em>All\u2019infanzia sono sopravvissuta,<\/em><br \/><em>all\u2019et\u00e0 adulta sono sopravvissuta.<\/em><br \/><em>Quasi niente rispetto alla vita.<\/em><br \/><em>Sono sopravvissuta, per\u00f2.<\/em><br \/><em>E adesso, tra le rovine del mio essere,<\/em><br \/><em>qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.\u00a0<\/em>[6]<\/p>\n\n<p>Questo testo, come moltissimi altri, risulta paradigmatico dal punto di vista dello scavo psicologico: la sofferenza vista come elemento costitutivo della sua esperienza umana emerge dalle scelte lessicali, e dalle immagini, di cui si compongono i versi. Si nota la presenza di un vocabolo \u201cchiave\u201d della poesia di Piera, ovverosia \u00abpaura\u00bb. Giovanna Rosadini, poetessa e curatrice della raccolta postuma <em>Esercizi d\u2019addio<\/em>, nota come la paura possa essere riconducibile al trauma infantile del secondo conflitto globale e dal periodo di stenti vissuto di conseguenza decifrabile nella poesia Tempi di guerra:<\/p>\n\n<p><em>Quel grigio di giorni d\u2019inverno<\/em><br \/><em>quando, sola sulla strada<\/em><br \/><em>di un paese sconosciuto,<\/em><br \/><em>fissavo le pietre fredde<\/em><br \/><em>subito coperte dai miei passi,<\/em><br \/><em>pensando ai giochi o ad una favola<\/em><br \/><em>per non capire la paura<\/em><br \/><em>che mi batteva sulla nuca<\/em><br \/><em>e credere colpi di tuono<\/em><br \/><em>quei boati fra le valli<\/em><br \/><em>che mi toglievano all\u2019infanzia. <\/em>[7]<\/p>\n\n<p>Questo \u201cmal di vita\u201d ontologico nelle poesie della Oppezzo \u00e8 da ricondurre alla sua infanzia, \u00absaccheggiata\u00bb come ella stessa la definiva, ma anche all\u2019inespressiva vita scaturita dall\u2019illusione del \u201968; molte delle poesie sono delle lastre radiografiche dello stato interiore che arriva a mettere in discussione l\u2019\u201cio\u201d nel quale influisce in maniera pre-ponderata la vita della stessa autrice. La ripetitivit\u00e0, l\u2019immersione nel mondo industriale capitalista che induce l\u2019essere umano all\u2019alienazione viene avvertita dalla Oppezzo come afasia e \u201ccome spreco continuo di s\u00e9\u201d, dunque della vita. Questo malessere sottolineato \u00e8, ad esempio, presente nell\u2019operario del <em>Memoriale<\/em> di Volponi e catalogabile come malessere epocale, un disturbo comune della societ\u00e0 [8]. La costante ricerca di un \u201csistema altro\u201d nel quale riconoscere un proprio senso di appartenenza nella Oppezzo viene trovato, in <em>extrema ratio<\/em>, nella scrittura: l\u2019importanza di quest\u2019ultima, con la sua dimensione e il suo semplice atto giornaliero, consistono nell\u2019unica azione possibile per vivere \u00abLa mattina mi alzo, faccio il caff\u00e8, accendo una sigaretta, mi siedo e penso: se riesco a tirare fuori un rigo la mia giornata \u00e8 fatta\u00bb. Il confronto tra la vita meccanicamente reiterata che tanto la Oppezzo detestava, e riteneva inconcepibile l\u2019idea di lavoro alienante per la sola sussistenza, e quel continuo rimando a una pace antitetica nella sua persona, in-cline a una tensione sempre presente, amalgamata alla paura e alla malinconia, fa sorge-re dalla poesia altri vocaboli che sembrano urlare una richiesta disperata di pace come nella poesia <em>Indicazione<\/em>:<\/p>\n\n<p><em>Perfetto<\/em><br \/><em>agire secondo se stessi<\/em><br \/><em>e nel vuoto<\/em><br \/><em>con pace calma tranquillit\u00e0<\/em><br \/><em>disporre le proprie reazioni<\/em><br \/><em>alla maggiore angoscia<\/em><br \/><em>l\u2019angoscia principale<\/em><br \/><em>di dimensioni cos\u00ec variabili.<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>Riposante<\/em><br \/><em>addirittura molto dolce<\/em><br \/><em>la giornata<\/em> [9];<\/p>\n\n<p>nella quale il focus si sposta sui termini \u00abpace\u00bb, \u00abcalma\u00bb, \u00abtranquillit\u00e0\u00bb e \u00abdolce\u00bb, ma an-che agli speculari \u00abangoscia\u00bb, accompagnata da attributi che ne enfatizzano la portata, e \u00abvuoto\u00bb.<br \/>I primi componimenti oppezziani presentano uno stile unico e anticipano inconsapevolmente la tendenza peculiare della poesia di fine secolo e inizi anni Zero [10], la fiducia dello strumento del linguaggio che sin dagli esordi ha mosso i critici a parlare di neoavanguardie e sperimentalismo, passa dalla descrizione delle giornate con sfondo bucolico aventi come tema quell\u2019angoscia onnipresente, per poi passare nelle poesie pi\u00f9 mature e degli ultimi periodi, a una quasi rarefazione della punteggiatura, omissione quasi totale dei termini interpuntivi procedendo per pura elencazione, segno di quell\u2019alienazione poetica dal mondo circostante che ne fa trasparire tutto il malessere. Nonostante la solitudine, la pena e la malinconia punteggino l\u2019intera lirica fin qui esplorata della Oppezzo, sono presenti anche sentimenti diversi, seppur mestamente miscelati, di amore e scoperta: affiora una percezione dell\u2019amore nelle sue forme pi\u00f9 pure, coniugando quest\u2019ultimo all\u2019illusione \u2013 e alla tristezza \u2013 tipiche di tale sentimento. Possiamo riscontrare quanto detto nelle poesie Sera e Amore, titoli semplici seppur emblematici:<\/p>\n\n<p><em>Sento come tutto muta<\/em><br \/><em>e ancora si converte<\/em><br \/><em>in altra luce,<\/em><br \/><em>nel traguardo della sera.<\/em><br \/><em>Davanti a questa pace<\/em><br \/><em>che non ha ragione<\/em><br \/><em>a lungo il cuore<\/em><br \/><em>resta incerto nella pena<\/em><br \/><em>e quasi ha in s\u00e9 il timore<\/em><br \/><em>del riposo e della fede.<\/em><br \/><em>Ma \u00e8 sera, veloce sempre<\/em><br \/><em>cresce l\u2019ora e mi convince<\/em><br \/><em>del murmure ritorno<\/em><br \/><em>d\u2019un ritmo di parole;<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>Ti amo, per le infinite<\/em><br \/><em>strade del mondo,<\/em><br \/><em>per i giorni di pioggia<\/em><br \/><em>e l\u2019accendersi lento del sole;<\/em><br \/><em>tutte cose che vedo ricordandoti.<\/em><br \/><em>Ma, soprattutto, ti amo<\/em><br \/><em>per la tua consapevole vita<\/em> [11].<\/p>\n\n<p>Come gi\u00e0 accennato, la vita di Piera Oppezzo va decifrata scostando le pagine semi-vuote del suo passato; negli anni \u201970 si ciment\u00f2 anche con la prosa \u2013 fatto decisamente unico tanto da emularlo nuovamente soltanto una seconda volta con il romanzo <em>A note legate<\/em> del 1991 \u2013 scrivendo il romanzo <em>Minuto per minuto<\/em> (1978) edito per La Tartaruga, tradotto anche in tedesco e che vinse il premio Mondello come opera prima narrativa nel 1979. Tra fasi editoriali alterne di circa un decennio, Piera ritorna a pubblicare negli anni \u201980 prima con delle traduzioni de <em>Il profeta<\/em> di Kahlil Gibran e <em>Pel di carota<\/em> (<em>Poil de carotte<\/em>) di Jules Renard entrambi del 1985 [12], poi con la raccolta poetica <em>Le strade di Melanctha<\/em> (1987). Quest\u2019ultimo testo prende il titolo dal nome di un personaggio del libro <em>Three Lives &#8211; The Stories of the Good Anna, Melanctha and the Gentle Lena<\/em> di Gertrude Stein del 1909; Piera si rivede nel personaggio di Melanctha, giovane donna di colore, anche se \u00abdi sangue misto\u00bb, malinconica come l\u2019etimologia del nome, vagabonda e dal carattere enigmatico e contraddittorio. Ecco come parla di s\u00e9, senza parlare di s\u00e9:<\/p>\n\n<p><em>Ma dove vai<\/em><br \/><em>l\u2019interroga qualcuno<\/em><br \/><em>tollerante la voce ordinata<\/em><br \/><em>distraendola da se stessa lei<\/em><br \/><em>riconoscendo un po\u2019 tutte le presenze<\/em><br \/><em>dolcemente<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>con tono pacato<\/em><br \/><em>cos\u00ec come le viene la voce<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>vado da qualche parte sussurra<\/em><br \/><em>come Melanctha sono io<\/em><br \/><em>ho sempre avuto un forte bisogno d\u2019andare<\/em><br \/><em>Melanctha decisa eccitata con<\/em><br \/><em>nella testa un<\/em><br \/><em>continuo battito d\u2019ali<\/em><br \/><em>vagabondare<\/em><br \/><em>rientrando la sera<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>si pu\u00f2 vagabondare sempre<\/em><br \/><em>anche chiudendo la porta di casa<\/em><br \/><em>non \u00e8 vero che non c\u2019\u00e8 nessuno<\/em><br \/><em>ci sono io ho capito<\/em><br \/><em>mi state inseguendo<\/em><br \/><em>dice a qualcun altro che insiste per sapere.\u00a0<\/em>[13]<\/p>\n\n<p>L\u2019estro e il talento di Piera Oppezzo sono riscontrabili anche nella creazione di un personaggio chiamato \u201cVivente\u201d; personaggio atipico e assolutamente rivoluzionario per il panorama poetico italiano di quegli anni. Vivente \u00e8 privo di sesso, di articolo e nelle poesie appare come elemento indeclinabile. Protagonista di alcune poesie dell\u2019ultima raccolta pubblicata in vita, <em>Andare qui<\/em> (2003), come <em>Vivente; Vivente raccoglie con le orecchie; Vivente allo specchio<\/em> solo per citarne alcune, e di componimenti vari pubblicati postumi, in esso la Oppezzo riversa tutte le sue esperienze, da quelle semplici e quotidiane reite-rate nel tempo, a quelle pi\u00f9 avventurose non alludendo mai a un possibile genere da at-tribuire ad esso:<\/p>\n\n<p><em>Vivente vorrebbe prepararsi. A che cosa.<\/em><br \/><em>Oh. La beffa sar\u00e0 imponente.<\/em><br \/><em>Averci pensato prima. Dir\u00e0 al momento.<\/em><br \/><em>Quando il momento sar\u00e0 un adesso.<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>Finire. Vivente prova a recitarsi.<\/em><br \/><em>Ma succede che su quel palco troppo esteso<\/em><br \/><em>le parole subito si tagliano in dettagli.<\/em><br \/><em>Imbrogli. Facile perdersi di vista.<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>Si va verso la conclusione risaputa<\/em><br \/><em>senza sapersi. Questa la beffa.<\/em><br \/><em>Riparti. Preparati. Vivente si incoraggia<\/em><br \/><em>annaspando. I toni ancora sempre discordi.<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>Intanto la luce indica che il giorno comincia.<\/em><br \/><em>Si pu\u00f2 finire davanti a tanto inizio?<\/em><br \/><em>La domanda si dilunga. Insegue. Cos\u00ec accecante.<\/em><br \/><em>Vivente le sorride. Si arrende.\u00a0<\/em>[14]<\/p>\n\n<p>Dell\u2019erma bifronte che fu la vita di Piera Oppezzo possiamo trarre due filoni: la vita, con il suo malessere ontologico che pu\u00f2 essere ricondotto alla depressione sociale \u2013 in Piera prevalentemente interiore \u2013 del post-illusionismo \u201csessantottino\u201d, ma sarebbe semplicistico e banalizzerebbe la sua stessa vita ricondurlo esclusivamente a questi avvenimenti; e la scrittura, dunque la poesia. La distanza dalla societ\u00e0, dalla vita degli altri fino al restringimento di sole quattro mura, prima nella storica abitazione occupata di Milano in Via Morigi 8, poi, negli ultimi due anni, in una casa \u201cprotetta\u201d del Comune di Milano in corso Lodi, avendo in sottofondo Carmelo Bene e la musica di John Cage, scrivendo con dovizia e rigore per quella unicit\u00e0 che ha rappresentato la poesia nella sua vita. Non catalogabile con una o pi\u00f9 correnti, nelle sue opere si avvertono gli echi di Giovanni Pascoli, Emily Dickinson, Leopardi ma anche di Sandro Penna, i quali si intuisce, nuovamente, abbia letto e studiato. La scrittura risulta la linfa che la sostiene:<\/p>\n\n<p>\u00ab[\u2026] non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia pu\u00f2 avere un centro diverso nei diversi periodi, \u00e8 comunque un centro che alimento e definisco \u2013 tolgo all\u2019indistinto \u2013 scrivendo. E cos\u00ec posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico \u00e8 un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali\u2026 Scrivo per decisione di scrivere\u2026 \u00c8 darmi questo compito che \u00e8 stata un\u2019ispirazione. [\u2026] Prima ho detto decisione di scrivere quando invece \u00e8 pi\u00f9 vero dire che nell\u2019andamento quotidiano io ritengo di dover infilare questo atto o anche solo il pensiero questo atto come uno dei tanti o pochi che ritengo di dover compiere\u00bb [15].<\/p>\n\n<p>Nella lirica si individuano strutturalmente i temi portanti della malinconia e di come condizioni la vita; una sofferenza che muove dal profondo umano che, nei nuclei primigeni della poesia, viene scandita temporalmente dalla ciclicit\u00e0 delle stagioni. Tali elementi nel decennio che va dagli anni Sessanta ai Settanta tendono a rarefarsi lasciando spazio alla quotidianit\u00e0 alienante che contrae e soffoca. Un \u201cio\u201d poetico presente e che chiama in causa un altro, un \u201ctu\u201d \u2013 come nella poesia <em>Anche tu<\/em> -; una partizione binaria che ben presto, avanzando nella produzione, si evolve in un \u201cnoi\u201d, un <em>pluralis maiestatis<\/em> che catalizza la societ\u00e0, o meglio ancora, l\u2019umanit\u00e0 soggetta al logorio psicologico comune. Stilisticamente e prosodicamente la Oppezzo pu\u00f2 collocarsi nel piano del <em>versoliberismo<\/em> con sfumature che si avvicinano allo sperimentalismo. Il passaggio da un linguaggio ricco di termini desueti, almeno nei nuclei primitivi della sua poesia, a un linguaggio nel quale la prosa si fa poesia amalgamandosi in una scrittura elencativa quasi nevrotica tanto da avvicinarsi alle neoavanguardie facendo perdere alla punteggiatura la forma del metro. Firma stilistica tipica della Oppezzo \u00e8 l\u2019assenza poetica, la frammentariet\u00e0 e il silenzio dal quale il lettore viene richiamato a un\u2019attenta lettura e, se necessario, una rilettura proprio a causa della mancanza di appigli consolidanti [16]. Giovanni Raboni dir\u00e0 di lei \u00ab[\u2026] la Oppezzo fa di tutto per metterci sulle tracce di una poesia disadorna e come afona, priva di dimensioni e di colori, una poesia il cui partito preso \u00e8 quello dell&#8217;indifferenza espressiva, dell&#8217;appiattimento della parola al suo elementare, irriducibile nucleo gnomico\u00bb [17]. Una poetica assertiva che nasce da uno straripante e fine talento; sorgivo e malinconico, nostalgico e cupo ma capace di descrivere gli aspetti pi\u00f9 intimi di un animo innamorato.<br \/>Cosa ci rimane, dunque, di Piera Oppezzo? La sua eredit\u00e0 pi\u00f9 grande, la sua poesia, le \u201csue cose\u201d che confermano quanto la sua vita devota alla scrittura sia stata la dichiarazione d\u2019amore pi\u00f9 alta che si possa fare alla poesia. \u00abIl rispetto impone di lasciar parlare la sua voce, anche dove \u00e8 imprecisa e frammentata. Ciascuno ne completer\u00e0 gli echi con il proprio ascolto\u00bb [18].<br \/>Come ultima poesia, Piera scrisse Il mondo c\u2019\u00e8 quello che adesso sembra un epitaffio alla sua persona:<\/p>\n\n<p><em>Che cerimonia<\/em><br \/><em>l\u2019avvio della giornata.<\/em><br \/><em>Quell\u2019annuncio che il mondo c\u2019\u00e8<\/em><br \/><em>non smette di abbagliare.<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n<p><em>Ci viaggi dentro<\/em><br \/><em>oggi come ieri come domani.<\/em><br \/><em>C\u2019\u00e8. C\u2019\u00e8. C\u2019\u00e8. Non puoi<\/em><br \/><em>non puoi che sbalordire.<\/em> [19]<\/p>\n\n<p>[In foto Piera Oppezzo dal film di L. Martinengo]<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>A colei che di pi\u00f9 sacro ho avuto in vita: mia madre<\/em><\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>[1] P. Oppezzo, <em>Esercizi d\u2019addio. Poesie inedite 1952-1965<\/em>, Luciano Martinengo (a cura di), Interno Poesia, Editore, Latiano 2021, p. 18.<\/p>\n\n<p>[2] Le notizie biografiche e strettamente personali che riguardano Piera Oppezzo, ad oggi, sono perlopi\u00f9 reperibili da fonti digitali quali presentazioni di libri postumi, interviste e un film documentario del 2018 di Luciano Martinengo nel quale raccoglie le interviste di coloro i quali hanno conosciuto la Oppezzo. Per il documentario si veda <a href=\"https:\/\/vimeo.com\/253776039\">https:\/\/vimeo.com\/253776039<\/a>; per le presentazioni dell\u2019ultima opera postuma si vedano <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=PbMq3FRkL1s\">https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=PbMq3FRkL1s<\/a> e <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=fORWCZowa1k&amp;t=1897s\">https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=fORWCZowa1k&amp;t=1897s<\/a>. Per quanto concerne una bibliografia cartacea si segnalano i testi raccolti nella sezione bio-bibliografia di Piera Oppezzo del volume <em>Esercizi d\u2019addio <\/em>(vedi <em>supra<\/em> nota 1): B. Frabotta, <em>Donne in poesia<\/em>, Savelli, Roma 1976; M. P. Quintavalla, <em>Donne in poesia, <\/em>Centro Azione Milano Donne \u2013 Comune di Milano 1988; L. Trubowitz, C. Sartini Blum, <em>Contemporary Italian women poets, <\/em>Italica Press, New York, 2001; A. Spatola, P. Vangelisti, <em>Italian poetry 1960-1980<\/em>, Invisible City, San Francisco 1982; M. G. Maioli Loperfido ,<em>Versi d\u2019amore<\/em>, Corbo e Fiore, Venezia 1982; A. Beverly, K. Muriel, and J. K. Jane,<em>The defiant muse, Italian feminist poems from the Middle Ages to the present<\/em>, The Feminist Press, New York 1986; AA.VV., <em>Racconta, <\/em>a cura di Rosaria Guacci, Bruna Miorelli, La Tartaruga, Milano 1989; A. Caesar, M. Caesar,<em>The quality of light: modern italian short stories,<\/em> Serpent\u2019s Tail, New York, London 1993; A. Doria, <em>Poesia contro guerra, <\/em>Edizioni Punto Rosso, Milano 1996; M. T. Cucino, <em>Voci di questi anni<\/em>, Marocchino Blu, Maniago 2003; L. Martinengo, <em>Una lucida disperazione<\/em>, Interlinea, Novara 2016.<\/p>\n\n<p>[3] Il suo talento sorgivo e precoce viene notato proprio in quegli anni. Precedentemente viene pubblicata su alcune riviste letterarie importanti come <em>La fiera letteraria<\/em> destando su di s\u00e9 attenzioni, ma soprattutto interesse.<\/p>\n\n<p>[4] Guido Davico Bonino (1938) \u00e8 un famoso critico letterario ed ex conduttore televisivo e radiofonico. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi dal 1961 al 1978, dopo essere stato chiamato all&#8217;ufficio stampa da Italo Calvino alla sola et\u00e0 di 23 anni.<\/p>\n\n<p>[5] L. Martinengo, <em>Esercizi d\u2019addio<\/em>, cit., p. 6.<\/p>\n\n<p>[6] L. Martinengo,<em> Una lucida disperazione<\/em>, p. 91.<\/p>\n\n<p>[7] L. Martinengo, <em>Esercizi d\u2019addio<\/em>, p. 23; per il confronto con l\u2019analisi della Rosadini cfr. ivi, pp. 5-9.<\/p>\n\n<p>[8] Cfr. S. Triulzi, <em>Una ferma Utopia. La parabola di una generazione nella poesia di Piera Oppezzo<\/em>, in \u00abDiacritica\u00bb, IV, 24-24 dicembre 2018, pp. 58-72.<\/p>\n\n<p>[9] L. Martinengo, <em>Una lucida disperazione<\/em>, p. 53.<\/p>\n\n<p>[10] E. Testa, <em>Dopo la lirica<\/em>, Einaudi, Torino 2005.<\/p>\n\n<p>[11] L. Martinengo, <em>Esercizi d\u2019addio<\/em>, pp. 34 e 55.<\/p>\n\n<p>[12] Doveroso segnalare un\u2019altra traduzione, seppur postuma, di Piera Oppezzo <em>Gis\u00e8le Freund. Il mondo e il mio obiettivo<\/em>, Abscondita Carte d\u2019artisti, Milano 2011.<\/p>\n\n<p>[13] L. Martinengo, <em>Una lucida disperazione<\/em>, pp. 10-11; la particolare predisposizione della punteggiatura \u00e8 del testo.<\/p>\n\n<p>[14] Ivi, p. 172.<\/p>\n\n<p>[15] P. Redaelli, <em>La parola tra due silenzi<\/em>, in \u00abLapis\u00bb, n. 4, giugno 1989, cit., pp.11-14.<\/p>\n\n<p>[16] Si rimanda a una specialista della poesia oppezziana, Gaia Carnevale, cfr. L. Martinengo, <em>Esercizi d\u2019addio<\/em>, pp. 109-112.<\/p>\n\n<p>[17] B. Frabotta, <em>Donne in poesia<\/em>, cit., p. 116.<\/p>\n\n<p>[18] L. Martinengo, <em>Una lucida disperazione<\/em>, cit., p. 11.<\/p>\n\n<p>[19] Ivi, p. 196.<\/p>\n\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Mauro Distefano [\u2026] Ascolta il soffio del vento,sar\u00e0 per tel\u2019abbraccio delle lontananze [1]. 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