{"id":3463,"date":"2023-06-09T11:33:10","date_gmt":"2023-06-09T11:33:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=3463"},"modified":"2023-06-09T11:35:13","modified_gmt":"2023-06-09T11:35:13","slug":"la-scrittura-dellappartenenza-su-passavamo-sulla-terra-leggeri-di-s-atzeni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2023\/06\/09\/la-scrittura-dellappartenenza-su-passavamo-sulla-terra-leggeri-di-s-atzeni\/","title":{"rendered":"La scrittura dell&#8217;appartenenza. Su \u00abPassavamo sulla terra leggeri\u00bb di S. Atzeni"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"3463\" class=\"elementor elementor-3463\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-213397db elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"213397db\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-18e39c50\" data-id=\"18e39c50\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-56349e13 elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"56349e13\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\n<p style=\"text-align: right;\">di Nicoletta Celeste<\/p>\n\n<p style=\"text-align: right;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il pi\u00f9 futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini.<\/em><a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a><\/p>\n\n<p>Sergio Atzeni non \u00e8 autore universalmente noto, malgrado possa essere riconosciuto come uno degli scrittori di maggior rilievo della letteratura sarda contemporanea. Della sua terra, infatti, Atzeni ha fatto primariamente un ambizioso progetto letterario: raccontare la sua storia millenaria, le sue vicende culturali, religiose e sociali gi\u00e0 a partire dall\u2019<em>Apologo del giudice bandito <\/em>del 1968 fino a <em>Passavamo sulla terra leggeri<\/em>, a cui la successiva scomparsa dell\u2019autore conferisce il valore di libro-testamento. Di seguito, vorrei concentrare l\u2019attenzione proprio su quest\u2019ultimo testo, pubblicato postumo da Mondadori nel 1996, nel quale Atzeni illustra le origini del popolo dei S\u2019ard (i \u00abdanzatori delle stelle\u00bb secondo il significato fantastico immaginato dall\u2019autore) attraverso un intreccio narrativo in cui storia, epica, mito e leggenda si fondono insieme per creare un\u2019armonica e polifonica <em>chanson de geste<\/em>. Una <em>chanson<\/em> di antiche memorie, dunque, nella quale Atzeni racconta e inventa personaggi immaginari che si muovono, si perdono, si immergono all\u2019interno del loro paesaggio naturale. I S\u2019ard <em>sono<\/em> proprio questo paesaggio. La loro identit\u00e0 \u00e8 infatti connaturata alle rocce con le quali hanno costruito i nuraghi, alle stelle dalle quali hanno calcolato spazi e distanze, alle montagne in cui hanno trovato rifugio e protezione dai nemici, al mare che ha fecondato la terra. Una <em>chanson<\/em> che nella sua ecletticit\u00e0 ed eccentricit\u00e0 stilistica sfugge a qualsiasi forma di <em>reductio<\/em> a un modello narrativo predefinito. Atzeni \u00e8 sapiente miscelatore di generi ed esperienze letterarie disparate, offrendo quadri intrisi di una straordinaria vivacit\u00e0 alla quale il lettore si abbandona completamente, immerso nel flusso caleidoscopico di colori, sapori, suoni, canti. Immerso nell\u2019inconfondibile <em>sacralit\u00e0<\/em> di questa terra.<\/p>\n\n<p>1. <em>I danzatori delle stelle<\/em><\/p>\n\n<p>Quello di Atzeni \u00e8, senza dubbio, tra le tante cose, anche un romanzo sul tempo. Sul tempo del racconto scandito dall\u2019atemporalit\u00e0 sacra delle parole, delle righe, delle pagine, della memoria che travalica i rigidi steccati cronologici del tempo della storia. E tuttavia, proprio nelle prime pagine del romanzo, il tempo del racconto viene puntigliosamente e ironicamente registrato: \u00e8 il 12 agosto 1960 quando il protagonista ascolta la storia di Antonio Setzu, anziano allevatore di cavalli che, in veste di \u201ccustode del tempo\u201d, affida a un anonimo bambino il compito di custodire e trasmettere le antiche memorie del popolo sardo, attraverso un lungo e solenne racconto orale. Il bambino, che si riveler\u00e0 subito essere il narratore-scrittore (riflesso autentico dello stesso Atzeni), una volta cresciuto, diventer\u00e0 anch\u2019egli \u201ccustode del tempo\u201d, purch\u00e9 rimanga fedele alle leggi dei suoi antichi padri. A questa storia il nuovo custode potr\u00e0 aggiungere spiegazioni nuove e avvenimenti pi\u00f9 recenti, rispettando sempre la chiarezza e la concisione dello stile. Ma pi\u00f9 che una storia quella di Setzu \u00e8 un vero e proprio <em>itinerario esistenziale e fondativo<\/em> alla scoperta della remota identit\u00e0 del popolo sardo. Anche per questo, nel racconto, all\u2019<em>io <\/em>dello scrittore si alterna il <em>noi<\/em> del narratore che \u00e8 espressione del senso collettivo della comunit\u00e0 dei S\u2019ard. \u00c8, infatti, l\u2019intero popolo a parlare e a raccontarsi attraverso le nobili parole di Antonio Setzu poste a <em>incipit<\/em> del romanzo:<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Chiamavamo noi stessi s\u2019ard, che nell\u2019antica lingua significa danzatori delle stelle. Usir di Mo disse: \u00abIl disegno del creatore \u00e8 imperscrutabile, spesso la morte giunge inattesa e invincibile ma altrettanto spesso un pugnale di pietra levigata saputo usare al momento giusto salva la vita di un uomo\u00bb. Non lasciavamo altre tracce che i nuraghe, le navi di bronzo di Urel di Mu e i piccoli uomini cornuti, guardiani dell\u2019isola, che molti fecero imitando Mir. Nessuno sapeva leggere e scrivere. Passavamo sulla terra leggeri come acqua.<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a><\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Cantavamo, danzavamo, morivamo, passavamo. Cos\u00ec prevale nel racconto di Atzeni l\u2019utilizzo di un tempo narrativo coniugato all\u2019imperfetto per sottolineare la continuit\u00e0 e la ricorsivit\u00e0 degli enti, degli eventi e dei processi che si susseguono vorticosamente nei secoli, nel tentativo di sottrarli al vortice del divenire. Atzeni vuole enfatizzare proprio quella <em>durata<\/em>, quella <em>continuit\u00e0 <\/em>del tempo trascorso in cui il passato degli antichi padri fa un tutt\u2019uno con il futuro delle nuove generazioni e viceversa. Non esistono, infatti, distanze e scansioni storiografiche e cronologiche nel tempo della memoria degli avi. Atzeni d\u00e0 vita a un particolare intreccio del tempo in cui il presente \u00e8 quasi poco ravvisabile e il passato diventa costantemente nel racconto una <em>contemporaneit\u00e0-non-contemporanea<\/em>. Il passato degli antichi avi, nel racconto di Atzeni, ha gi\u00e0 un futuro, <em>\u00e8<\/em> gi\u00e0 futuro. E se \u00e8 vero che, lungo il corso dei secoli, gli uomini <em>passavano<\/em>, essi comunque erano felici. E lo erano soprattutto alle origini proprio perch\u00e9 la loro vita era semplice e leggera, radicata nel ritmo cosmico del sole, delle stelle, dell\u2019acqua. Radicata nella natura, nei battiti profondi e inarrestabili dei suoi cicli e dei suoi mutamenti. Cos\u00ec Setzu descrive in cosa consiste questa eterea condizione di felicit\u00e0:<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Passavamo sulla terra leggeri come acqua [&#8230;], come acqua che scorre, salta, gi\u00f9 dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.<a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a><\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Ai bambini dei villaggi viene mostrata la vita, la <em>vrai vie<\/em>, quella che oltre ogni freneticit\u00e0 avviene \u00absui monti, nei campi, negli ovili\u00bb<a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>. La vita della natura fatta di cicli, di mutamenti, di passaggi lenti. Ed \u00e8 proprio entro queste indicazioni che i S\u2019ard vivono e interpretano il tempo seguendo un suggestivo calendario lunare che segna i ritmi della natura: il \u201cmese della neve\u201d, il \u201cmese del vento che piega le querce\u201d o il \u201cmese delle mandorle aspre\u201d. \u00c8 il tempo della terra, del mare e del cielo: il <em>tempo del cosmo<\/em> come stabile permanenza o come eterno ritorno.<\/p>\n\n<p>In questo ordine \u00e8 radicata l\u2019epopea degli antenati. Miti e racconti leggendari sono profondamente intrecciati al paesaggio aspro, selvaggio e tormentato della Sardegna, alle sue rocce granitiche, alle fonti di acqua zampillante. Qui i S\u2019ard costruiscono ventuno villaggi dove imparano a coltivare la terra, a raccogliere i frutti e le erbe, a catturare e mungere pecore e capre. E se nei periodi di pace i villaggi prosperano, \u00e8 sempre dal mare che arrivano gli stranieri e i potenziali nemici con cui i S\u2019ard si incontrano, si mescolano, scendono a compromessi. Segno che per Atzeni non esiste mai un\u2019identit\u00e0 pura e omogenea, sia essa individuale o collettiva. L\u2019identit\u00e0 di un popolo \u00e8 sempre il risultato di una <em>stratificazione carsica<\/em> di culture ed etnie differenti. L\u2019identit\u00e0 \u00e8 sempre inclusiva, molteplice, meticcia, fondata sulla relazione con il diverso.<\/p>\n\n<p>Come sostiene Zygmunt Bauman, l\u2019identit\u00e0 \u00e8 sempre un <em>compito<\/em> e mai un <em>traguardo<\/em>, qualcosa che \u00abva inventato piuttosto che scoperto [&#8230;], un obiettivo, qualcosa per cui \u00e8 necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora\u00bb<a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a>. Un\u2019identit\u00e0 quella sarda che non \u00e8 solo geografica, politica, ma anche etica e religiosa. Ogni villaggio pensa e vive, infatti, come una buona famiglia, dividendo il lavoro e i frutti della terra a seconda dei bisogni di ciascuno. Una vita idilliaca, semplice, interrotta e corrotta (in parte) dall\u2019arrivo dei fenici. Antonio Setzu racconta che:<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>I fenici sbarcarono a Ch\u2019ia [&#8230;]. Chiedevano di potere costruire un porto per comprare e per vendere. Comprare formaggi, sale, carne salata di cervo e di pecora. Vendere gioielli, stoffe e spezie [&#8230;]. I fenici avevano d\u00e8i di forma umana dotati di strani desideri, come mangiare i neonati, e strani poteri, come trasformarsi in animali per copulare con gli uomini [&#8230;]. Forse costruivano il villaggio per incontrarsi di notte nei passaggi, sfiorarsi con curiosit\u00e0 o timore, toccarsi senza ritegno e copulare al buio non sapendo neppure chi fosse l\u2019inviato dal destino. Non cercavano il buio per nascondersi ma per incontrare con la carne l\u2019ignoto.<a href=\"#_ftn6\">[6]<\/a><\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Ben presto i fenici dimenticheranno anche gli d\u00e8i, pensando esclusivamente alle ricchezze, al lusso, al piacere. Sulle rovine dell\u2019antico villaggio di Lo, essi fonderanno la loro prima citt\u00e0, Karale, la futura Cagli\u00e8-Cagliari, archetipo della vita corrotta e depravata. I fenici, dunque, non muovono guerra ai S\u2019ard, ma cercano di corrompere la purezza della loro vita e delle loro radici, importando commerci, denaro, potere. Nonostante la parte pi\u00f9 anziana e conservatrice della popolazione rifiuti ogni contatto con loro, i fenici trovano comunque accoglienza. D\u2019altronde, come dice il narratore con profonda e lucida consapevolezza: \u00abNon potevamo fermare il ciclo dell\u2019uomo, nessuno pu\u00f2 fermarlo. Dovevamo incontrare gli altri uomini, per crescere. <em>L\u2019incontro ha un costo, pagarlo \u00e8 inevitabile<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn7\">[7]<\/a>.<\/p>\n\n<p>2. <em>Tra Storia e microstoria<\/em><\/p>\n\n<p>L\u2019incontro-scontro pi\u00f9 problematico, nella storia dei S\u2019ard, \u00e8 senza dubbio quello con i romani. A precederli \u00e8, infatti, una fama di assassini spietati, di uomini-lupi il cui primario interesse non \u00e8 quello di commerciare, ma di occupare, depredare e conquistare la terra. Essi sono come \u00aberba maligna che riempie tutto il pascolo uccidendo l\u2019erba buona e se tenti di strapparla ti avvelena\u00bb<a href=\"#_ftn8\">[8]<\/a>. La paura \u00e8 talmente grande che i sardi scelgono di non affrontare apertamente il nemico, ma di rifugiarsi e difendersi nell\u2019entroterra dell\u2019isola, sulle montagne e nelle zone interne delle grandi foreste. La Storia dell\u2019invasione romana e della difesa dei sardi si oppone, nel romanzo, alla microstoria di Amsicora, guerrigliero rivoluzionario che incalza le genti dei villaggi alla resistenza armata contro il nemico invasore. Ma la sua decisione, come saggiamente avevano previsto i giudici e quanti si erano gi\u00e0 rifugiati, coster\u00e0 cara:<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Amsicora port\u00f2 dieci genti nella piana. I romani erano appostati sugli altopiani, cento e cento uomini e cavalli. Scesero alle spalle di Amsicora. Altri romani uscirono da Karale e andarono incontro ai rivoltosi. Molti romani erano sbarcati da molte navi [&#8230;]. Amsicora circondato si arrese senza opporre resistenza. Mille sardi furono fatti schiavi. Urur comment\u00f2: \u00abNovecentonovanta balentes in meno per difendere la montagna\u00bb<a href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>.<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Quello di Amsicora \u00e8 uno dei tanti esempi di microstoria presenti nel romanzo di Atzeni, nella quale l\u2019autore sembra espressamente compiere un\u2019operazione di declassamento e di demitizzazione dell\u2019eroe. <em>Nessuno si salva da solo<\/em>, come individuo isolato, ma sempre attraverso quella complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunit\u00e0 umana. Atzeni \u00e8 consapevole del fatto che non c\u2019\u00e8 mai identit\u00e0 piena senza l\u2019appartenenza a un popolo e che la Storia \u00e8 costituita dalle infinite microstorie umane inanellate tra di loro. E si tratta, su un piano pi\u00f9 strettamente formale, di un percorso di vera e propria \u201cinversione\u201d rispetto al modello epico omerico nel quale, dopo aver concentrato l\u2019attenzione del lettore sul clamoroso successo dell\u2019impresa collettiva di Troia, si passa, nell\u2019Odissea, al tema microstorico del viaggio del singolo individuo. In Omero, un personaggio di spicco della collettivit\u00e0 diventa l\u2019eroe del racconto, il tema dell\u2019azione viene completamente modificato (dall\u2019impresa guerresca all\u2019avventura), cos\u00ec come si modifica anche:<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>l\u2019atteggiamento narrativo, con un\u2019improvvisa e quasi completa focalizzazione sul solo eroe \u2013 e, secondariamente, nella Telemachia, sul figlio \u2013 che rompe completamente con l\u2019olimpica oggettivit\u00e0 [&#8230;] del mondo epico. Si tratta, quindi, di un cambiamento di genere, perch\u00e9 Omero percorre cos\u00ec pi\u00f9 della met\u00e0 del cammino che separa l\u2019epopea dal romanzo: passaggio dal tema guerresco al tema dell\u2019avventura individuale, riduzione della molteplicit\u00e0 dei personaggi a un eroe centrale su cui viene prevalentemente focalizzato il racconto.<a href=\"#_ftn10\">[10]<\/a><\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Atzeni offre, cos\u00ec, ai lettori l\u2019immagine di una comunit\u00e0 che \u00e8 stata in grado di resistere ai germi di disfacimento politico e morale e alla potenziale dissipazione della propria identit\u00e0. La disposizione narrativa, dal tono epicizzante e mitopoietico, \u00e8 alla base, nel romanzo, del recupero di una Sardegna che difende la purezza delle sue origini di fronte all\u2019incipienza di una civilt\u00e0 contemporanea totalmente votata al benessere, al consumo, all\u2019individualismo pi\u00f9 sfrenato. Possiamo, dunque, ben dire che i romanzi di Atzeni si collocano proprio agli antipodi della scrittura letteraria postmoderna: l\u2019autore non descrive mai un contesto territoriale e sociale che gradualmente si \u00e8 globalizzato, ma attraverso la rivendicazione della \u201csardit\u00e0\u201d del suo popolo, vuole produrre un senso di discontinuit\u00e0 rispetto al tentativo di omologazione politico-culturale del nostro secolo. Ci\u00f2 che conta davvero \u00e8 porre in rilievo la diversit\u00e0 della Sardegna, l\u2019originalit\u00e0 esistenziale dei suoi personaggi umani e delle sue microstorie. Quella di Atzeni \u00e8 allora autentica <em>scrittura dell\u2019appartenenza <\/em>perch\u00e9 della sua terra e della sua gente ne scandaglia gli abissi profondi dell\u2019anima, perch\u00e9 compie un \u201cmovimento a ritroso\u201d verso un passato antico che illumina il presente e ne preannuncia il futuro. In quanto tale, la Storia non \u00e8 mai, infatti, qualcosa che pu\u00f2 appartenere a tutti in modo unico e univoco. La Storia nasce dalla <em>ricostruzione microstorica<\/em> di un insieme di personaggi, di eventi, di vissuti che vengono interpretati e diventano <em>memoria<\/em>.<\/p>\n\n<p>Come sottolinea bene Ernesto Ferrero, Atzeni non fu soltanto uno scrittore di memorie sarde, ma:<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>un antropologo, uno storico delle culture materiali, un aedo, un affabulatore, un cacciatore di storie, perch\u00e9 nella caotica imprevedibilit\u00e0 delle storie sta l\u2019uomo tutto intero, il suo destino, la sua follia, la superstite scintilla che ci fa ancora sperare in lui. Era un sognatore concreto, che conosceva tutti gli odori, i sapori, gli umori della terra. Un utopista disincantato pronto a esorcizzare con un sorriso ironico e carico di <em>pietas<\/em> le mille miserie del mondo che avrebbe voluto cambiare.<a href=\"#_ftn11\">[11]<\/a><\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Un autore <em>inattuale<\/em>, dunque, che appartiene al passato tanto quanto il passato gli appartiene. L\u2019andamento rapsodico del racconto si esprime nel susseguirsi delle microstorie, intervallate da spazi bianchi che pi\u00f9 che indicare stacchi narrativi o tematici, servono a conferire un movimento quasi musicale e armonico al lungo racconto di Antonio Setzu. Come una pianta rampicante, le microstorie si avvolgono su loro stesse, ma allo stesso tempo si espandono senza fine in una movenza narrativa sincopata che dispiega il passato, illumina ogni istante del presente e precorre il futuro. Il custode del tempo si rivela allora custode dell\u2019<em>atemporalit\u00e0 sacra <\/em>della memoria collettiva che \u00e8 innanzitutto <em>appartenenza <\/em>oltre che a un <em>genos<\/em>, anche a un <em>topos<\/em>, la Sardegna, che \u00e8 la scaturigine stessa della loro peculiare differenza ontologica ed esistenziale.<\/p>\n\n<p><em>Passavamo leggeri sulla terra<\/em> si conclude con la definitiva sottomissione del popolo sardo alla forza degli stranieri invasori. La \u201cresistenza dell\u2019appartenenza\u201d \u00e8 terminata. Gi\u00e0 la dominazione dei Savoia tenta di camuffare la storia ufficiale con notizie false e \u00abspezzare il filo che lega la sovranit\u00e0 dei sardi alla terra dei sardi\u00bb<a href=\"#_ftn12\">[12]<\/a>. Gli storici savoiardi desiderano cos\u00ec estirpare ogni sentimento di appartenenza, diffondendo l\u2019idea che i sardi siano un popolo da sempre sottomesso, passivo, privo di una propria e originale identit\u00e0. Ma, come afferma Antonio Setzu: \u00abLa storia talvolta non \u00e8 il campo della verit\u00e0\u00bb<a href=\"#_ftn13\">[13]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Cos\u00ec, seppur annegati in un mare di predoni e spaventati da un futuro che prevedono ancora pi\u00f9 minaccioso e scuro, i S\u2019ard sanno di non aver perso del tutto quella libert\u00e0 e quell\u2019identit\u00e0 difesa dopo un millennio di lotte e resistenza. Resta, infatti, un libro. <em>Il<\/em> libro. La Bibbia apocrifa di Lucifero, il santo \u201cportatore di luce\u201d che ha diffuso nell\u2019isola la parola viva di Iesus. Una parola che ha \u00abla forza del fulmine e del mare in tempesta\u00bb<a href=\"#_ftn14\">[14]<\/a>. Una parola di libert\u00e0 dal dolore dell\u2019universo, dall\u2019oppressione della schiavit\u00f9, dalla paura della morte. Nonostante gli spagnoli distruggano irrimediabilmente le mura di Arbar\u00e8, ultimo baluardo della loro coraggiosa resistenza, tutto sta per\u00f2 continuando a vivere e a sopravvivere nel libro di Lucifero. Il libro in cui si erano <em>ri-conosciuti<\/em> e che era stato, per secoli, il testo fondativo del <em>modus vivendi<\/em> della comunit\u00e0 e delle sue decisioni quotidiane. Come racconta Setzu nelle ultime pagine del romanzo, il libro, quasi miracolosamente, sfugge alla foga degli invasori:<\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>I monaci crociati scavarono sotto il palazzo. Trovarono la cripta, la cassa, il libro di Lucifero. Non ebbero il coraggio di leggerlo, lo misero dentro una cassa dipinta di nero [&#8230;]. Su un carro trainato da due buoi viaggiava un monaco crociato in piedi che mostrava la cassa minacciosa [&#8230;] fino al porto di Cagli\u00e8 dove li aspettava un veliero [&#8230;]. La nave che port\u00f2 il libro di Lucifero e i monaci fu attaccata dai pirati morus, un monaco si gett\u00f2 in mare con la cassa e preg\u00f2 le parole di Lucifero imprigionate l\u00e0 dentro di salvargli la vita. In cambio promise di occultare il libro, una volta a Roma. Le correnti benevole lasciarono uomo e cassa sulla sabbia di Ostia.<a href=\"#_ftn15\">[15]<\/a><\/p>\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Il cielo stellato e le dolci correnti d\u2019acqua. Tra questi due elementi primordiali, tra queste due potenze cosmiche si chiude il cerchio del lungo racconto di Atzeni. La gioia sar\u00e0, dunque, eterna e infinita per i S\u2019ard perch\u00e9, grazie al libro di Lucifero, eterna sar\u00e0 la memoria del loro popolo, delle loro origini. Gioia che \u00e8 possibilit\u00e0 di ripetere sempre quel passato, di risentire, come Marcel Proust insegna, la pienezza del tempo rarefatta in Assoluto, in eterna atemporalit\u00e0<a href=\"#_ftn16\">[16]<\/a>. Il tempo si rigenera nella tradizione che \u00e8 innanzitutto memoria. Memoria che \u00e8 sempre un atto creativo, presente pi\u00f9 nell\u2019<em>adesso<\/em> dei giorni che nel loro <em>ieri<\/em>.<\/p>\n\n<p>Anche il racconto di Atzeni insegna, dunque, che il presente \u00e8 sempre <em>presente storico<\/em>, che il passato \u00e8 sempre <em>presente di memorie sempre attuali e sempre immanenti<\/em>. \u00c8 con la totalit\u00e0 del nostro passato, con le curvature originarie della nostra anima che si \u00e8 inscritto in noi chi siamo, cosa desideriamo, cosa amiamo. Nelle sapienti parole di Henri Bergson: \u00abCome l\u2019universo nel suo insieme, come ogni essere cosciente distinto, l\u2019organismo che vive \u00e8 qualcosa che dura. Il suo passato si prolunga interamente nel suo presente, vi resta attuale e attivo\u00bb<a href=\"#_ftn17\">[17]<\/a>.<\/p>\n\n<p>\u00a0La biografia autentica di un individuo \u00e8 sempre biografia <em>condivisa <\/em>da un popolo. E l\u2019esistere <em>si passa<\/em> dagli umani agli umani<a href=\"#_ftn18\">[18]<\/a>. Noi <em>siamo<\/em>, allora, la fedelt\u00e0 possibile \u00aba tutto ci\u00f2 che ogni uomo ha sperato e patito\u00bb<a href=\"#_ftn19\">[19]<\/a>, fedelt\u00e0 a tutto ci\u00f2 che ci \u00e8 stato consegnato<a href=\"#_ftn20\">[20]<\/a>. Noi <em>siamo<\/em> gli antichi padri che ci hanno preceduto. Noi <em>siamo<\/em> la possibilit\u00e0 esistenziale del loro ricordo vivo e vitale. Noi <em>siamo<\/em> quella \u201csuperstite scintilla\u201d del loro canto, del loro sogno, della loro sempiterna eredit\u00e0. Perch\u00e9, come insegna Atzeni, anche noi uomini che oggi <em>siamo<\/em>, un giorno <em>eravamo<\/em>. Perch\u00e9 anche noi, sulla terra, <em>Passavamo<\/em>.<\/p>\n\n<p>*Questo testo \u00e8 dedicato agli uomini sardi che hanno accompagnato il mio cammino. A quelli che <em>sono<\/em> e, soprattutto, a quelli che <em>sono stati<\/em>.<\/p>\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> <a>C. Pavese, <em>Le Muse<\/em>, in <em>Dialoghi con Leuc\u00f2<\/em><\/a>, Einaudi, Torino 2020, pp. 168-169.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> S. Atzeni, <em>Passavamo sulla terra leggeri<\/em>, Ilisso, Nuoro 2000, p. 65.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> Ivi, p. 56.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> Ivi, p. 57.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> Z. Bauman, <em>Intervista sull\u2019identit\u00e0<\/em> (<em>Identity. Conversations with Benedetto Vecchi<\/em>, 2003), trad. a cura di F. Galimberti, Laterza, Bari 2003, p. 13.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> <a>S. Atzeni, <em>Passavamo sulla terra leggeri<\/em>, cit., pp. <\/a>66-67.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> Ivi, p. 78. Il corsivo \u00e8 mio.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> Ivi, p. 89.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> Ivi, p. 87.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref10\">[10]<\/a> G. Genette, <em>Palinsesti. La letteratura al secondo grado<\/em>, (<em>Palimpsestes<\/em>,\u00a01982), <a>trad. a cura di <\/a>R. Novit\u00e0, Einaudi, Torino 1997, pp. 208-9.\u00a0<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref11\">[11]<\/a> E. Ferrero, <em>Custode delle memorie<\/em>, in \u00abLa grotta della vipera\u00bb, n. 72-73, 1995, p. 27.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref12\">[12]<\/a> S. Atzeni, <em>Passavamo sulla terra leggeri<\/em>, cit., pp. 127.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref13\">[13]<\/a> Ivi, p. 128.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref14\">[14]<\/a> Ivi, p. 94.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref15\">[15]<\/a> Ivi, p. 202.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref16\">[16]<\/a> Penso a questo riguardo al celeberrimo episodio della <em>madeleine<\/em> della <em>Recherche<\/em>, in cui Proust scrive a proposito della gioia: \u00abUna deliziosa volutt\u00e0 mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. [&#8230;] Da dove era potuta giungermi una gioia cos\u00ec potente? [&#8230;] Da dove veniva? Cosa significava? Dove afferrarla? \u00c8 chiaro che la verit\u00e0 che cerco non \u00e8 l\u00ec dentro, ma in me. La bevanda l\u2019ha risvegliata, ma non la conosce [&#8230;]. Poso la tazza e mi volgo verso il mio spirito. Trovare la verit\u00e0 \u00e8 compito suo\u00bb. M. Proust, <em>Dalla parte di Swann<\/em>, in <em>Alla ricerca del tempo perduto<\/em>, trad. a cura di G. Raboni, Mondadori, Milano 2014, p. 56.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref17\">[17]<\/a> H. Bergson, <em>L\u2019evoluzione creatrice<\/em> (<em>L\u2019\u00e9volution cr\u00e9atrice<\/em>, 1907),<a>trad. a cura di <\/a>M. Acerra, Rizzoli, Milano 2012, pp. 21-22.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref18\">[18]<\/a> Per queste riflessioni ringrazio il Prof. Eugenio Mazzarella.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref19\">[19]<\/a> C. Pavese, <em>Gli d\u00e8i<\/em>, in <em>Dialoghi con Leuc\u00f2<\/em>, cit., p. 175.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref20\">[20]<\/a> Lo spiega chiaramente anche M. Recalcati: \u00abL\u2019eredit\u00e0 \u00e8 innanzitutto relazione con la nostra stessa provenienza, responsabilit\u00e0 di coltivare quello che abbiamo ricevuto dall\u2019Altro senza per\u00f2 misconoscerne il debito\u00bb, in Id., <em>La notte del Getsemani<\/em>, Einaudi, Torino 2020, p. 8.<\/p>\n\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Nicoletta Celeste \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il pi\u00f9 futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini.[1] Sergio Atzeni non \u00e8 autore universalmente noto, malgrado possa essere riconosciuto come uno degli scrittori di maggior rilievo della letteratura sarda contemporanea. 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