{"id":3567,"date":"2023-12-18T15:31:05","date_gmt":"2023-12-18T15:31:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=3567"},"modified":"2023-12-18T15:34:45","modified_gmt":"2023-12-18T15:34:45","slug":"il-racconto-eterno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2023\/12\/18\/il-racconto-eterno\/","title":{"rendered":"Il Racconto Eterno"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"3567\" class=\"elementor elementor-3567\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-7406d106 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"7406d106\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-688334a7\" data-id=\"688334a7\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-779f17ef elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"779f17ef\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\n<p style=\"text-align: right;\">di Luca Dilillo<\/p>\n\n<p>Erano l\u00ec. Su uno degli scaffali, in mezzo a libri pi\u00f9 recenti. Quello \u00e8 uno scaffale davanti al quale passo pi\u00f9 di qualche volta al giorno. In verit\u00e0 ci passo davanti di continuo: si tratta quasi di una tappa obbligata e non per un motivo pratico specifico. Avviene, semplicemente. Ho ripreso in mano quel piccolo libretto rosso, un po\u2019 rovinato dall\u2019et\u00e0, le pagine ingiallite dall\u2019uso e dal tempo. La copertina coloratissima, quelle forme tonde e buffe. \u201cIllustrazioni di Francesco Altan\u201d c\u2019\u00e8 scritto sotto al titolo in blu. Allora non avevo la minima idea di chi fosse quel Francesco Altan e in realt\u00e0 neanche mi interessava. Del resto, neanche oggi \u00e8 cos\u00ec importante. Ma quelle immagini paffute, quei colori sgargianti: fa tutto parte della mia memoria pi\u00f9 profonda. Ricordo questo libro praticamente da sempre: come accade per la nascita, non sono in grado di dire quando di preciso abbia iniziato a esistere nel mio mondo. Le riflessioni che seguono sorgono \u2013 per meglio dire, risorgono \u2013 dall\u2019averlo ripreso in mano, quasi per caso, dopo non so quanto tempo. In attimi del genere viene in mente il funzionamento della Memoria: latente, addormentata ma viva, costantemente presente-assente, finch\u00e9 qualcosa non la risveglia. Uno stimolo improvviso di colpo la riporta alla coscienza immediata. Ed ecco che le <em>Favole al Telefono<\/em> di Gianni Rodari, uno dei libri della mia vita, richiamato dall\u2019infanzia, trascina con s\u00e9 ricordi meravigliosi ed emozioni dolcissime. Daccapo si apre un intero mondo, fatto di esperienze minute e delicate, semplici e tranquille. Un mondo che mi rasserena e mi intristisce, perch\u00e9 tanti di quei ricordi sono ormai dimenticati: sepolti nel buio, nella polvere, dentro anonimi scatoloni e in altri luoghi anche pi\u00f9 lontani. Perduti per sempre. Ma come chiari passi sulla terra lasciano impronte, cos\u00ec eventi obliati e remoti lasciano tracce: un\u2019emozione senza nome, un sentimento ineffabile tiene dietro alle cose scomparse. L\u2019emozione \u00e8 il profumo di ci\u00f2 che si \u00e8 dileguato. \u00c8 quello che permane, quello che ritorna di volta in volta. Sono stati quegli affetti che non posso definire a partorire le parole che seguono. Sensazioni provate riprendendo in mano quel piccolo libretto rosso sgualcito dal tempo.<\/p>\n\n<p>\u00c8 possibile dire che le letture ci formano? Per quanto mi riguarda s\u00ec, \u00e8 indiscutibile; io, perlomeno, ne sono profondamente convinto. Ma in senso letterale. Siamo composti della materia di quel che leggiamo, ed \u00e8 vero anche il contrario: i libri che leggiamo sono formati <em>di<\/em> noi stessi. Un libro letto e vissuto \u00e8 un frammento della nostra anima. La nostra personalit\u00e0 \u00e8 fatta di libri ed essi sono impastati con il nostro spirito. Ci\u00f2 avviene soprattutto durante l\u2019infanzia, ma certamente non solo. Credo fermamente in questa strana teoria. Ho deciso di dare un nome solenne alla particolare e radicata affinit\u00e0 tra uomo e libro: l\u2019ho chiamata <em>natura<\/em> <em>biblica<\/em>. Uomo, <em>animal librarium<\/em>, \u03b6\u1ff7\u03bf\u03bd \u03b2\u03b9\u03b2\u03bb\u03b9\u03ba\u03cc\u03bd. Animale biblico. Allo stesso modo i libri sono fatti di noi, sono oggetti-uomini, enti umani. Come ogni processo tuttavia, anche questo non \u00e8 spontaneo n\u00e9 naturale; vale lo stesso per la natura <em>razionale<\/em> che dovrebbe contraddistinguerci: essa non \u00e8 innata, ma fatica ad affermarsi. Nel nostro caso, come l\u2019uomo si faccia libro e il libro uomo, non saprei spiegarlo. L\u2019unica cosa che so per certo \u00e8 che ci\u00f2 avviene, pu\u00f2 avvenire. Con me \u00e8 avvenuto e continua a farlo. \u00c8 impalpabile eppure concreto come il pi\u00f9 ostinato tra i fatti. Per esempio, nei libri che leggevo, nei quali mi sprofondavo nell\u2019infanzia, si incarna tutto il mio essere-per-il-racconto. Amo raccontare e che mi si racconti. Racconto \u00e8 per me il cuore di tutto. La Vita che viviamo, la Storia e le storie cui assistiamo e alle quali partecipiamo, sono tutte Racconto. Forse perch\u00e9 vi sono cresciuto dentro, essi, i racconti, sono cresciuti dentro di me. Sono nato con le<em> Favole<\/em> di Rodari, da sempre accompagnato dalla <em>Fabula<\/em>.<\/p>\n\n<p>Quello scaffale da cui tutto \u00e8 iniziato me ne ha fatto ricordare un altro, invisibile agli occhi ma forse ancor pi\u00f9 presente nella mia vita: \u00e8 il Ripiano dove riposano i Racconti. Uno strano luogo magico, che raccoglie in s\u00e9 tutte quelle letture che hanno costruito la mia infanzia. Che hanno plasmato il bambino schivo, riservato, fantasioso e sempre con la testa per aria che sono ancora oggi. In quel Ripiano ci sono vecchi libri di varia provenienza, fiabe e favole, novelle e racconti: molti di questi, i pi\u00f9 cari al mio cuore, venivano da anonime bancarelle di mercatini dell\u2019usato. Ricordo ancora con sommo piacere quella spoglia edizione delle storie di Giuf\u00e0, dalla copertina verde oliva, i racconti tradizionali siciliani, la leggenda di Colapesce\u2026 e poi c\u2019era un libriccino apparentemente insignificante: conteneva la <em>Favola del Castello senza Tempo<\/em> di Gesualdo Bufalino. Questa la ricordo in modo speciale. I legami tra i libri sono strani: \u00e8 strano quando da un libro visibile, stretto tra le mani, un filo dorato parte in direzione dell\u2019Ignoto e della Memoria. Dalle pagine che contemplo, che tocco, che annuso, i miei sensi e le mie emozioni sono trasportati verso libri invisibili, ormai non pi\u00f9 presenti, non pi\u00f9 toccabili n\u00e9 odorabili. Le <em>Favole<\/em> che ho davanti mi conducono ad altri racconti. Tra questi spicca il Racconto di Bufalino: la sua unica fiaba, il suo unico testo esplicitamente <em>per bambini<\/em> \u2013 espressione che da amante di Tolkien mi permetto di considerare discutibile\u2026 Come per Altan, ai tempi ignoravo chi fosse Gesualdo Bufalino; mi importava solo della sua storia. Tanto per ricreare un po\u2019 di quell\u2019atmosfera, ricordo che prima di tutto mi colp\u00ec quella grossa falena giallo-bruna, col teschio sulla schiena: <em>Acherontia atropos<\/em>. Sfinge testa di morto. La passione per animali e insetti mi spinse a cercare informazioni. All\u2019inizio credevo fosse solo un\u2019invenzione fantasiosa, ma mi sbagliavo. Quella creatura della notte recava davvero un simbolo di morte su di s\u00e9: affascinante! La storia, per i miei gusti, partiva subito con il piede giusto. Scrivere \u00e8 come scolpire e dipingere attraverso le parole: chi sa farlo bene riesce ad alludere, evocare, rendere visibili immagini di materia lontana a partire da spogli segni grafici. Quella parvenza cos\u00ec vivida e al contempo cos\u00ec sfumata, corpo massiccio e piumoso di lepidottero, lugubre indice di Morte lontana \u2013 perlomeno agli occhi dell\u2019infanzia \u2013 ti metteva subito su una strada tanto pericolosa quanto promettente: non eri davanti a una comoda favoletta della buonanotte. Chi inizia sotto il segno del teschio, con un fantasma aleggiante in una <em>selva oscura, <\/em>lancia un chiaro messaggio al bambino che legge: \u201cio ho grande considerazione di te: non penso che tu sia un poppante da imboccare e coccolare. Per questo motivo ti introduco al Tempo, alla Memoria e alla Morte\u201d. Rileggendo la <em>Favola<\/em> adesso, mi accorgo di molti dei simboli e dei riferimenti nascosti sotto le apparenze di un testo breve e semplicissimo: fa parte della maestria del colto e barocco scrittore di Comiso, della sua letteratura densa e stratificata. Ma cos\u00ec come non \u00e8 mia intenzione analizzare il racconto, non voglio nemmeno parlare di ci\u00f2 che significa per me oggi. Mi interessa piuttosto parlare di ci\u00f2 che ha significato per il bambino di ieri, privo di tanti strumenti di giudizio, ma ricco di altri doni. Fra tutti, l\u2019intuito: quel sentire immediato che la crescita, ahim\u00e8, attutisce. Poi l\u2019innocenza: quella stessa purezza che permette a Dino, il protagonista della storia, di liberare gli Immortali dalla loro prigione di pietra e di inerzia. L\u2019essere terreno fertile, vergine, ricettacolo di potenzialit\u00e0 dirompenti. L\u2019essere spazio vuoto disponibile ad accogliere, gravido solo di meraviglia. \u00c8 vero: bambini ormai non lo siamo pi\u00f9 e mai pi\u00f9 torneremo ad esserlo. Ma se con materia e memoria riaccogliamo l\u2019infanzia, se facciamo rivivere le emozioni e le atmosfere di un tempo, allora forse possiamo recuperare il contatto diretto con quei doni perduti. Io ho provato a farlo per il tramite di quelle parti di noi che sono i libri. I <em>nostri <\/em>libri. Perfino quelli che non possediamo pi\u00f9. Ho scoperto tante cose, tante ancora ho da scoprirne. Non voglio dirle tutte e nemmeno sarebbe possibile. Questa \u00e8 solo una piccola parte di uno dei miei viaggi. Riguarda me, ma ritengo comunque di poterla condividere: in ci\u00f2 che ho ritrovato credo ci sia dell\u2019universale.<\/p>\n\n<p>Quell\u2019esistenziale della mia vita che \u00e8 l\u2019essere-per-il-racconto mi ha rivelato la natura comune a tutte le storie che ho letto, ascoltato, visto e narrato io stesso. Ogni storia \u00e8 prima di tutto, soprattutto, Racconto. <em>Fabula<\/em>. Fatti, eventi, avvenimenti, non importa se accaduti o meno: ma detti, comunicati, raccontati. Perfino nel caso-limite di una storia che consista in una sola immagine, senza movimento, senza alcuna progressione; perfino in questo caso condizione stessa della storia sarebbe la narrazione di quell\u2019unica immagine: il suo racconto, la sua costruzione attraverso le parole. Lo svilupparsi coincide con l\u2019esistenza. <em>In principio era il Racconto<\/em>. Senza di esso, nulla sarebbe. Potr\u00e0 sembrare un\u2019affermazione esagerata, ma di fatto, anche nel naturale scorrere del tempo e delle cose, senza memoria, voce, tramandamento, comunicazione, ricostruzione e registrazione, niente lascerebbe il suo segno sulla nostra realt\u00e0. Senza le operazioni del racconto, la trama del reale si sfilaccerebbe; non avrebbe consistenza, n\u00e9 connessioni, n\u00e9 significativit\u00e0. Smetterebbe di essere <em>trama<\/em>, diventando flusso senza senso n\u00e9 scopo, dunque incomprensibile e inconcepibile. Il Racconto d\u00e0 ordine alla nostra esistenza nel mondo: rende storia il caos. Tutto ci\u00f2 \u00e8 visibile in massimo grado proprio nell\u2019arte narrativa, dove l\u2019ordine non solo \u00e8 trovato, ma inventato, creato e ricreato continuamente. Narrando diamo alla materia delle cose un nostro ordine, uno tra gli infiniti immaginabili: a nostra disposizione abbiamo possibilit\u00e0 illimitate; unica guida, la fantasia. Non uso questa parola a caso: se \u00e8 vero che Fantasia non necessariamente \u00e8 sinonimo di Finzione, a conti fatti, in qualche maniera vi rimanda. Rimanda al non-vero, a ci\u00f2 che non esiste \u2013 o almeno, a ci\u00f2 che non esisteva prima di essere immaginato\u2026 Con ci\u00f2 non voglio dire che mi interessano solo i racconti di fantasia, ma che non ho interesse per la cosiddetta <em>verit\u00e0 oggettiva<\/em>. Proprio cos\u00ec: ritengo che quando si parla di Racconto, la questione della verit\u00e0 oggettiva non sia per nulla importante. E sono proprio i racconti di fantasia a farcene accorgere.<\/p>\n\n<p>Qualche tempo fa, tra le mie contorte letture, mi \u00e8 capitato di imbattermi in un interessante saggio di Maurizio Bettini che introduceva una raccolta di miti romani<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>. Il suo punto di partenza era questa domanda: i Romani hanno avuto miti propri, dello stesso tipo di quelli dei Greci? Bettini per\u00f2 spostava subito il focus, immergendosi in questioni di maggior profondit\u00e0, e si chiedeva cosa di preciso dovesse intendersi per \u2018mito\u2019 e come gli stessi Romani definissero i loro racconti di carattere \u2018mitologico\u2019. Il saggio mi aveva intrigato non solo perch\u00e9 riportava il discorso sul significato originario di parole ormai da lungo tempo mutate e stravolte, ma anche per un motivo che tocca da vicino queste riflessioni: Bettini si soffermava a lungo sul termine <em>fabula<\/em> \u2013 che sta all\u2019origine dei nostri <em>fiaba<\/em> e <em>favola<\/em> \u2013 che per i Romani aveva un valore molto simile al \u03bc\u03cd\u03b8\u03bf\u03c2 greco: quello, assai generico, di racconto, discorso. Non per\u00f2 discorso necessariamente <em>vero<\/em>, soprattutto se diamo a questo aggettivo il valore di \u2018oggettivamente verificabile\u2019. Anzi, per i Latini \u2013 ci dice Bettini \u2013 la <em>fabula<\/em> era pi\u00f9 spesso un racconto inattendibile, privo di riscontri, ben diverso dalla <em>narratio<\/em>, il cui portatore \u00e8 <em>gnarus<\/em>, ossia competente e affidabile. Quasi sempre la <em>fabula<\/em> rimanda a eventi lontani nel tempo e nello spazio, o comunque senza prove n\u00e9 testimoni: pu\u00f2 essere opera teatrale, racconto tramandato oralmente, racconto mitologico in senso moderno, favola esopica, chiacchiera, voce, aneddoto, pettegolezzo. <em>Fabula<\/em> \u00e8 insomma ci\u00f2 che viene raccontato, indipendentemente dal suo valore di verit\u00e0. Discorso inattendibile dunque? S\u00ec, in un certo senso. Ma in un altro senso le cose potrebbero cambiare. Alla base della <em>fabula<\/em> c\u2019\u00e8 il <em>fari<\/em>: verbo che esprime un dire autorevole, significativo, addirittura performativo. Un dire che fa, crea, prescrive, preannuncia, determina. Al di l\u00e0 del carattere specifico del racconto tradizionale, garantito da antichit\u00e0, sacralit\u00e0 e significativit\u00e0, a noi interessa la misura in cui l\u2019essenza del Racconto, slacciandosi dal valore della <em>verit\u00e0 oggettiva<\/em>, si connette a un altro tipo di valore, di differente qualit\u00e0: pi\u00f9 intenso e pi\u00f9 profondo, se vogliamo. Di fatto, quando ascoltiamo o narriamo una storia non ci importa per nulla se questa sia vera, se racconti eventi realmente accaduti. Pu\u00f2 anche darsi che sia cos\u00ec, ma non \u00e8 l\u2019importante, n\u00e9 ci\u00f2 che cerchiamo. Noi cerchiamo al massimo quella significativit\u00e0 che apparteneva all\u2019origine arcaica del verbo <em>fari<\/em>: Parola sacra, che vale, abissalmente. Forse la nostra considerazione per la <em>fabula<\/em> in quanto <em>racconto che pu\u00f2 non essere vero<\/em> \u00e8 scesa in basso, fino alla negativit\u00e0 e al dispregio, proprio perch\u00e9 la nostra visione del mondo si radica in un atteggiamento orientato fin dall\u2019inizio a prediligere l\u2019oggettivit\u00e0: se ci\u00f2 che conta sopra tutto sono i fatti e la loro attendibilit\u00e0 \u2013 logica, storica, scientifica o giornalistica che sia \u2013 allora \u00e8 chiaro che il racconto inventato perde di valore. Ma quante altre cose vanno perdute in questo modo! Ci basta cambiare prospettiva, ed ecco sorgere pianto e meraviglia: il nostro mondo personale, il bellissimo sentire, la vibrante ricchezza umana, l\u2019esperienza dell\u2019esistere&#8230; Ecco che tutto si trasforma. Quello che ci interessa allora \u00e8 il puro raccontare. Ci\u00f2 che significa per noi, per la nostra vita. L\u2019estetica con cui ci appaga. Il piacere per cui ci d\u00e0 i brividi. Le emozioni di cui ci impregna occhi, corpo e mente, facendoci infuriare, gioire, commuovere. Questo conta pi\u00f9 di tutto, di questo ci occupiamo: di un racconto vero ma in senso pi\u00f9 alto, vero in quanto vivo. Vivo di una vita del raccontare che \u00e8 salvifica, riparatrice e liberatrice. Proprio come nella grande raccolta delle <em>Mille e una notte<\/em>, che ne \u00e8 l\u2019esempio perfetto; esattamente come avviene per la principessa Shahraz\u0101d e il sovrano Shahryar, il Racconto salva dalla morte, risana l\u2019esistenza, libera dal male, apre all\u2019amore.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n\n<p>Su questo versante mi ritrovo in perfetta sintonia con l\u2019esperienza di un grande amante di Fiaba e Racconto come Italo Calvino, che proprio nell\u2019introduzione al suo <em>Fiabe italiane<\/em>, immenso lavoro di selezione, raccolta e trascrizione in lingua italiana dei racconti del folklore nostrano, descrive la profonda trasformazione del suo animo dopo due anni di immersione nel mondo della <em>Fabula<\/em>: \u00abriuscir\u00f2 a rimettere i piedi per terra?\u00bb<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a> si chiede Calvino. L\u2019intero mondo circostante mutava, si adeguava a quel clima fantastico e potente: \u00abOgni fatto si prestava a essere interpretato e risolto in termini di metamorfosi e incantesimo [\u2026] Ogni poco mi pareva che dalla scatola magica che avevo aperto, la perduta logica del mondo delle fiabe si fosse scatenata, ritornando a dominare sulla terra\u00bb<a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a>. E tutto ci\u00f2 non aveva fatto che confermare la sua antica convinzione, vale a dire che <em>le fiabe sono vere<\/em>. Esse sono \u00abuna spiegazione generale della vita, [\u2026] il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto \u00e8 il farsi di un destino; [\u2026] e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l\u2019infinita possibilit\u00e0 di metamorfosi di ci\u00f2 che esiste\u00bb<a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>. Calvino parla specificamente delle fiabe, piene di magia e avventura; ma ritengo che non ci sia descrizione migliore di questa per arrivare al cuore di ogni Racconto. L\u2019esperienza del grande scrittore italiano \u00e8 perfettamente collocabile nel seno segreto del puro raccontare, laddove ci si rivela un nuovo e superiore tipo di verit\u00e0: la verit\u00e0 del destino, dell\u2019esistenza, del vivere e del morire, della Memoria, dell\u2019Emozione, della Fantasia, del Simbolo e, perch\u00e9 no?, del Paese delle Fate. Quello a cui Tolkien dedicava parole bellissime in un saggio sulla sua meravigliosa \u2013 e ultima \u2013 fairy-story, <em>Smith of Wootton Major<\/em>: \u00abFaery rappresenta la via d\u2019uscita (almeno mentale) dall\u2019anello di ferro della consuetudine [\u2026] Ancora meglio, rappresenta l\u2019amore: vale a dire, amore e rispetto per tutte le cose, \u201cinanimate\u201d e \u201canimate\u201d, un amore senza possessivit\u00e0 per tutto in quanto \u201caltro\u201d\u00bb<a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a>. Amore totalmente disinteressato, libero da ogni funzionalismo e pragmatismo vantaggiosi ma limitanti e, in definitiva, inumani. Se dobbiamo conoscere la <em>verit\u00e0 oggettiva<\/em> unicamente in quanto pratica, utile o necessaria, il Racconto ci insegna a liberarci perfino da questo tipo inquinato della ricerca del vero, per discendere in quei luoghi profondi dove davvero sentiamo e viviamo l\u2019esperienza indescrivibile del Pi\u00f9 Importante.<\/p>\n\n<p>Io, nato sotto il segno delle <em>Favole <\/em>e della <em>Favola<\/em>, ho deciso cos\u00ec di rendere omaggio a una delle esperienze pi\u00f9 meravigliose della mia vita, dall\u2019infanzia fino a oggi. Al Racconto devo moltissimo e spero che questo debito si protragga ancora a lungo, magari all\u2019infinito. Il titolo di queste riflessioni si riferisce a un libro di Gilbert K. Chesterton, <em>L\u2019uomo eterno<\/em>. \u00c8 un libro apologetico, che parla di Cristo e del Cristianesimo, nella maniera paradossale e anticonvenzionale cos\u00ec tipica dello scrittore inglese. L\u2019uomo eterno \u00e8 Ges\u00f9 Cristo, il Dio che si \u00e8 incarnato e che eternamente si incarna nella storia, ma \u00e8 anche l\u2019essere umano che ha ricevuto nuova linfa vitale dall\u2019evento della Resurrezione, rinascendo all\u2019eternit\u00e0. In modo simile, il racconto eterno \u00e8 l\u2019archetipo che eternamente si incarna nelle nostre vite, ma \u00e8 anche l\u2019essere umano che riceve vera vita \u2013 la vita del raccontare \u2013 dall\u2019evento del Racconto. \u00c8 Libro ed \u00e8 Uomo: l\u2019Eterno che diventiamo raccontando.<\/p>\n\n<p>Uno dei miei sogni proibiti \u00e8 sempre stato quello di creare un circolo di narratori: un club di racconta-storie. Un luogo di oralit\u00e0, nel quale novellare, a viva voce, magari intorno a un fuoco, assediati dall\u2019oscurit\u00e0. Uno spazio della <em>Fabula<\/em>, aperto solo ad essa e solo per essa. Chiss\u00e0, forse un giorno\u2026 Per il momento continuo a tenermi in ascolto, da sempre e per sempre avvinto, nelle profondit\u00e0<\/p>\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Si tratta, per chi fosse interessato, di <em>Miti Romani: il racconto<\/em>, a cura di Licia Ferro e Maria Monteleone, Einaudi, Torino 2014. Il saggio introduttivo di Bettini si intitola <em>Racconti romani che sono lili\u2019u<\/em>.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> I. Calvino, <em>Fiabe Italiane<\/em>, Mondadori, Milano 2023 (Introduzione all\u2019edizione del 1956, p. XIII).<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> <em>Ibidem.<\/em><\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> Ivi, p. XIV.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> J.R.R. Tolkien, <em>Il fabbro di Wootton Major<\/em> (<em>Smith of Wootton Major<\/em>, 2005), trad. di Isabella Murro, Bompiani, Milano 2013, p. 107.<\/p>\n\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Luca Dilillo Erano l\u00ec. Su uno degli scaffali, in mezzo a libri pi\u00f9 recenti. Quello \u00e8 uno scaffale davanti al quale passo pi\u00f9 di qualche volta al giorno. In verit\u00e0 ci passo davanti di continuo: si tratta quasi di una tappa obbligata e non per un motivo pratico specifico. Avviene, semplicemente. 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