{"id":3594,"date":"2023-12-18T15:47:18","date_gmt":"2023-12-18T15:47:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=3594"},"modified":"2023-12-18T15:47:51","modified_gmt":"2023-12-18T15:47:51","slug":"considerazioni-nellepoca-dellia-la-tecnologia-in-quanto-testimonianza-dellumano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2023\/12\/18\/considerazioni-nellepoca-dellia-la-tecnologia-in-quanto-testimonianza-dellumano\/","title":{"rendered":"Considerazioni nell\u2019epoca dell\u2019IA: la tecnologia in quanto testimonianza dell\u2019umano"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"3594\" class=\"elementor elementor-3594\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-6e5cf15c elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"6e5cf15c\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-5520b64b\" data-id=\"5520b64b\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-5964f147 elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"5964f147\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\n<p style=\"text-align: right;\">di Mattia Span\u00f2<\/p>\n\n<p style=\"text-align: right;\">\u201cSapere\u201d questo che \u00e8 cos\u00ec un <em>sapere etico<\/em>: sapere che \u00e8 appunto sapere quello che si fa: collocarsi ogni volta in un inizio e perci\u00f2 in una destinazione, cio\u00e8 in un orizzonte figurato di mondo, secondo la necessit\u00e0 \u201cassegnata\u201d delle nostre figure. Il che significa: non in base al nostro arbitrio, ma in base a quelle condizioni che ci destinano e che ci assegnano alle nostre transitanti pratiche di vita e di sapere<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>.<\/p>\n\n<p style=\"text-align: right;\">Carlo Sini<\/p>\n\n<p>1.<em> Consapevolezza tecnologica: profondit\u00e0 e superficie<\/em><\/p>\n\n<p>Accade, non di rado, che il corpo collettivo si approcci agli oggetti del proprio ed attuale mondo-ambiente \u2013 beninteso, non per tutti uguale \u2013 dal punto di vista del <em>prodotto finito<\/em>. Cos\u00ec \u2013 e ci si permette un riferimento al proprio vissuto per rendere il concetto in abiti usuali \u2013 di fronte ad un documentario dedicato alla straordinaria figura di Leonardo da Vinci, pu\u00f2 capitare che pi\u00f9 d\u2019uno degli spettatori osservi qualcosa come: \u00abNon ci sono pi\u00f9 i geni di un tempo, si \u00e8 perso il senso del progetto, la meraviglia della complessit\u00e0\u00bb. Tenendo fermo l\u2019immenso salto temporale e culturale che ci separa dall\u2019epoca rinascimentale \u2013 non \u00e8 di certo questa la sede per approfondire opportunamente la questione \u2013 tracima, da queste parole, un evidente e fondamentale gioco prospettico. Una centratura visiva dalla quale esonda ci\u00f2 che potrebbe sembrare, a primo impatto, una (apparentemente) innocua e nostalgica riflessione sugli stranianti tempi attuali in contrapposizione ad epoche, ormai passate, cariche di senso: una \u201csemplice\u201d osservazione tecnico-antropologica che suona come la rassegnata constatazione che l\u2019odierna umanit\u00e0, ormai povera di geni, sia globalmente incapace di concepire \u2013 ancor prima che realizzare \u2013 alcunch\u00e9 di meravigliosamente complesso. Se, per\u00f2, si accoglie la riflessione non solo dal, seppur fondamentale, punto di vista per cos\u00ec dire \u201cinteriore\u201d \u2013 il soggetto che osserva un oggetto osservato \u2013 ma ci si sofferma anche sulla dimensione retroflettente ed estroflettente che ogni spunto espressivo restituisce, emerge dell\u2019altro.<\/p>\n\n<p>Innanzitutto occorre osservare che ogni considerazione sul mondo che l\u2019uomo abbozza accade all\u2019interno del mondo stesso \u2013 l\u2019<em>esistente puro e semplice<\/em>, avrebbe detto Spinoza<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a> \u2013 che si intende interpretare. In seconda battuta, se lo spirito dell\u2019osservazione in questione risuona oggi \u2013 in modi, tempi e contesti diversi \u2013 con una significativa ricorsivit\u00e0, affiora l\u2019occasione di accostarsi alle principali modalit\u00e0 con le quali il corpo collettivo si approccia a quanto la riflessione in questione muove.<\/p>\n\n<p>Torniamo, allora, sull\u2019osservazione, rammentandola: \u00abNon ci sono pi\u00f9 i geni di un tempo, si \u00e8 perso il senso del progetto, la meraviglia della complessit\u00e0\u00bb. Anche solo a guardarsi intorno, senza addentrarsi nei pi\u00f9 reconditi meccanismi di funzionamento degli scenari e degli oggetti che ci circondano, non si pu\u00f2 che notare qualcosa di affine all\u2019osservazione e qualcos\u2019altro che la eccede. Di convergente c\u2019\u00e8 un fatto di fondamentale importanza: la complessit\u00e0, almeno da quando la rivoluzione digitale si \u00e8 radicata nel mondo umano al punto tale da modellarne ampie regioni dell\u2019esistenza, ha subito una riconfigurazione globale. Si pu\u00f2 dire, a grandi linee, che abbia lasciato il passo alla superficialit\u00e0, senza per questo per\u00f2 scomparire. Siamo nel cuore del digitale, direbbe Alessandro Baricco, che a proposito degli strumenti maggiormente utilizzati nell\u2019epoca (da lui stesso definita) del <em>game<\/em>, cos\u00ec si esprime:\u00a0<\/p>\n\n<p>Tutte punte dell\u2019iceberg: dietro, sotto, dentro \u2013 non so \u2013 c\u2019era un sacco di complessit\u00e0, ma l\u2019essenza delle cose galleggiava in superficie, la trovavi al primo sguardo, la capivi in un attimo, la utilizzavi immediatamente (senza mediazioni, senza sacerdoti). L\u2019iPhone \u00e8 fatto cos\u00ec, Google \u00e8 fatto cos\u00ec, Amazon \u00e8 fatto cos\u00ec, Facebook \u00e8 fatto cos\u00ec, YouTube \u00e8 fatto cos\u00ec, Spotify \u00e8 fatto cos\u00ec, WhatsApp \u00e8 fatto cos\u00ec: schierano una semplicit\u00e0 dove l\u2019immensa complessit\u00e0 del reale risale in superficie lasciando dietro di s\u00e9 qualsiasi scoria che ne appesantisca il cuore essenziale<a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Ecco che il taglio prospettico che fonda l\u2019osservazione sulla complessit\u00e0, inizia ad assumere una postura differente. Ecco l\u2019<em>altro<\/em> che la eccede, che si raccoglie, pur non esaurendosi, nell\u2019interrogativo: siamo gettati in un\u2019epoca incapace di meravigliosa complessit\u00e0 o quest\u2019ultima \u00e8 andata, gradualmente e mai definitivamente, a ricollocarsi nel teatro complessivo del mondo?<\/p>\n\n<p>Interrogativo che, in buona \u2013 quando non larga \u2013 misura, discende <em>anche<\/em> dall\u2019ipertrofia espositiva dell\u2019uomo alle nuove, e sempre in pi\u00f9 rapida evoluzione, tecnologie; e al conseguente senso d\u2019abitudine che le stesse recano in s\u00e9. Stato di cose che favorisce l\u2019innescarsi di ci\u00f2 che il neurologo Davide Borghetti definisce <em>cecit\u00e0 tecnologica<\/em>:<\/p>\n\n<p>[\u2026] l\u2019IA rappresenta gi\u00e0 oggi una realt\u00e0 talmente ben radicata nel tessuto della nostra vita da passare pressoch\u00e9 inosservata. In forme semplificate o con funzioni limitate rispetto a come siamo abituati a immaginarla, opera a nostra insaputa con modalit\u00e0 spesso poco comprensibili e un po\u2019 lontane dal nostro concetto di intelligenza, svolgendo silenziosamente tutta una serie di attivit\u00e0 che gi\u00e0 adesso ci semplificano, prolungano o rendono pi\u00f9 piacevole l\u2019esistenza<a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>.<\/p>\n\n<p>In questa cornice, allora, occorre che l\u2019uomo si approssimi al fondo della carsica complessit\u00e0 che fonda l\u2019<em>epoca dell\u2019intelligenza artificiale<\/em>. Per poi, dalla e nella stessa, risalire in superficie, solcandone i tratti con una \u2013 sempre e ancora \u2013 rinnovata consapevolezza. Si tratta di un\u2019esigenza complessiva, dettata dall\u2019odierna necessit\u00e0 di espandere i propri confini conoscitivi e prassici nella duplice ma unitaria direzione di un sistema di realt\u00e0 \u00aba doppia forza motrice, dove la distinzione tra mondo vero e mondo virtuale decade a confine secondario, dato che l\u2019uno e l\u2019altro si fondono in un unico movimento che genera, nel suo complesso, la realt\u00e0\u00bb<a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Abitare l\u2019intelaiatura dell\u2019attuale contesto globale in cui \u2013 come in ogni epoca \u2013 l\u2019uomo elabora la propria gettatezza si rivela, allora, di fondamentale importanza. Occorre, in altri termini, porre e attraversare gli interrogativi di fondo sulla cui trama si sviluppano e avvicendano i pi\u00f9 recenti, complessi e delicati, dibattiti internazionali incentrati sul tentativo di individuare <em>direzioni<\/em> esistenziali ed esistentive in un\u2019epoca caratterizzata da un respiro precipuamente digitale, anche se ancora profondamente analogico; e i cui scenari \u2013 anche quotidiani \u2013 sono modellati da un diffuso impiego di strumenti dotati di intelligenza artificiale.<\/p>\n\n<p>2. <em>Variazioni sul tema del rapporto tra uomo e tecnica<\/em><\/p>\n\n<p>Gettati in questa soglia occorre, intanto, chiedersi: come si \u00e8 arrivati fin qui? Si tratta del culmine di un processo che, <em>ex novo<\/em>, sta rimodellando l\u2019uomo senza la possibilit\u00e0 che quest\u2019ultimo, imbrigliato nelle sue redini, se ne avveda o ne possa mutare l\u2019ordinario corso?<\/p>\n\n<p>Di un ambiente \u2013 come si \u00e8 detto \u2013 a doppia forza motrice che, implacabilmente, ha condotto l\u2019uomo in una rinnovata geografia globale composta da luoghi-non luoghi che pre-definiscono ogni architettura di pensiero e azione? E, soprattutto, \u00e8 questo nuovo sistema di realt\u00e0 ad avere causato una metamorfosi dell\u2019umano che, ad oggi, sembra irreversibile o spinte, slanci ed esigenze umane hanno contribuito alla strutturazione dello stesso?<\/p>\n\n<p>Arduo \u2013 se non vano \u2013 \u00e8 il tentativo di attraversare gli interrogativi in questione con la pretesa di pervenire ad una risposta univoca; di gran lunga pi\u00f9 proficuo si rivela, invece, il procedere di una ricerca che si snodi sul manto del mai-del-tutto-definibile intreccio di pratiche che fonda l\u2019incedere umano nel mondo. Spunti chiamano spunti, accenni rimandano ad accorate accelerate che, nel teatro del mondo, si intrecciano in una complessa struttura comunicativa; \u00e8 poi la volta di burrascose frenate ed imprevisti cambi di rotta, deludenti abbagli e promettenti isole di senso scovate d\u2019improvviso e gravide di nuove terre concettuali e prassiche; forse, si intende. Perch\u00e9 poi riparte l\u2019impresa della ricerca, ancora e sempre, ininterrotta ed asintotica: slanci si danno nei limiti, limiti si danno negli slanci.<\/p>\n\n<p>In questa dinamica si pu\u00f2 scorgere un primo ed ultimo schizzo paradigmatico \u2013 senza, chiaramente, voler esaurire una questione che soverchia ogni tentativo umano di comprenderla in forma definitiva. Uno schema che, archetipicamente, fonda lo stare al mondo dell\u2019uomo nell\u2019inestricabile relazione con i suoi strumenti. Una trama che si annoda, snoda e riavvolge \u2013 e, a volte, sconvolge \u2013 ogniqualvolta si perviene al mettersi in opera della tecnica: slanci si danno nei limiti, limiti si danno negli slanci in una corsa millenaria, originaria e prospettica, della quale gli ultimi sviluppi tecnologici non ne sono che la pi\u00f9 recente \u2013 seppur anche la pi\u00f9 di-rompente \u2013 configurazione.<\/p>\n\n<p>In caso contrario, si dovrebbe scovare un punto di rottura che, da un certo punto in poi della storia dell\u2019umanit\u00e0, ne abbia cambiato <em>ex nihilo<\/em> il corso. Eppure l\u2019uomo si rapporta alle macchine ed agli automi da tempo immemore<a href=\"#_ftn6\">[6]<\/a>. E ripercorrerne le tappe significa dover necessariamente passare in rassegna un processo che ben prima della famosa domanda posta da Alan Turing \u2013 \u00abpossono pensare le macchine?\u00bb<a href=\"#_ftn7\">[7]<\/a> \u2013 suppone i pi\u00f9 disparati e stratificati momenti esplorativi. Senza tutto ci\u00f2, bisognerebbe chiedersi se e in che misura sarebbe stato possibile arrivare a Turing e a tutto ci\u00f2 che ne consegue.<\/p>\n\n<p>Sicch\u00e9 \u00e8 difficile pensare che tanto l\u2019approdo all\u2019impiego \u2013 e alla diffusione \u2013 di un determinato strumento, quanto la rimodulazione complessiva che l\u2019utilizzo dello stesso reca nei confronti dell\u2019umano, possano accadere senza una <em>preventiva disponibilit\u00e0<\/em>. E di quest\u2019ultima cos\u2019altro si pu\u00f2 dire se non che si tratti di quel <em>potere <\/em>(in ultima analisi) <em>invisibile<\/em><a href=\"#_ftn8\">[8]<\/a> che siamo soliti chiamare <em>tradizione<\/em>? E che \u2013 ancora \u2013 lungi dal configurarsi monoliticamente come un che di gi\u00e0 dato univocamente e definitivamente, concorriamo a costruire ininterrottamente dal suo stesso interno? Problema complesso ma di fondamentale importanza, che chiama in causa la percezione stessa che l\u2019uomo ha di s\u00e9 e del mondo, al variare dei suoi strumenti di mediazione:<\/p>\n\n<p><em>Nel giro di lunghi periodi storici, insieme con le forme complessive di esistenza delle collettivit\u00e0 umane, si modificano anche i modi e i generi della loro percezione sensoriale<\/em>. Il modo e il genere secondo cui si organizza la percezione sensoriale umana \u2013 il <em>medium<\/em> in cui essa ha luogo \u2013 \u00e8 condizionato non soltanto in senso naturale, bens\u00ec anche in senso storico<a href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Nell\u2019attraversamento della riflessione di Benjamin, allora, occorre riconsiderare l\u2019attuale congiuntura storico-culturale. E ritornare all\u2019interrogativo: come si \u00e8 arrivati fin qui? Emerge, ancora una volta, la necessit\u00e0 di addentrarsi in uno scavo archeologico delle pratiche del presente che le ricollochi nella geografia del complessivo intreccio di pratiche che fondano lo stare al mondo tecnico dell\u2019uomo. Risulta, dunque, di fondamentale importanza sostare su quanto Alessandro Baricco osserva affacciandosi sulle regioni di transizione dell\u2019intelligenza artificiale:<\/p>\n\n<p>Qualsiasi cosa nascer\u00e0 dall\u2019intelligenza artificiale, gli umani hanno iniziato a costruirla anni fa, quando hanno accettato il patto con le macchine, scelto la postura zero, digitalizzato il mondo per poterlo fare elaborare da immense potenze di calcolo, prediletto i tool alle teorie, lasciato agli ingegneri il timone della loro liberazione, salpato per i mari dell\u2019oltremondo, accolto la promessa di un\u2019umanit\u00e0 aumentata, ripudiato le \u00e9lite che gli avevano insegnato a morire, accettato il rischio del campo aperto, scelto la pace, e dimenticato l\u2019infinito<a href=\"#_ftn10\">[10]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Patto con le macchine, postura zero \u2013 resa da Baricco nella figura <em>uomo-tastiera-schermo<\/em> \u2013 digitalizzazione del mondo e calcolo; e \u2013 ancora \u2013 i <em>tool<\/em>, gli strumenti, e gli ambienti aperti di un luogo-non luogo virtuale che costituisce, con l\u2019universo fisico, l\u2019impianto a due forze motrici del pi\u00f9 recente sistema di realt\u00e0. La <em>preventiva disponibilit\u00e0<\/em> che ha portato fin qui l\u2019umano affonda le radici in tempi lontani: \u00e8, appunto, in costruzione gi\u00e0 da tempo.<\/p>\n\n<p>Ma ci\u00f2 non significa che ogni passo evolutivo sia da salutare con favore<a href=\"#_ftn11\">[11]<\/a>. Il punto risiede altrove: ogni nuova possibilit\u00e0 reca in s\u00e9 rinnovate prospettive e problemi in costante aggiornamento. Per farsi carico dei quali, occorre tentare di abitare la complessit\u00e0 di un ampio e intricato tragitto o \u2013 se si preferisce \u2013 di un intreccio di pratiche, al cui culmine cronologico troviamo una societ\u00e0 modellata, in larga misura, dall\u2019impiego di strumenti digitali e dotati di intelligenza artificiale.<\/p>\n\n<p>3. <em>Sorvolare gli abissi, risalire in superficie<\/em><\/p>\n\n<p>Basta (continuare a) guardarsi intorno: dall\u2019intelligenza artificiale l\u2019uomo odierno \u00e8 \u2013 consapevolmente o meno \u2013 circondato; sia sul piano dello svolgimento delle (pi\u00f9 o meno) abituali faccende quotidiane, sia sul fronte della bolla informazionale che, negli ultimi anni, si \u00e8 creata sulla stessa. In rapidissima evoluzione \u2013 come d\u2019altronde lo sono gli studi in questione \u2013, quest\u2019ultima ha raggiunto un picco ipertrofico che rasenta le regioni dell\u2019inflazione. E, probabilmente, il principiale passo <em>etico<\/em> nei confronti di qualsivoglia questione si abbia intenzione di affrontare, risiede nell\u2019espansione \u2013 ancora e sempre in cammino \u2013 degli orizzonti conoscitivi della stessa.<\/p>\n\n<p>L\u2019argomento \u00e8 di difficile presa, le implicazioni teoretiche e prassiche innumerevoli e, spesso, dilemmatiche. L\u2019attuale impianto comunicativo-informazionale \u2013 sia dal punto di vista di chi le informazioni le batte e diffonde, sia sotto il rispetto di chi la consuma \u2013 tendenzialmente sintetico, veloce e divisivo.<\/p>\n\n<p>Ancora Alessandro Baricco, parla a tal proposito di <em>verit\u00e0-veloce<\/em>, ossia di \u00abuna verit\u00e0 che per salire alla superficie del mondo \u2013 cio\u00e8 per diventare comprensibile ai pi\u00f9 e per essere rilevata dall\u2019attenzione della gente \u2013 si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando per\u00f2 in sintesi e velocit\u00e0\u00bb<a href=\"#_ftn12\">[12]<\/a>. Ancora una volta: tutto ci\u00f2 non sarebbe possibile in un mondo diverso dall\u2019attuale; privo, cio\u00e8 di quegli <em>strumenti<\/em> \u2013 affatto neutri \u2013 che ne costituiscono buona parte dell\u2019assetto percettivo-mediatico. E, si potrebbe aggiungere, l\u2019esigenza complessiva che ha condotto alla strutturazione degli stessi ha radici lontane e intrecciate.<\/p>\n\n<p>Sintesi, rapidit\u00e0 e divisit\u00e0. Quest\u2019ultima \u2013 aggiunge Baricco \u2013 ricopre, oggi, un ruolo di significativa centralit\u00e0 perch\u00e9 \u00abi duelli attirano sempre l\u2019attenzione, semplificano le cose e sono veloci da capire. Ci\u00f2 che pu\u00f2 essere riassunto in duello avr\u00e0 vita facile nella quotidiana lotta per la vita\u00bb<a href=\"#_ftn13\">[13]<\/a>.\u00a0<\/p>\n\n<p>Ritornando, a mo\u2019 di <em>Kehre<\/em>, all\u2019osservazione da cui ha preso le mosse il presente (e modesto) itinerario \u2013 \u00abNon ci sono pi\u00f9 i geni di un tempo, si \u00e8 perso il senso del progetto, la meraviglia della complessit\u00e0\u00bb \u2013 \u00e8, in effetti, la divisivit\u00e0 a reggere la trama di un commento (pi\u00f9 che legittimo e dotato di una certa ragionevolezza) sull\u2019attuale stato di cose, che sorge e si snoda in un teatro d\u2019incontro-scontro con un mondo distante secoli, ma percepito \u2013 profondamente sentito, occorre dire \u2013 come proprio. Ed accolto, elaborato e riproposto come tale, probabilmente perch\u00e9 ancora intriso di un\u2019umanit\u00e0 caratterizzata intimamente da quel fare tecnico-analogico che ne tutela l\u2019autenticit\u00e0; e che, ancora, si erge ad ultima frontiera di riconoscibilit\u00e0 dell\u2019umano a s\u00e9 stesso, sulla scorta della sensazione che l\u2019agire individuale e collettivo stia gradualmente disperdendosi in meccanismi di fuori uscita dal s\u00e9, resi sommamente manifesti dal sempre pi\u00f9 diffuso impiego di strumenti tecnologico-digitali e dalla frequentazione di ambienti virtuali che intervengono <em>radicitus<\/em> sul concetto-prassico di corporeit\u00e0.\u00a0 Il vecchio mondo, contro il nuovo. Dinamica di confronto che, puntualmente e quasi del tutto ineludibilmente, si ripresenta anche (e soprattutto) quando si tratta di affrontare la tematica intelligenza artificiale.<\/p>\n\n<p>Nuove possibilit\u00e0, nuovi problemi: il dispositivo si ripresenta, con la co-emergente necessit\u00e0 di risalire in superficie dopo un\u2019ineludibile immersione in ci\u00f2 che non si d\u00e0 a vedere nel \u2013 tendenzialmente e a tratti irrinunciabile \u2013 corrivo incedere dell\u2019uomo nel mondo. Si tratta, in altri termini, del tentativo di accostarsi alla complessit\u00e0 che, nel costante evolversi dell\u2019apparato tecnico-tecnologico umano, ne costituisce il fondo pi\u00f9 o meno manifesto: \u00abReimmaginare tutto senza per forza azzerare il mondo, evitare la tabula rasa della distopia escapista o di una comoda apocalisse, tornando sempre alla base\u00bb<a href=\"#_ftn14\">[14]<\/a>.<\/p>\n\n<p>A ben vedere, nonostante le pi\u00f9 recenti fratture prospettico-mediali abbiano causato uno smottamento (che non \u00e8 difficile considerare) senza precedenti, da sempre l\u2019uomo \u00e8 gettato in un ambiente mediato e si rapporta a media capaci di creare nuovi ambienti. Occorre, allora, farsi carico della questione nel fondativo intreccio di pratiche che costituisce lo stare al mondo di quel frammento dell\u2019intero che si definisce <em>homo sapiens<\/em>.<\/p>\n\n<p>4. <em>Ambienti mediati e media ambientali: la tecnologia in quanto testimonianza dell\u2019umano<\/em><\/p>\n\n<p>Spaesato, l\u2019uomo postmoderno si aggira nel perturbante ambiente da lui stesso costruito. Di stratificazione in stratificazione, e sempre in cammino, l\u2019orizzonte complessivo che chiamiamo mondo \u2013 ancora una volta: non per tutti uguale \u2013 restituisce le coordinate entro le quali <em>homo sapiens<\/em> elabora la propria gettatezza:<\/p>\n\n<p>una nuova citt\u00e0 algoritmica che pullula di intelligenze artificiali, big data, internet, social network, robot, elettrodomestici che si parlano tra di loro, <em>touch screen<\/em> ovunque, realt\u00e0 virtuale e aumentata, innesti bioingegneristici, macchine fotografiche che riconoscono i volti, auto a guida assistita, stampanti 3D, criptovalute e smartphone tuttofare. [\u2026] Non c\u2019\u00e8 ormai dominio delle nostre vite che non sia intessuto di tecnologie che accumulano, distribuiscono ed elaborano informazioni<a href=\"#_ftn15\">[15]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Non stupisce, dunque, che la pi\u00f9 recente <em>figura<\/em> assunta dal contesto tecnico-tecnologico conduca l\u2019uomo ad un ripensamento globale del s\u00e9 e del mondo. A maggior ragione se \u2013 come si \u00e8 tentato di evidenziare \u2013 la complessit\u00e0 del lavoro umano sia costantemente relegata nel fondo di un iceberg, dalla cui punta visibile emerge il <em>prodotto finito<\/em> a scapito del <em>processo<\/em> che lo rende tale. Stato di cose \u2013 questo \u2013 che coinvolge soprattutto chi in questa temperie vi \u00e8 approdato tanto <em>gradualmente<\/em> quanto <em>freneticamente<\/em>; chi, in altri termini, si sente culturalmente ed esistenzialmente erede e custode di un\u2019altra civilt\u00e0; e \u00abper una civilt\u00e0 del genere, poter dimostrare di discendere direttamente da umani che erano integralmente umani \u00e8 un punto irrinunciabile\u00bb<a href=\"#_ftn16\">[16]<\/a>. E, probabilmente, questo \u00e8 anche uno dei motivi che fondano il distacco di molti individui dall\u2019attuale congiuntura storica, culturale, sociale, tecnologica che ha modo di estrinsecarsi anche in una \u2013 lo si ripete, pi\u00f9 che lecita \u2013 riflessione come quella da cui prende le mosse il presente (e modesto) scritto.<\/p>\n\n<p>Vi \u00e8, per\u00f2, un\u2019ulteriore osservazione da compiere sulla scorta dell\u2019espressione \u00abintegralmente umani\u00bb. In primo luogo ci tocca rammentare \u2013 come, in parte, si \u00e8 gi\u00e0 accennato \u2013 che l\u2019attuale forma di transito assunta dall\u2019ambiente umano non \u00e8 che la pi\u00f9 recente, e ancora e sempre metamorfica, evoluzione di un processo di lungo corso: \u00abnoi cambiano il mondo e poi il mondo cambia noi: \u00e8 una vecchia storia. Non vale solo per le nostre menti, ma anche per i corpi. Noi infatti siamo gli eredi di passate rivoluzioni non meno travolgenti\u00bb<a href=\"#_ftn17\">[17]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Occorre ribadirlo: risulta arduo, nonch\u00e9 votato al fallimento, il tentativo di scorgere il punto originario di innesco di una tale dinamica; equivarrebbe alla pretesa di stabilire con esattezza insindacabile il momento a partire dal quale l\u2019essere umano sia diventato essere umano per come lo si intende oggi (e come lo si intende oggi, rimane pur sempre una questione in definitiva ancora aperta). \u00c8, nondimeno, di fondamentale importanza soffermarsi su un nodo cruciale, posto in essere da Francesco Parisi:<\/p>\n\n<p>[\u2026] il fatto \u00e8 che, qualunque direttrice si imbocchi, bisogna tenere a mente che l\u2019ambiente in cui viviamo \u00e8 sempre, in un certo senso, aumentato [\u2026], cio\u00e8 un ambiente in cui l\u2019informazione eccede la mera percezione ecologica del mondo. Ci\u00f2 \u00e8 originariamente possibile per l\u2019<em>Homo sapiens <\/em>se non altro a causa della sua prima, straordinaria tecnologia di cui ha goduto: il linguaggio<a href=\"#_ftn18\">[18]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Da questo passo emerge una soglia di ineludibile importanza: l\u2019uomo vive da sempre in ambienti mediati, la cui prima soglia di mediazione \u2013 ancor prima dell\u2019emergenza linguistica \u2013 risiede nel proprio corpo, \u00abla prima <em>apertura opaca<\/em> [\u2026] al mondo, il primo medium di cui disponiamo che mostra nascondendo\u00bb e rivela come \u00abla trasparenza non esiste nemmeno nella percezione naturale, perch\u00e9 la nostra percezione \u00e8 gi\u00e0 mediata dal corpo\u00bb<a href=\"#_ftn19\">[19]<\/a>. Da qui in poi, quel processo di ininterrotta e asintotica relazione, mediazione, esternalizzazione e retroazione con strumenti ed ambiente che ha fatto dell\u2019uomo un animale tecnologico; laddove, ci si pu\u00f2 riferire alla tecnologia come \u00ab<em>insieme di strumenti<\/em> che estendono (talvolta riducono) la capacit\u00e0 della nostra cognizione (retroazione)\u00bb e come \u00ab<em>ambiente originante<\/em> che obbliga a riconsiderare la nostra stessa nozione di umanit\u00e0 (relazione)\u00bb<a href=\"#_ftn20\">[20]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Risulta, allora, di imprescindibile importanza accogliere l\u2019attuale ambiente a doppia forza motrice dell\u2019umano \u2013 intriso di digitale e strumenti dotati di intelligenza artificiale \u2013 come il <em>risultato mobile<\/em> di un <em>gesto di discontinuit\u00e0 re-ontologizzante<\/em> nella <em>continuit\u00e0<\/em> di un <em>unico processo<\/em>.<\/p>\n\n<p>Intendere, al contrario, l\u2019attuale scenario nei termini di una fase del tutto irrelata rispetto a quanto accaduto nella storia della tecnica umana, all\u2019interno del cui perimetro l\u2019uomo stesso \u00e8 espropriato di qualsivoglia capacit\u00e0 di intervento, significa esporsi al rischio di disperdere fattivamente ed irrimediabilmente la <em>testimonianza dell\u2019umano<\/em> nel <em>lavoro tecnico-tecnologico<\/em> che, in cos\u00ec larga misura, caratterizza e scandisce le nostre vite. E il rischio di una tale deriva si situa proprio in quella variegata e diffusa attitudine prospettica di un\u2019umanit\u00e0 che, assuefatta alla pi\u00f9 recente cornice tecnologica, si approccia agli oggetti-scenari che la costituiscono dal punto di vista del <em>prodotto finito<\/em>.<\/p>\n\n<p>Su questo asse di riferimento, innegabilmente e almeno a primo impatto, l\u2019impronta dell\u2019uomo nei prodotti si fa sbiadita. E non \u00e8 difficile attribuire ai pi\u00f9 disparati strumenti dotati di IA un\u2019intelligenza autonoma e del tutto indipendente dall\u2019azione umana, proprio perch\u00e9 spesso manifestano una somiglianza con l\u2019assetto comportamentale-esecutivo antropico. In questa cornice entra anche in gioco ci\u00f2 che il filosofo Daniel C. Dennett ha definito \u00ab<em>atteggiamento intenzionale<\/em> (<em>intentional stance<\/em>)\u00bb, vale a dire l\u2019antica propensione umana ad intendere \u00abil comportamento osservabile degli esseri viventi e degli oggetti [\u2026] come manifestazione di una volont\u00e0 interiore tesa al raggiungimento di un determinato obiettivo\u00bb<a href=\"#_ftn21\">[21]<\/a>. Ma, sebbene gli sviluppi degli studi sull\u2019IA procedano a passo spedito \u2013 ed abbiano raggiunto notevoli risvolti \u2013 almeno fino ad oggi, tutte le tecnologie di tal fatta a nostra disposizione, complesse e sgargianti quanto possano apparire, sono di tipo <em>ristretto<\/em>. In altri termini, sommamente efficaci ed efficienti nella risoluzione di compiti algoritmicamente predefiniti, ma prive di qualsiasi forma di coscienza o intenzionalit\u00e0 \u2013 caratteristiche di fondo di ci\u00f2 che invece, in contrapposizione alle prime, viene definita intelligenza artificiale <em>forte<\/em> o <em>generale<\/em>. E, per quanto ad oggi \u2013 tra rotocalchi, social network, piazze e salotti \u2013 non trascorra giorno in cui non si affronti la questione dell\u2019IA, non \u00e8 scontato pensare che il corpo collettivo sia avvezzo a questa basilare e fondamentale distinzione.<\/p>\n\n<p>Ora, il punto non risiede in una rassegna panoramica di ci\u00f2 che, fino ad ora, \u00e8 riuscita a produrre l\u2019industria dell\u2019intelligenza artificiale; n\u00e9 tantomeno si colloca nell\u2019intento di comprendere se e in che misura, in un futuro pi\u00f9 o meno remoto, dall\u2019attuale stato di cose si potr\u00e0 transitare ai primi abbozzi di intelligenze artificiali generali; e l\u2019attuale non \u00e8 nemmeno la sede adatta per discutere, con il debito rigore, le premesse e le implicazioni che co-emergono e si co-evolvono nell\u2019intreccio tra quest\u2019ambito e le ulteriori pratiche umane.<\/p>\n\n<p>Ci si vuole, invece, soffermare su quell\u2019attitudine prospettica che conduce l\u2019uomo a rapportarsi \u2013 per i pi\u00f9 disparati motivi \u2013 agli oggetti dell\u2019attuale ambiente tecnologico sotto il rispetto dei <em>prodotti finiti<\/em>. Sulla scorta di ci\u00f2, risulta invece di importanza irrinunciabile accogliere gli stessi <em>anche<\/em> come <em>esiti mobili<\/em> di <em>processi<\/em> <em>umani<\/em>. In quest\u2019orizzonte, l\u2019uomo non si configura naturalmente come l\u2019unico e statico soggetto del processo tecnico, perch\u00e9 nel rapportarsi ad ambienti mediati e media ambientali, diventa al contempo oggetto degli stessi: nel modificare il proprio mondo-ambiente e i propri strumenti ne \u00e8 al contempo modificato, in un complesso intreccio in cui soggetto ed oggetto si avvicendano.\u00a0 In questo quadro, non risulta particolarmente proficuo n\u00e9 agghindarci precipitosamente di ampollosi orpelli di protagonismo che non ci appartengono; n\u00e9, al contempo, dimenticarci di noi, a favore di una presunta e ancora, in parte, remota autonomia delle macchine.\u00a0<\/p>\n\n<p>In questa direzione, come osservato \u2013 tra gli altri \u2013 da Telmo Pievani, anche la scienza dovrebbe intraprendere un modo comunicativo che non si limiti<\/p>\n\n<p>a sciorinare i risultati, i prodotti, i dati, i numeri. Sono essenziali, certo, ma quelli cambiano nel corso del tempo, si accumulano e vanno aggiornati. Ancor pi\u00f9 importante \u00e8 spiegare come si arriva a quei risultati, perch\u00e9 sono affidabili ed entro quali limiti: bisogna, insomma, raccontare anche i processi, cio\u00e8 l\u2019approccio scientifico, il metodo, la genesi di quei prodotti, la loro validazione<a href=\"#_ftn22\">[22]<\/a>.<\/p>\n\n<p>Soprattutto nel caso delle ricerche sull\u2019IA \u2013 poich\u00e9 uno degli ambiti in cui maggiormente ci si rapporta al <em>prodotto finito<\/em> \u2013 occorre che si racconti anche il <em>processo<\/em>, affinch\u00e9 il <em>lavoro tecnologico<\/em> si configuri, ancora e sempre, come <em>testimonianza dell\u2019umano<\/em>. Il che non significa, almeno in prima battuta, assumere una postura favorevole o meno all\u2019avanzamento tecnologico \u2013 termine-prassico cos\u00ec complesso che andrebbe discusso ad ogni sua particolare applicazione; ma si configura, al contrario, come il tentativo di strutturare la cornice complessiva di dialogo entro cui poter stabilire, asintoticamente e ininterrottamente, il <em>verso dove<\/em> dell\u2019umano in relazioni ai suoi <em>strumenti<\/em>: \u00abPare oggi che il medesimo processo evolutivo che ha permesso al <em>Sapiens<\/em> di guadagnare il centro lo riporti, paradossalmente, al margine o quanto meno lo costringa a <em>ridefinire il suo posto nel mondo<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn23\">[23]<\/a>.<\/p>\n\n<p>La frequentazione degli oggetti del mondo in quanto (presunti) <em>prodotti finiti<\/em> e non <em>processi<\/em>, rischia di assumere la forma di fattore e catalizzatore di inibizione prospettica. Occorre volgersi alla complessit\u00e0, al ritorno mai sopito verso la radice speculativa socratica: la domanda sul <em>che cos\u2019\u00e8<\/em>, sulla <em>cosa in s\u00e9<\/em>, che ha nel suo fondo aporetico tanto il suo limite quanto il suo carburante. Non la si possiede mai, dal punto di vista umano, la cosa stessa; ma, come insegna la tragedia greca, la misura la si struttura nella sua \u2013 di volta in volta attuale \u2013 figura di transito, solo guardando l\u2019abisso. Solo misurandosi e rimisurandosi, asintoticamente e ininterrottamente, con la meravigliosa e terribile complessit\u00e0 dell\u2019intero.<\/p>\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> C. Sini, <em>Raccontare il mondo. Filosofia e cosmologia<\/em>, CUEM, Milano 2001, p. 20.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Su ci\u00f2 Cfr. Spinoza, <em>Etica<\/em>, trad. e cura di G. Durante, Bompiani, Milano 2007, Parte I, Definizione I, p. 5: \u00abIntendo per causa di s\u00e9 ci\u00f2 la cui essenza implica l\u2019esistenza; ossia ci\u00f2 la cui natura non si pu\u00f2 concepire se non esistente\u00bb. Per un commento ragionato della prima definizione dell\u2019<em>Etica<\/em> spinoziana si rimanda a C. Sini, <em>Spinoza o l\u2019archivio del sapere<\/em> in <em>Opere<\/em>, a cura di F. Cambria, vol. IV tomo I, Jaca Book, Milano 2012: \u00abIl mondo \u00e8 gi\u00e0 l\u00e0 con tutte le sue cose: questo \u00e8 l\u2019esistente puro e semplice, questo \u00e8 il sorprendente e l\u2019inusitato per il pensiero. Ma voi direte che queste cose non sono l\u2019esistente puro e semplice, non sono propriamente il \u201cche c\u2019\u00e8\u201d del mondo. S\u00ec, ma l\u2019esistente in ognuna di esse \u00e8 gi\u00e0 l\u00e0, come il puro e semplice esistente, e non va cercato altrove. Questa \u00e8 la sconvolgente formula spinoziana che, come tutte le formule, dice tutto e non dice nulla, sicch\u00e9 ancora la ripetiamo [\u2026]: <em>Deus sive natura<\/em>. Pensare queste tre parole [\u2026] significa inoltrarsi nell\u2019abisso. Tutte queste cose \u2013 terre, soli, mari, galassie \u2013, tutte queste cose non sono propriamente l\u2019esistente; ma esso in ognuna \u00e8 gi\u00e0 l\u00e0, sicch\u00e9 non v\u2019\u00e8 inizio che possiamo immaginare o pensare, che non sia gi\u00e0, che non frequenti gi\u00e0 questo esistente\u00bb (p. 127).<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> A. Baricco, <em>The game<\/em>, Einaudi, Torino 2018, p. 152. A tal proposito \u00e8 doveroso specificare che Baricco colloca la presente riflessione nell\u2019epoca della colonizzazione digitale (1999-2007), che segue l\u2019et\u00e0 classica (1981-1998) e precede il periodo definito propriamente del <em>game <\/em>(2008-2016).<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> D. Borghetti, <em>intelligentIA<\/em>, Lekton edizioni, Acireale 2022, p. 17.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> A. Baricco, <em>The game<\/em>, cit., p. 88.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> Su ci\u00f2 Cfr. C. Sini, <em>L\u2019uomo, la macchina, l\u2019automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino 2009.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> Su ci\u00f2 Cfr. A.M. Turing, <em>Intelligenza meccanica<\/em> (<em>Collected works of A. M. Turing. Mechanical Intelligence<\/em>, 1992), trad. e cura di G. Lolli e N. Dazzi, Bollati Boringhieri, Torino 1994, pp. 121-157.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> Su ci\u00f2 Cfr. C. Sini, <em>Il potere invisibile<\/em> in C. Sini, <em>Inizio<\/em>, Milano, Jaca Book, Milano 2016, pp. 21-57.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> W. Benjamin, <em>L\u2019opera d\u2019arte nell\u2019epoca della sua riproducibilit\u00e0 tecnica <\/em>(<em>Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit<\/em>, 1936), trad. e cura di F. Valagussa e E. Filippini, Torino, Einaudi 2014, p. 9.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref10\">[10]<\/a> A. Baricco, <em>The game<\/em>, cit., p. 248.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref11\">[11]<\/a> Su ci\u00f2 Cfr. E. Mazzarella, <em>Contro Metaverso. Salvare la presenza<\/em>, Mimesis, Milano-Udine 2022; B-C. Han, <em>Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete<\/em> (<em>Infokratie<\/em>, 2021), trad. e cura di F. Buongiorno, Einaudi, Torino 2023; Id., <em>Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale<\/em> (<em>Undinge: Umbr\u00fcche der Lebenswelt<\/em>, 2021), trad. e cura di S. Aglan-Buttazzi, Einaudi, Torino 2022.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref12\">[12]<\/a> A. Baricco, <em>The game<\/em>, cit., p. 283.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref13\">[13]<\/a> Ivi, p. 284.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref14\">[14]<\/a> M. Meschiari, <em>Landness. Una storia geoanarchica<\/em>, Meltemi, Milano 2022, p. 190.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref15\">[15]<\/a> T. Pievani, <em>La natura \u00e8 pi\u00f9 grande di noi<\/em>, Milano, Solferino 2022, pp. 130-131.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref16\">[16]<\/a> A. Baricco, <em>The game<\/em>, cit., p. 310.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref17\">[17]<\/a> T. Pievani, <em>La natura \u00e8 pi\u00f9 grande di noi<\/em>, cit., p. 131.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref18\">[18]<\/a> F. Parisi, <em>La tecnologia che siamo<\/em>, Torino, Codice edizioni 2019, p. 34.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref19\">[19]<\/a> Ivi, cit., p. 162.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref20\">[20]<\/a> Ivi, p. 4.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref21\">[21]<\/a> D. Borghetti, <em>intelligentIA<\/em>, cit., p. 95.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref22\">[22]<\/a> T. Pievani, <em>La natura \u00e8 pi\u00f9 grande di noi<\/em>, cit., p. 131.<\/p>\n\n<p><a href=\"#_ftnref23\">[23]<\/a> S. Natoli, <em>Il posto dell\u2019uomo nel mondo. Ordine naturale, disordine umano<\/em>, Feltrinelli, Milano 2022, p. 11.<\/p>\n\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Mattia Span\u00f2 \u201cSapere\u201d questo che \u00e8 cos\u00ec un sapere etico: sapere che \u00e8 appunto sapere quello che si fa: collocarsi ogni volta in un inizio e perci\u00f2 in una destinazione, cio\u00e8 in un orizzonte figurato di mondo, secondo la necessit\u00e0 \u201cassegnata\u201d delle nostre figure. 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