{"id":3761,"date":"2024-06-12T10:00:05","date_gmt":"2024-06-12T10:00:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=3761"},"modified":"2024-06-12T10:01:09","modified_gmt":"2024-06-12T10:01:09","slug":"alexander-von-humboldt-il-viaggiatore-moderno-che-incontro-i-selvaggi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2024\/06\/12\/alexander-von-humboldt-il-viaggiatore-moderno-che-incontro-i-selvaggi\/","title":{"rendered":"Alexander Von Humboldt: il viaggiatore moderno che incontr\u00f2 i selvaggi"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"3761\" class=\"elementor elementor-3761\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-ee8c9e5 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"ee8c9e5\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-856e481\" data-id=\"856e481\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-a5f334e elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"a5f334e\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<p style=\"text-align: right;\">di Matteo Zonta<\/p><p>\u00a0<\/p><ol><li><em>Il canto degli uccelli<\/em><\/li><\/ol><p>\u00a0<\/p><p>Alexander Von Humboldt ci presenta, dalle prime battute del testo <em>Voyage<\/em><em> aux r\u00e9gions \u00e9quinoxiales du Nouveau Continent<\/em>, una passione per la scoperta e per lo studio di territori a lui sconosciuti. Il testo, in ben trenta volumi, \u00e8 il resoconto del suo viaggio nelle zone dell\u2019America centrale e meridionale compiuto tra il 1799 e il 1804.<\/p><p>La possibilit\u00e0 di autofinanziarsi il viaggio, grazie all\u2019eredit\u00e0 della defunta madre, gli ha fornito la massima libert\u00e0 di ricerca e l\u2019assenza di doveri istituzionali.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Fin dalla mia prima giovinezza, avevo provato l\u2019ardente desiderio di viaggiare in regioni lontane e poco visitate dagli Europei. Tale desiderio caratterizza un periodo della nostra esistenza in cui la vita ci sembra un orizzonte senza confini, in cui nulla ci seduce di pi\u00f9 che i grandi sconvolgimenti dell\u2019anima e l\u2019immagine dei pericoli fisici. Cresciuto in un Paese che non ha alcun rapporto diretto con le colonie delle due Indie, e vivendo poi in un\u2019area montuosa lontana dalle coste, e nota per l\u2019intenso sfruttamento minerario, sentii svilupparsi progressivamente in me una viva passione per il mare e per le lunghe navigazioni. Le cose che conosciamo soltanto attraverso i racconti dei viaggiatori hanno un fascino particolare: la nostra immaginazione si compiace di tutto ci\u00f2 che \u00e8 vago e indefinito; le gioie di cui ci vediamo privati ci sembrano preferibili a quelle che proviamo ogni giorno nel cerchio ristretto della vita stanziale.<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a><\/p><p>\u00a0<\/p><p>Questo passo fa comprendere quale potesse essere lo stato d\u2019animo che aveva sempre avuto il nostro autore all\u2019idea di compiere un cos\u00ec lungo viaggio e in un passo di poco successivo ci racconta le sue emozioni ora che il lungo viaggio sta per diventare realt\u00e0.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Il sentimento che si prova nell\u2019intraprendere il primo viaggio di lunga durata \u00e8 nondimeno accompagnato da un\u2019emozione profonda, che non somiglia a nessuna di quelle che abbiamo provato nella nostra prima giovinezza. Separati dagli oggetti e dai nostri pi\u00f9 cari effetti, entrando per cos\u00ec dire in una vita nuova, siamo costretti a ripiegarci su noi stessi, venendoci a trovare in un isolamento che non avevamo mai conosciuto<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Il viaggio \u00e8 quindi un\u2019esperienza totale che proprio per il suo portarci lontano nello spazio e fuori dalla nostra quotidianit\u00e0, dalle nostre abitudini materiali e dalle reti di relazioni abituali genera spaesamento nel viaggiatore e lo porta a dover accettare questo terremoto che trasforma la consuetudine in evento e crea l\u2019occasione per trasformare il viaggio in scoperta. Questo \u00e8 uno degli aspetti pi\u00f9 interessanti di Humboldt, ossia il suo continuo riflettere anche su se stesso, sulla figura del viaggiatore. L\u2019insicurezza e lo spaesamento del viaggiatore riguardano anche la discrasia tra l\u2019immagine che di un determinato territorio si era fatto e quello che effettivamente \u00e8. Il contrasto tra immaginazione e realt\u00e0 fa parte del quotidiano del viaggiatore e accettare questo punto di partenza non pu\u00f2 che giovare a una rigorosa descrizione della realt\u00e0. La natura, per prima, \u00absi presenta con un volto inatteso\u00bb<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a> e i resoconti di viaggiatori del passato sui quali ci si \u00e8 formati non trovano corrispondenza nella realt\u00e0 circostante.<\/p><p>Humboldt, appena giunto in America meridionale, fu subito colpito dagli uccelli del posto e l\u2019autore si esprime cos\u00ec:<\/p><p>\u00a0<\/p><p>In quel luogo fummo per la prima volta colpiti da quei nidi a forma di bottiglia o di piccola tasca che si trovano sospesi ai rami degli alberi pi\u00f9 bassi. Testimoniano dell\u2019ammirevole industriosit\u00e0 degli icteridi, che mescolavano il loro canto ai rigidi rauchi dei pappagalli e delle are. Queste ultime, molto conosciute per la vivacit\u00e0 dei loro colori, volavano solo in coppia, mentre i pappagalli veri e propri si muovevano in gruppi di centinaia di esemplari. Bisogna aver vissuto sotto questi climi, soprattutto nelle calde valli delle Ande, per capire come tali uccelli riescano talora a coprire con la loro voce il sordo rumore dei torrenti che si precipitano di roccia in roccia.<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a><\/p><p>\u00a0<\/p><p>Questo passo relativo agli uccelli potrebbe sembrare apparentemente non rilevante ma in realt\u00e0 assume un significato molto preciso se pensiamo a ci\u00f2 che proprio sugli uccelli era stato detto per esempio da un Cristoforo Colombo e ripreso acriticamente da Cornelius De Paux, ossia che gli uccelli nel Nuovo Mondo non erano in grado di emettere suoni e di cantare<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>. Questo esempio di diatriba apparentemente futile sul canto degli uccelli ci d\u00e0 degli spunti metodologi molto interessanti. Ci rendiamo conto di quanto l\u2019esperienza del viaggio sia dal punto di vista epistemologico molto pi\u00f9 importante rispetto alla speculazione a tavolino o all\u2019immaginazione. Il viaggio di Humboldt assume nel corso di tutto il testo l\u2019aspetto di una lotta contro i pregiudizi e la vittoria dell\u2019osservazione e della misurazione contro la speculazione e la fantasia.<\/p><p>\u00a0<\/p><ol start=\"2\"><li><em>Gli Indiani Chaymas<\/em><\/li><\/ol><p><strong>\u00a0<\/strong><\/p><p>Il primo resoconto di Humboldt su una particolare trib\u00f9 di nativi riguarda gli indiani Chaymas del villaggio di San Fernando dove era presente una missione<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>. Gli indiani Chaymas vivono in capanne e vi \u00e8 una forte uniformit\u00e0 edilizia oltre che un ambiente tranquillo e con abitanti taciturni.\u00a0 Le famiglie del villaggio coltivano tutte un territorio comune posto fuori dalla zona abitata. Questo territorio comune non era gestito e organizzato dagli indiani ma dal missionario. Vicino alla chiesa e alla casa del missionario si trova una residenza atta ad ospitare i viaggiatori. Cos\u00ec \u00e8 descritto il missionario di San Fernando:<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Il missionario di San Fernando era un cappuccino aragonese, molto avanti negli anni, ma ancor pieno di vigore e di vivacit\u00e0. La sua pronunciatissima pinguedine, il suo carattere allegro, il suo interesse per le battaglie e per gli assedi, erano poco in sintonia con le idee di malinconica reverie e vita contemplativa che sui missionari vengono coltivate nei Paesi del Nord. Bench\u00e9 molto occupato con una mucca che doveva essere macellata l\u2019indomani, il vecchio religioso ci ricevette cordialmente; ci permise di appendere le nostre amache in corridoio della sua residenza. Seduto a far nulla per gran parte del giorno, su una grande poltrona in legno rosso, si lamentava amaramente di quella che definiva la pigrizia dei nostri compatrioti. Ci pose mille domande sul vero scopo del nostro viaggio, che gli sembrava pericoloso e, quanto meno, inutile.<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a><\/p><p>\u00a0<\/p><p>La descrizione dell\u2019organizzazione politica del villaggio che ci fornisce Humboldt va contro i pregiudizi che volevano gli indiani d\u2019America come esseri incapaci di darsi un governo e quindi abbandonati a una totale anarchia. Sia nei testi di chi li voleva denigrare a tutti i costi sia nei testi di un Rousseau, la vita dei selvaggi era ritenuta incompatibile con qualsiasi tipo di organizzazione politica.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Il governo di queste comunit\u00e0 indiane \u00e8 d\u2019altra parte molto complicato; esse hanno il loro governatore, i loro alguazil maggiori e i loro comandanti militari, tutti indigeni dalla pelle rossa. La compagnia degli arcieri ha i suoi stendardi, e si esercita con l\u2019arco e le frecce tirando su bersagli; \u00e8 la guardia nazionale del paese.<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a><\/p><p>\u00a0<\/p><p>La complessit\u00e0 del loro governo si aggiunge alla lista di informazioni raccolte sul posto volte a rimettere in discussione le credenze degli europei.<\/p><p>\u00a0<\/p><ol start=\"3\"><li><em>I mangiatori di terra Otomachi<\/em><\/li><\/ol><p>\u00a0<\/p><p>Gli Otomachi vivono in un piccolo villaggio chiamato Uruana, sulle sponde del fiume Orinoco. Humboldt riferisce in alcune pagine nel corso del suo testo ci\u00f2 che ha appreso dopo una giornata passata nel villaggio degli Otomachi. La caratteristica che subito balza all\u2019occhio del viaggiatore \u00e8 il loro essere mangiatori di terra. La pratica di mangiare la terra \u00e8 da loro svolta quotidianamente per placare la fame. Humboldt si preoccupa subito di distinguere tra mangiare e nutrirsi in quanto gli Otomachi mangiano la terra per placare la fame ma non ricevono dalla terra alcun tipo di sostanze nutritive necessarie alla loro sopravvivenza e non si pu\u00f2 dunque parlare della terra come di un alimento.<\/p><p>Pur avendo un solo giorno a disposizione, Humboldt \u00e8 interessato ad approfondire le pratiche quotidiane degli Otomachi relativamente alle modalit\u00e0 in cui viene mangiata la terra, usanza talmente stravagante agli occhi di un europeo da spingere il viaggiatore verso quella sensazione di spaesamento che pu\u00f2 generare virtuosamente una sana curiosit\u00e0. Secondo Humboldt anche altri popoli della zona dell\u2019Orinoco mangiano la terra ma l\u2019autore vuole limitarsi a \u00abriferire quanto abbiamo visto con i nostri occhi, o saputo dalla viva voce del missionario che una sfortunata fatalit\u00e0 ha condannato a vivere per dodici anni in mezzo alla selvaggia e turbolenta trib\u00f9 degli Otomachi\u00bb<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a> dimostrando ancora una volta di non volere andare oltre alle informazioni raccolte in prima persona. Gli Otomachi sono un popolo di cacciatori e raccoglitori, contrariamente ai precitati Indiani Chaymas che erano agricoltori. Vengono descritti come forti fisicamente, scontrosi e vendicativi. La loro principale risorsa alimentare sono i pesci pescati nell\u2019Orinoco quando l\u2019acqua \u00e8 bassa a sufficienza da poterli infilzare direttamente dall\u2019alto camminando nell\u2019acqua. La situazione diventa drammatica in quei periodi di piena del fiume nei quali diventa impossibile procurarsi il pesce. In questi periodi della durata di due o tre mesi gli Otomachi iniziano a mangiare la terra. Della terra ne vengono fatte delle polpette ammucchiate nelle capanne come scorta alimentare. La terra \u00e8 un\u2019argilla morbidissima grigio-giallastra che viene leggermente bruciata sul fuoco.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Abbiamo esaminato noi stessi, sull\u2019Orinoco e, dopo il nostro ritorno a Parigi, le palle di terra che avevamo riportato, senza rilevarvi traccia di mescolanza con sostanza organica veruna, n\u00e9 oleosa, n\u00e9 farinosa. Il selvaggio considera commestibile tutto ci\u00f2 che placa la fame: cos\u00ec, quando si domanda a un Otomaco di cosa si nutra, nei due mesi in cui il livello del fiume \u00e8 pi\u00f9 alto, mostra le sue polpette di terra argillosa. \u00c8 questo che egli definisce il suo cibo principale, poich\u00e9, in questo periodo, solo raramente riesce a procurarsi una lucertola, una radice di felce, un pesce morto che galleggia sulla superficie dell\u2019acqua.<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a><\/p><p>\u00a0<\/p><p>Humboldt \u00e8 fortemente sorpreso dal fatto che il consumo di terra non si limiti ai periodi di piena del fiume ma che, in quantit\u00e0 seppur minore, viene consumata dagli Otomachi assieme ad altri alimenti tutti i giorni dell\u2019anno e l\u2019aspetto che colpisce ancor di pi\u00f9 l\u2019osservatore \u00e8 la mancanza di effetti collaterali di questa pratica per la salute dell\u2019organismo laddove invece presso altri popoli il consumo di terra porta a morte e deperimento. Gli Otomachi prevengono eventuali ostruzioni gastriche tramite l\u2019utilizzo di olio o di grasso di coccodrillo. Il clima torrido e la conseguenza sudorazione e traspirazione che causa nell\u2019uomo parrebbero favorire la salute dello stomaco. Humboldt inizia poi una serie di comparazioni con altri popoli della zona torrida che si cibano della terra, dai Giavanesi che se ne nutrono dopo averla stesa su una lastra di latta agli abitanti della Nuova Caledonia che \u00abquando vogliono placare la fame in tempo di carestia, mangiano grossi pezzi di una pietra ollare e friabile\u00bb<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>. Vengono citati anche gli abitanti di Popayan, nel Per\u00f9, dove si consuma la calce ridotta in polvere finissima, sempre per placare l\u2019appetito.<\/p><p>Cos\u00ec conclude Humboldt la vicenda dei mangiatori di terra:<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Quando si riflette su tutti questi fatti, si deve concludere che questo appetito sregolato per le terre argillose, magnesiache e calcaree, \u00e8 molto comune presso i popoli della zona torrida; che non \u00e8 sempre causa di malattie; e che alcune trib\u00f9 mangiano terra per golosit\u00e0, mentre altre (gli Otomachi in America e gli abitanti della Nuova Caledonia nel Mare del Sud) la mangiano per bisogno, per placare la fame. Un gran numero di fenomeni fisiologici ci dimostra come la fame possa momentaneamente cessare, senza tuttavia che le sostanze sottoposte all\u2019azione degli organi della digestione siano, a voler parlare propriamente, nutritive<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Il motivo per cui gli Otomachi riescono a non patire questo tipo di alimentazione \u00e8 ricondotto da Humboldt all\u2019abitudine prolungata di generazione in generazione. Col passare delle generazioni i corpi si sarebbero adattati sempre meglio a questo tipo di alimentazione. L\u2019aspetto pi\u00f9 interessante di questo approfondimento che Humboldt ci ha fornito sulle usanze alimentari geofaghe degli Otomachi \u00e8 il modo in cui il tutto \u00e8 stato trattato e descritto. Desta gi\u00e0 molto interesse il non aver subito etichettato una simile usanza come bestiale e non degna di essere studiata ma anzi l\u2019averne ricercato le cause materiali. Humboldt non si limita alla mera descrizione del fatto ma si domanda costantemente quali siano le cause che lo rendono possibile, come venga vissuto dagli individui e quale sia la risposta che forniscono i corpi a questo regime alimentare. Ci troviamo di fronte a una descrizione che mentre descrive una pratica cerca anche di comprenderla e di inserirla nelle vite e nei corpi degli individui. Potremmo chiederci a che vantaggio affrontare uno studio di questo tipo ma \u00e8 proprio il superamento di questa domanda in favore della ricerca come puro gusto di ampliare i propri riferimenti e le proprie visioni del mondo che permette ad Alexander Von Humboldt di non porre limiti al suo lavoro e provare ad andare oltre la convinzione per cui si crede che \u201cle scienze siano degne di occupare la mente soltanto quando offrono alla societ\u00e0 qualche vantaggio materiale\u201d<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>.<\/p><p>\u00a0<\/p><ol start=\"4\"><li><em>I valorosi guerrieri Caribe<\/em><\/li><\/ol><p><strong>\u00a0<\/strong><\/p><p>L\u2019ultimo popolo ampiamente descritto da Humboldt \u00e8 quello dei Caribe, disseminati in molti villaggi. I Caribe studiati da Humboldt sono un popolo un tempo nomade \u00abrecentemente radicatosi in una terra e differente da tutti gli altri Indiani per forza fisica e intellettiva\u00bb<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>. La descrizione seguente dei Caribe ci ricorda il quadro su di loro gi\u00e0 presente in Rousseau nel <em>Discours sur l\u2019origine de l\u2019in\u00e9galit\u00e9 parmi les hommes<\/em> in cui venivano esaltate le loro abilit\u00e0 fisiche:<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Non ho mai visto altrove una razza di uomini pi\u00f9 slanciati (da cinque piedi e sei pollici a cinque piedi e dieci pollici) e di statura pi\u00f9 colossale. Gli uomini, e ci\u00f2 \u00e8 assai comune in America, sono pi\u00f9 coperti delle donne. Queste indossano soltanto il guajuco, o perizomas, in forma di strisciolina; gli uomini avvolgono la parte bassa del corpo, fino alle anche, con un panno di tela blu scuro, quasi nero<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>I Caribe differiscono quindi da tutti gli altri popoli indiani per il loro aspetto slanciato e anche per la fisionomia del loro volto che secondo Humboldt \u00e8 pi\u00f9 simile a quella degli europei che a quella dei popoli asiatici per via del naso meno largo e degli zigomi meno sporgenti. I Caribe sono cos\u00ec diffusi e citati per via dell\u2019importanza che hanno avuto nel dominare e influenzare popoli vicini al punto che la loro lingua \u00e8 parlata anche da individui non di origini Caribe. Von Humboldt \u00e8 convinto che il viaggiatore che ha pretesa di parlare di un popolo non possa tralasciare il peso politico di questo popolo, l\u2019influenza che esso esercita sui popoli vicini e le migrazioni che lo hanno caratterizzato nella sua storia. Secondo Humboldt, ai tempi della scoperta dell\u2019America da parte degli europei, i Caribe occupavano una zona molto pi\u00f9 ampia rispetto a quella che occupano nel momento in cui egli li visita in quanto gli europei hanno sterminato tutti coloro che vivevano sulle Antille e sulle coste del Darien. Nonostante queste atrocit\u00e0, il numero di Caribe in vita secondo il testo di Humboldt \u00e8 di quarantamila individui divisi tra gli Llanos di Piritu e le rive del Caroni e del Cujuni.<\/p><p>I Caribe di fronte ai quali si trova Humboldt non sono che dei sopravvissuti rispetto al loro periodo d\u2019oro, non ben storicamente collocabile, in cui sappiamo che dominavano gran parte del continente americano, complici sia le lotte tra popoli americani che le atrocit\u00e0 commesse dagli europei. Questo sentimento di antica grandezza rimane in un\u2019espressione da loro spesso usata e che ci riporta Humboldt ossia \u201cnoi soli siamo un popolo\u201d<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>. Nella ricostruzione di Von Humboldt l\u2019idea di superiorit\u00e0 da parte di un popolo e la conflittualit\u00e0 fra popoli sembrano essere cifre comuni di tutta l\u2019umanit\u00e0. Questa constatazione permette a Von Humboldt di far comprendere che i popoli selvaggi possono essere guerrieri e violenti esattamente quanto lo sono gli europei lanciando uno dei suoi messaggi polemici contro coloro che parlavano di et\u00e0 dell\u2019oro priva di conflitti in riferimento alla vita dei nativi americani, rigorosamente senza averli mai incontrati.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Ovunque, sia presso le trib\u00f9 semiselvagge, sia nelle zone pi\u00f9 civilizzate d\u2019Europa, riscontriamo questi odi inveterati, questo nomi di popoli nemici che l\u2019uso delle diverse lingue ha trasformato nei pi\u00f9 feroci fra gli insulti.<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a><\/p><p>\u00a0<\/p><p>Humboldt inizia poi a parlare delle pratiche con cui i Caribe modificano i loro corpi:<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Vedemmo con gran pena i tormenti ai quali le madri caribe sottopongono i bambini, fin dalla pi\u00f9 tenera et\u00e0, per far loro ingrossare non soltanto i polpacci, bens\u00ec, alternativamente, la carne delle gambe, della caviglia fino all\u2019alto delle cosce. Delle bende di cuoio o di tessuti di cotone sono collocati a mo\u2019 di stretti lacci a due o tre pollici di distanza; stringendoli progressivamente, si fanno gonfiare i muscoli nell\u2019intervallo fra le bende. I nostri bimbi in fasce soffrono molto meno dei bambini dei popoli caribe, cio\u00e8 presso una popolazione che si dice esser pi\u00f9 vicina allo stato di natura [\u2026] l\u2019uomo dei boschi, che noi crediamo di costumi tanto semplici, non \u00e8 cos\u00ec docile quando si tratta della sua toeletta e delle idee che si \u00e8 formato sulla bellezza e sulla buona creanza.<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a><\/p><p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p><p>Questo passo, riferito alla loro pratica svolta per rendere i bambini pi\u00f9 veloci e abili nella corsa, mostra un forte intervento umano sulla natura e una modificazione volontaria del corpo al fine di raggiungere un determinato modello. Siamo molto distanti da descrizioni che vorrebbero i Caribe vicini allo stato di natura, dal momento che l\u2019autore ci riporta moltissime tradizioni e pratiche sociali.<\/p><p>Il tono di Humboldt \u00e8 sempre caratterizzato da una profonda e sincera umilt\u00e0. Crede fermamente che ci vorrebbe molto pi\u00f9 tempo e occorrerebbe visitare molti pi\u00f9 luoghi per poter parlare seriamente dei loro usi e costumi. Secondo Humboldt conoscere i Caribe vuol dire veder \u00absparire i pregiudizi che sono sorti contro di loro in Europa, dove li si considera i pi\u00f9 selvaggi\u00bb<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a>.<\/p><p>\u00a0<\/p><ol start=\"5\"><li><em>Un vecchio pappagallo<\/em><\/li><\/ol><p>\u00a0<\/p><p>Nel riportare questi incontri, l\u2019atteggiamento di Von Humboldt \u00e8 caratterizzato dal superamento di stereotipi e di descrizioni caricaturali dei nativi americani. L\u2019autore rifiuta il vecchio dibattito sul buono o cattivo selvaggio, in virt\u00f9 di una corretta comprensione dell\u2019altro a partire da una buona etnografia.\u00a0 Lo stile di Humboldt \u00e8 quello dello studioso e in quanto tale \u00e8 dispiaciuto di non poter pi\u00f9 incontrare e studiare determinate popolazioni, come mostra l\u2019episodio fortemente significativo degli Atures.<\/p><p>La popolazione Atures, secondo il racconto fatto dagli Indiani Guahibes, si sarebbe dovuta rifugiare fra delle rocce per fuggire dagli attacchi dei Caribe.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>\u00c8 l\u00e0 che questa popolazione, un tempo tanto numerosa, si estinse a poco a poco, insieme alla sua lingua. Ancora nel 1767, al tempo del missionario Gilij, era testimoniata l\u2019esistenza delle ultime famiglie degli Atures; all\u2019epoca del nostro viaggio, a Maypures \u2013 ed \u00e8 circostanza assai rimarchevole \u2013 veniva esibito un vecchio pappagallo \u00abche dice cose incomprensibili, poich\u00e9 parla la lingua degli Atures\u00bb.<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Anche Alexander Von Humboldt, un po\u2019 come gli Atures, \u00e8 stato in gran parte dimenticato. Secondo Andrea Wulf, l\u2019autore \u00e8 oggi quasi completamento sconosciuto nei paesi di lingua inglese. A favorire ci\u00f2 fu anche il diffondersi di un sentimento antitedesco nel periodo della Prima guerra mondiale. Nel 1917 a Cleveland, citt\u00e0 in cui il centenario della nascita di Humboldt era stato addirittura festeggiato, vennero bruciati i libri di lingua tedesca. A Cincinnati la biblioteca pubblica venne privata dei libri di autori tedeschi e \u201cHumboldt Street\u201d fu ribattezzata in altro modo<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\">[21]<\/a>. Il passo dall\u2019avere una via dedicata in suo nome all\u2019oblio era stato brevissimo. Oggi Alexander Von Humboldt potrebbe sembrare un nome di secondaria importanza ma mentre era in vita e nei decenni immediatamente successivi non fu certo cos\u00ec. Per citare due esempi, entrambi di autori di lingua inglese, possiamo ricordare che Charles Darwin aveva con s\u00e9 il volume della <em>Personal Narrative<\/em><a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a> quando si mise in viaggio col suo Beagle allo scopo di circumnavigare il globo e che nel libro di viaggio <em>Beyond the Mexique Bay <\/em>del 1934, il celebre Aldous Huxley si rifaceva al <em>Political Essay on the Kingdom of New Spain<\/em> di Humboldt. Possiamo quindi comprendere perch\u00e9 il re di Prussia Federico Guglielmo IV defin\u00ec Alexander Von Humboldt \u00abIl pi\u00f9 grande di tutti gli uomini dal Diluvio Universale\u00bb<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a>.<\/p><p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> A. Von Humboldt, <em>Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente<\/em>, Quodlibet, Macerata 2014, p. 32.<\/p><p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Ivi, p. 47.<\/p><p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Ivi, p. 93.<\/p><p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Ivi, p. 94.<\/p><p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Cfr. A. Gerbi<em>, La disputa del Nuovo Mondo<\/em>, Adelphi, Milano-Udine 2000. Secondo Cornelius De Paux il continente americano era inferiore in tutto e per tutto rispetto al Vecchio Mondo e l\u2019incapacit\u00e0 di cantare degli uccelli veniva utilizzata all\u2019interno di una serie di descrizioni negative del continente americano tra le quali, per esempio, il fatto che gli animali fossero mediamente pi\u00f9 piccoli di quelli europei.<\/p><p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Nelle colonie spagnole per missione si intende un insieme di abitanti raccolti attorno a una chiesa e in cui \u00e8 sempre presente un monaco missionario. Questo aspetto ci fa rendere conto di quanto la figura del missionario fosse diventata centrale nella vita degli indiani di quei territori.<\/p><p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> A. Von Humboldt, <em>Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente<\/em>, cit., pp. 96-97.<\/p><p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Ivi, p. 98.<\/p><p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> Ivi, p. 174.<\/p><p><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a> Ivi, p. 175.<\/p><p><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a> Ivi, p. 178.<\/p><p><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a> Ivi, p. 179.<\/p><p><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a> Ivi, p. 233.<\/p><p><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a> <em>Ibidem<\/em>.<\/p><p><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a> <em>Ibidem<\/em>.<\/p><p><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a> Ivi, p. 243.<\/p><p><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a> <em>Ibidem<\/em>.<\/p><p><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a> Ivi, p. 244.<\/p><p><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a> <em>Ibidem<\/em>.<\/p><p><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a> Ivi, p. 164.<\/p><p><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\">[21]<\/a> Cfr. Andrea Wulf, <em>L\u2019invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l\u2019eroe perduto della scienza<\/em>, Luiss University Press, Roma 2017.<\/p><p><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\">[22]<\/a> <em>Personal Narrative<\/em> \u00e8 il titolo che venne dato alla traduzione inglese di Helen Maria Williams del <em>Voyage aux r\u00e9gions \u00e9quinoxiales du nouveau continent<\/em>. Helen Maria Williams era amica e collaboratrice di Humboldt e fu vicina a lui negli anni in cui egli risiedette a Parigi.<\/p><p><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\">[23]<\/a> A. Wulf, <em>L\u2019invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l\u2019eroe perduto della scienza<\/em>, cit., p. 328.<\/p>\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Matteo Zonta \u00a0 Il canto degli uccelli \u00a0 Alexander Von Humboldt ci presenta, dalle prime battute del testo Voyage aux r\u00e9gions \u00e9quinoxiales du Nouveau Continent, una passione per la scoperta e per lo studio di territori a lui sconosciuti. 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