{"id":3846,"date":"2024-12-15T09:54:55","date_gmt":"2024-12-15T09:54:55","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=3846"},"modified":"2024-12-15T09:56:22","modified_gmt":"2024-12-15T09:56:22","slug":"la-citta-autistica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2024\/12\/15\/la-citta-autistica\/","title":{"rendered":"La citt\u00e0 autistica"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"3846\" class=\"elementor elementor-3846\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-8eb45d4 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"8eb45d4\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-4c09c84\" data-id=\"4c09c84\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-ae8e6a8 elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"ae8e6a8\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t<p>Recensione a:<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Alberto Vanolo<\/p><p><strong><em>La citt\u00e0 autistica<\/em><\/strong><\/p><p>Einaudi, Torino 2024<\/p><p>Pagine 136<\/p><p>\u20ac 12,00<\/p><p style=\"text-align: right;\">di Mattia Span\u00f2<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Sembra che i pi\u00f9 recenti studi condotti nell\u2019alveo dell\u2019epigenetica stiano gradualmente avvicinandosi a quanto, tra gli stridenti cigolii delle fabbriche, Karl Marx e Friedrich Engels avevano, con i loro <em>strumenti<\/em> e <em>modi<\/em>, gi\u00e0 tematizzato. Sebbene si tratti di ricerche ancora in cammino (come potrebbe essere altrimenti?), occorre riferirsi sinteticamente a ci\u00f2 a cui si allude: l\u2019inestricabile relazione che intercorre tra gli esseri viventi e il loro ambiente. Pi\u00f9 precisamente, nel caso dell\u2019umano, l\u2019irrevocabile co-emersione, co-implicazione e co-evoluzione di soggetti e contesti: stando agli studi riportati in apertura, infatti, sembra che la dimensione sociale, letteralmente, si incarni nel soggetto biologico. Il che significa, perlomeno, dover assumere seriamente le implicazioni a cui questo scenario rimanda: la multifattoriale, multi-scalare e metamorfica specificit\u00e0 di ogni contesto non \u00e8 affatto un elemento trascurabile nella costruzione di qualsivoglia <em>discorso soggettivo<\/em>; sia che con \u00abdiscorso soggettivo\u00bb si intenda il discorso <em>del<\/em> soggetto, sia che con l\u2019espressione ci si riferisca al discorso <em>sul<\/em> soggetto.<\/p><p>In altri termini, ragionare sulla trama costitutivamente relazionale dell\u2019esistenza umana \u2013 che non pu\u00f2 che darsi nella circostanza corporea che ognuno di noi \u00e8 \u2013 invita almeno alla problematizzazione di qualunque approccio che, pretendendosi essenzialista, proceda sul manto di presunte cose in s\u00e9, presupponendo che esistano parole-cose dall\u2019immodificabile e predefinita sostanza. Al contrario: non vi \u00e8 nulla che non sia, in una qualche misura, <em>localizzato<\/em>. E, per quanto banale possa apparire sottolinearlo, il <em>posizionamento<\/em> non si imprime su uno sfondo immobile e impassibile ma accade <em>in<\/em> (e <em>con<\/em>) un dispiegarsi spazio-temporale che, mai uguale a s\u00e9 stesso, partecipa del poli-scalare movimento della vicenda umana-e-terrestre.<\/p><p>Rifacendomi al mio attuale contesto: nel tentativo di accostarmi allo spirito di quanto Alberto Vanolo ha affrescato nel saggio <em>La citt\u00e0 autistica<\/em>, il mio discorso ha preso le mosse \u2013 chiss\u00e0 perch\u00e9<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> \u2013 dal <em>modo<\/em> in cui una branca della biologia sta <em>peculiarmente<\/em> rielaborando, con i suoi <em>strumenti<\/em> e <em>discorsi<\/em>, la reciproca influenza tra assetto sociale e dimensione biologica; operazione da un lato confinante con alcuni degli snodi cruciali dell\u2019opera di Vanolo; dall\u2019altro impensabile \u2013 in questi termini \u2013 fino a qualche secolo fa e, probabilmente, ancora oggi al variare di longitudine e latitudine. Difficilmente i gi\u00e0 citati Marx ed Engels avrebbero potuto assumere questo mutevole punto di vista, pur riferendosi a qualcosa di simile, perch\u00e9 cinti da discorsi, linguaggi, vicende, scenari, strumenti, lavori diversi. Impossibile, a quell\u2019epoca, sarebbe stato anche scrivere un saggio come <em>La citt\u00e0 autistica<\/em>, dato che il termine \u00e8 stato \u00aboriginariamente coniato dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuer nel 1911 per descrivere le strutture di pensiero autocentrate nelle personalit\u00e0 schizofreniche\u00bb (p. 5). Una visione dell\u2019autismo \u2013 quella degli \u201calbori\u201d \u2013 abissalmente distante dall\u2019attuale, poich\u00e9 costruita da (e con) saperi, strumenti ed ambienti parimenti remoti. Anche la condizione urbana, che un geografo<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> come Vanolo definisce \u00abil nostro ecosistema\u00bb (p. XIV), ha assunto una dimensione \u00abglobale\u00bb (p. XV) che in altri tempi e luoghi sarebbe stata difficile anche solo da concepire. Scenario che non pu\u00f2 essere eluso se \u2013 continua l\u2019autore \u2013 non solo i pi\u00f9 recenti \u00abmovimenti politici e sociali hanno una forte matrice urbana\u00bb (p. 50), ma anche e soprattutto perch\u00e9 l\u2019orizzonte urbano si scompagina come uno spazio, ad un tempo, fisico-simbolico e politico-performativo, da assumere non \u00absolamente in termini geometrici e materiali, ma anche appunto come assemblaggio di relazioni, traiettorie, situazioni, contesti\u00bb (p. 82).<\/p><p>E ancora: al di l\u00e0 del concetto \u201cgenerale\u201d di <em>citt\u00e0<\/em> o di <em>autismo<\/em> che si possa impiegare, qualsivoglia soggetto accusi la necessit\u00e0 di rivolgersi a simili tematiche \u2013 come ad altre \u2013 deve necessariamente scendere a patti con il fatto che qualsiasi pratica verbale e\/o categorizzazione sia inscindibilmente connessa alle (di volta in volta) attuali pratiche di vita. Finanche i dati, dai quali dipende il prezioso quanto parziale studio statistico dei fenomeni umani, non possono essere considerati neutri: \u00ab\u00e8 semplicistico pensare che i dati siano elementi passivi, raccolti attraverso le capacit\u00e0 razionali di chi osserva, e che essi riflettano perfettamente una presunta realt\u00e0 esterna. I dati operano e dispiegano i propri effetti all\u2019interno e all\u2019esterno delle pratiche di osservazione, contribuendo a costruire le categorie stesse\u00bb (p. 18).\u00a0<\/p><p>Assumere questa postura non significa affatto sminuire la decisivit\u00e0 dei <em>significati<\/em> di cui, giocoforza, l\u2019esistenza umana \u00e8 intrisa, avendo l\u2019uomo \u2013 per dirla alla Augustin Berque \u2013 un rapporto irrevocabilmente <em>eco-simbolico<\/em> con il mondo. Ma, al contrario, si d\u00e0 nella necessit\u00e0 di riconsiderare la consistenza di ci\u00f2 che si fa, di mettere in scala la complessit\u00e0 dell\u2019esistenza e, al contempo, mettersi in scala, consci del fatto che qualunque gesto di categorizzazione del reale non pu\u00f2 che accadere in un contesto gi\u00e0 in cammino.<\/p><p>L\u2019esempio incarnato di quest\u2019attitudine risiede nel fatto che l\u2019attuale modo di intendere e \u201ctrattare\u201d l\u2019autismo, \u00e8 sicuramente pi\u00f9 \u201cconfinante\u201d al \u201creale\u201d delle precedenti modalit\u00e0 d\u2019approccio, ma non per questo univoco e de-finitivo. Vanolo lo premette: \u00abNon sono un medico\u00bb; e riconosce, subito, che il \u00abpunto di vista medico\u00bb sia \u00abdi fondamentale importanza\u00bb. Mette, per\u00f2, subito in guardia da alcuni pericoli: \u00abl\u2019autismo \u00e8 un oggetto di cui si sa relativamente poco\u00bb, un campo di ricerca \u00abancora in evoluzione\u00bb (p. XI); e a questi passi introduttivi segue, infatti, una ricostruzione storico-critica dell\u2019avvicendarsi dei suoi quadri interpretativi (pp. 3-26); ma, nell\u2019estendersi dal e oltre il raggio visivo dello sguardo strettamente medico, aggiunge ancora: \u00abRappresentazioni mediche, diagnosi e trattamenti non prendono forma in maniera indipendente dalla societ\u00e0, dalle pratiche culturali o dalle ideologie dominanti\u00bb (pp. XI-XII). Nel caso dell\u2019autismo, diverse sono le tecniche ad oggi impiegate in termini di \u00abinterventi riabilitativi\u00bb, spesso \u2013 ma non sempre \u2013 proficue; a queste Vanolo affianca un territorio di opportunit\u00e0 che pu\u00f2 discendere tanto dall\u2019applicazione di terapie differenti quanto dall\u2019esperienza dei singoli <em>caregiver<\/em>; il senso della proposta, che arricchisce la mera \u00abriabilitazione\u00bb con forme di \u00abattivit\u00e0\u00bb (p. 65) maggiormente coinvolgenti, risiede nel tentativo di agire nel rispetto delle diverse \u00abindividualit\u00e0 in gioco\u00bb (p. 8). Tra queste Vanolo \u2013 lui stesso <em>caregiver<\/em> \u2013 menziona le \u00ab<em>esplorazioni psicogeografiche<\/em> o <em>passeggiate situazioniste<\/em>\u00bb (p. 27), giocose quanto interessanti modalit\u00e0 di attraversamento dello spazio urbano svolte nel segno di contingenza e casualit\u00e0; si tratta di esperienze tematizzate e praticate da Guy Debord gi\u00e0 intorno agli anni Cinquanta del Novecento, al fine di \u00abdecostruire e porre in tensione le prospettive della vita urbana\u00bb (<em>ibidem<\/em>). Attivit\u00e0 che, in piena linea con la psicogeografia, permette altres\u00ec di insistere \u00abcon seriet\u00e0 su questioni di metodo, possibilit\u00e0 e produzione di conoscenza\u00bb (p. 28). Su questa scia, \u00ablo spazio urbano pu\u00f2 essere immaginato come un immenso contenitore di occasioni di apprendimento. Qualsiasi momento di incontro e lavoro comune con altre persone, a prescindere dal loro bagaglio di esperienza e sapere esperto sull\u2019autismo, aggiunge un tassello importante per una persona neurodivergente\u00bb (p. 66).<\/p><p>Evidenziare, dunque, i limiti di visioni e strategie articolantesi su pacchetti precompilati ed assumere, di conseguenza, l\u2019autismo nel perimetro \u201cessenzialista\u201d della patologia dipendente solo ed esclusivamente dallo stato di un corpo, non significa dequalificare il fondamentale contributo degli addetti ai lavori sulla questione ma, al contrario, prendere le distanze tanto dagli approcci tendenzialmente scientisti quanto da quelle prospettive che tendono a obnubilare il profondo ed irrevocabile influsso della dimensione sociale e culturale sull\u2019esistenza dei singoli individui<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>.<\/p><p>Se qualsiasi \u201cproblema\u201d \u00e8 confinato nel perimetro dei singoli corpi, \u00e8 forte il rischio di dimenticare che ogni \u00abcondizione\u00bb e \u00abpoter fare\u00bb soggettivi non possano che dipendere \u2013 in considerevole misura \u2013 dal contesto fisico, ambientale, sociale, politico, economico di riferimento: \u00abI corpi sono capaci di azioni nella misura in cui entrano in relazione con altri corpi, umani e non-umani, e con questi ultimi si intendono oggetti, tecnologie, edifici o mezzi di trasporto\u00bb; e se \u00able possibilit\u00e0 di azione sono il risultato di assemblaggi di relazioni e collaborazioni, spesso parziali e transitorie (pp. 89-90) anche \u00able identit\u00e0 non precedono le persone: sono costantemente negoziate, contestate, accettate, rifiutate, dichiarate o nascoste nell\u2019ambito di relazioni sociali che si sviluppano quotidianamente\u00bb (pp. 52-53).<\/p><p>Ecco, dunque, che \u00abla condizione di disabilit\u00e0\u00bb non \u00e8 solo definita \u00abdai limiti dei nostri corpi o delle nostre menti rispetto a una condizione considerata statisticamente normale\u00bb (p. 12), n\u00e9 si tratta di \u00abnegarne la dimensione medica, o di occultare sofferenze, dolore, difficolt\u00e0 e limiti\u00bb; ma \u00abdi mettere in discussione l\u2019idea stessa della categoria, sottolineandone altre dimensioni, erodendone i margini, enfatizzandone la fluidit\u00e0\u00bb (p. 15).<\/p><p>Sulla scorta di ci\u00f2: in che termini si pu\u00f2 parlare, indiscriminatamente, di \u00abautismo\u00bb per riferirsi ad una \u201ccategoria\u201d unitaria, quando \u00ablo spettro autistico comprende [\u2026] un gran numero di situazioni peculiari?\u00bb (p. 31); differenze, non di rado abissali, che intercorrono non solo tra soggetti neurodivergenti<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> ma, portando il discorso alle estreme conseguenze, anche tra neurotipici: \u00abMi piace immaginare che ogni corpo abbia un modo peculiare di percepire ed elaborare gli stimoli e di muoversi nel mondo, al di l\u00e0 delle categorie neurologiche. [\u2026] Per assimilare l\u2019idea di neurodiversit\u00e0 si pu\u00f2 forse partire dal riconoscere che la differenza neurologica \u00e8 comunque una condizione universale\u00bb (p. 98).<\/p><p>Accogliamo, in questa sede, la provocazione di Vanolo a riferirsi alla neurodiversit\u00e0 come un tratto che caratterizza ogni essere umano e non solo i soggetti considerati patologicamente neurodivergenti; in effetti, la considerazione ben si accorda con quanto \u2013 nell\u2019ambito delle Scienze Cognitive \u2013 viene discusso, con particolare incisivit\u00e0, almeno dalla pubblicazione dell\u2019opera <em>Cosa si prova ad essere un pipistrello?<\/em> In questo breve saggio \u2013 articolo scientifico diventato, in breve tempo, bestseller a diffusione planetaria \u2013 Thomas Nagel evidenzia come l\u2019accesso cognitivo all\u2019altro da s\u00e9 non si arresti sul piano interspecifico ma abbia una pregnanza anche a livello intra-specifico. In altri termini: se l\u2019essere umano pu\u00f2 effettivamente comprendere cosa voglia dire sentirsi un pipistrello solo ed esclusivamente dal punto di vista umano, allo stesso modo ogni uomo pu\u00f2 accostarsi al significato di essere un altro uomo sempre e comunque dalla propria prospettiva. In tal senso, in effetti, arriva forte e chiaro il messaggio di Vanolo: in una certa misura, ognuno di noi rispetto all\u2019altro \u2013 pur nel terreno della dotazione di struttura e funzionamento cognitivo-percettivo statisticamente \u201cdominante\u201d (neurotipicit\u00e0) \u2013 pu\u00f2 essere considerato neurodivergente.<\/p><p>Prima, seppur mobile, conclusione: \u00abPer assimilare l\u2019idea di neurodiversit\u00e0 si pu\u00f2 forse partire dal riconoscere che la differenza neurologica \u00e8 comunque una condizione universale: una citt\u00e0 autistica deve semplicemente esplorare differenti maniere di incorporare quest\u2019idea, aprendo il campo a possibilit\u00e0 di immaginare il vivere insieme distanti dalla logica comune\u00bb (p. 98). In questo senso, pur in assenza di \u00abregole assolute\u00bb, per cui \u00abogni soluzione va costruita in relazione alla peculiarit\u00e0 dei soggetti divergenti\u00bb, \u00abci sono [\u2026] molti modi [\u2026] in cui si pu\u00f2 mostrare sensibilit\u00e0 e spirito di intraprendenza per progettare ambienti maggiormente piacevoli e inclusivi\u00bb (pp. 40-41): dagli impianti di illuminazione agli spazi pubblici \u2013 aperti o chiusi che siano \u2013 transitando dalla sensibilizzazione degli attori (civili ed istituzionali) che si incontrano nei pi\u00f9 disparati teatri della vita comunitaria. Sebbene in Italia \u00abla sensibilit\u00e0 rispetto al tema dell\u2019ergonomia e del design degli ambienti per persone neurodivergenti\u00bb \u00e8 \u00abpressoch\u00e9 inesistente\u00bb (p. 40), \u00abalcune indicazioni sono fornite da studi a cavallo di discipline differenti e, in particolare, nell\u2019intersezione fra architettura, studi sulla salute, scienze sociali e design urbano\u00bb (p. 44). Si tratta di lavori centrati sul tema della leggibilit\u00e0 del contesto urbano: scenario che, se nel caso \u00abdelle persone autistiche\u00bb sarebbe da inquadrare nella \u00abnecessit\u00e0 di limitare l\u2019uso della parola scritta e di privilegiare [\u2026] disegni simboli ben definiti\u00bb (p. 45), riguarda tutti, nel segno della vivibilit\u00e0 dei contesti. In questo quadro \u2013 dove, continua Vanolo, si potrebbe anche pensare ad un impiego inclusivo delle pi\u00f9 recenti tecnologie digitali \u2013 inizia a farsi spazio anche un ulteriore questione: se, come evidenziato dall\u2019autore, una progettazione urbana che si imperni sulla leggibilit\u00e0 ha delle ricadute a cascata sull\u2019intero corpo collettivo, \u00abForse [\u2026] \u00e8 utile ripensare la categoria della dipendenza come una questione umana universale, riconoscendo come tutte e tutti siamo dipendenti nella nostra vita quotidiana da altre persone, da tecnologie, da oggetti, da ambienti materiali costruiti sulla base delle specificit\u00e0 dei nostri corpi e da mille relazioni di ogni tipo\u00bb (p. 91).<\/p><p>Da qui, lo straordinario ribaltamento di prospettiva d\u2019ordine ontologico ed epistemologico: \u00abNon si tratta affatto di negare le differenze dei corpi e delle menti, ma di accettare la natura universale della dipendenza e, di converso, attenuare l\u2019insistenza sul mito dell\u2019indipendenza e dell\u2019autonomia come principi fondativi di qualsiasi strategia o politica per la disabilit\u00e0\u00bb (<em>ibidem<\/em>). L\u2019accessibilit\u00e0, il welfare, la sostenibilit\u00e0 \u2013 qui emersi in quanto imperativi di una citt\u00e0 giusta poich\u00e9 filtrati da uno sguardo \u00abautistico\u00bb \u2013 riguardano l\u2019intera popolazione. Se la \u00abcitt\u00e0 capitalista <em>disabilita<\/em> le persone che posseggono corpi e menti disallineate rispetto ad un certo standard ideale\u00bb (p. 77), una citt\u00e0 autistica pu\u00f2 anche assurgere al ruolo di contraltare collettivamente riabilitante: ritrovare sfere e possibilit\u00e0 esistenziali ed esistentive ormai solo marginali in uno scenario \u2013 quello del neoliberismo \u2013 dove la citt\u00e0 \u00e8 \u00abcomunemente rappresentata, celebrata e promossa insistendo su idee di velocit\u00e0 produttivit\u00e0 e frenesia, con stimoli e possibilit\u00e0 24 ore su 24 e 7 giorni su 7\u00bb (p. 87). Proprio perch\u00e9 non \u00e8 \u201cscritto\u201d che la maggioranza delle persone neurotipiche accolgano necessariamente con favore questo ipertrofico bombardamento sensoriale \u2013 n\u00e9, d\u2019altronde, che le persone neurodivergenti preferiscano ambienti meno frenetici \u2013 una citt\u00e0 autistica suggerisce il ritorno su luoghi ormai sopiti, ma non meno vitali: contemplazione, silenzio, intensit\u00e0, riposo e, provocatoriamente, anche \u00abnoia\u00bb, che i \u00abprodigi dell\u2019economia digitale e delle tecnologie mobili <em>sembrano<\/em> aver rimosso completamente\u00bb (ibidem); \u00absembrano\u00bb, appunto, perch\u00e9 in un\u2019epoca caratterizzata dal mantra della rimozione della noia, sembra che ci si annoi pi\u00f9 che mai. Scenari che ben si accordano con la promozione di \u00abun\u2019attitudine positiva di apertura\u00bb non soltanto \u00abverso la neurodiversit\u00e0\u00bb ma anche nei confronti di \u00abstranezza\u00bb ed \u00abeccentricit\u00e0 in tutte le sue forme non violente\u00bb, nel segno di uno sguardo rinnovato e rinnovante: \u00abUna citt\u00e0 autistica incoraggia trasformazione, sperimentazione, immaginazione e apertura a modi alternativi di guardare e intendere la realt\u00e0 urbana\u00bb (p. 101).<\/p><p>La riflessione di Vanolo si snoda tra tornanti ed orizzonti, scevra di qualsiasi pretesa oggettivizzante, lontana dall\u2019operazione che vuole farsi manifesto generalizzante, distante da quelle \u201cmesse in discorso\u201d di visioni che presumono di potersi scindere dalla restante parte della vicenda sociale: \u00abla sfida\u00bb, piuttosto, consiste nell\u2019\u00abimmaginare come una citt\u00e0 autistica possa offrire qualcosa di buono per qualsiasi abitante, a prescindere dalle sue caratteristiche neurologiche. In un momento storico in cui la coscienza circa l\u2019invivibilit\u00e0 delle nostre citt\u00e0 \u00e8 elevata [\u2026] e in cui il dibattito pubblico si interroga su possibili modelli alternativi [\u2026], forse l\u2019idea di citt\u00e0 autistica ha qualcosa di importante da suggerire al mondo\u00bb (p. 83). Il lavoro di un <em>caregiver<\/em> ha un contesto, non un inizio o una fine. Non ha turni, zone, pause, ferie. Forse \u2013 per quanto limitato e limitante possa risultare quanto, con estremo rispetto, si sta per affermare \u2013 un <em>caregiver<\/em> non concepisce un\u2019esistenza che non significhi lavoro costante, nella speranza che quanto si semini possa avere una risonanza che ne ecceda l\u2019effettiva possibilit\u00e0 di intervenire. In altri termini, l\u2019annosa e terrificante \u00abquestione del <em>dopo<\/em>, del quando\u00bb cio\u00e8 \u00abchi si prende cura di loro in maniera predominante non ci sar\u00e0 pi\u00f9\u00bb (pp. 88-89), alla quale solo una vita urbana intesa in termini sociali e comunitari pu\u00f2 rispondere. Per quanto \u00abdecisamente in controtendenza rispetto all\u2019individualismo e alla frammentazione che caratterizzano la citt\u00e0 contemporanea\u00bb (p. 89), occorre lavorare affinch\u00e9 si possano offrire spazi e possibilit\u00e0 che restituiscano un futuro a tutti. Lavorare ininterrottamente, come un <em>caregiver<\/em> o forse anche come chi crede fortemente alla profonda dimensione performativa e politica del lavoro culturale. Da questo punto di vista, trovo che le due figure cantino all\u2019unisono, costantemente e autenticamente chiamate \u2013 per dirla alla Calvino \u2013 a un \u00abiperlavoro\u00bb, o \u00abinfralavoro\u00bb o \u00abultralavoro\u00bb.<\/p><p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Espressione che non equivale ad una semplice e inoltrepassabile resa conoscitiva ma che rinvia, piuttosto, alla catena di rimandi (questa, s\u00ec, inoltrepassabile perch\u00e9 mai del tutto ricostruibile) che mi ha condotto a questo, e non ad un altro, incipit. Il punto, nel darsi e ritrarsi, allora \u00e8: questo scritto non avrebbe mai assunto le attuali fattezze, finanche avessi spostato una sola virgola della mia vita.<\/p><p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Gli \u00abstudi critici urbani\u00bb \u2013 presentati, dallo stesso Vanolo, come suo principale e intersezionale asse di ricerca \u2013 si configurano come un mobile teatro d\u2019incontro tra \u00abgiustizia sociale, ricerca di alternative\u00bb e \u00abtensione trasformativa\u00bb (p. XIV).<\/p><p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Come sta recentemente accadendo nell\u2019orbita di diversi e variegati ambienti (non solo) scientifici, sarebbe forse pi\u00f9 \u201ccorretto\u201d parlare di \u00abcon-dividui\u00bb, se ogni soggetto \u00e8 l\u2019esito mobile dell\u2019indomito gioco di mescolanza tra ontogenesi, filogenesi e contesto ambientale; in tal senso, ad incidere su ognuno di noi sono sia i cosiddetti \u00abtempi profondi\u00bb, sia quello che i neuroscienziati Vittorio Gallese e Ugo Morelli, definiscono lo \u00abspazio noi-centrico\u00bb, quella dimensione comunitaria entro il cui orizzonte ci si muove e ci si con-figura mentre la si con-figura.<\/p><p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Lo si ribadisce: non da intendere entro la fissit\u00e0 di categorie calcificanti ma come \u00abgruppi di persone con \u201caffinit\u00e0 collettive\u201d determinate\u00bb anche \u00abda circostanze sociali e politiche\u00bb (p. 23).<\/p>\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Recensione a: \u00a0 Alberto Vanolo La citt\u00e0 autistica Einaudi, Torino 2024 Pagine 136 \u20ac 12,00 di Mattia Span\u00f2 \u00a0 Sembra che i pi\u00f9 recenti studi condotti nell\u2019alveo dell\u2019epigenetica stiano gradualmente avvicinandosi a quanto, tra gli stridenti cigolii delle fabbriche, Karl Marx e Friedrich Engels avevano, con i loro strumenti e modi, gi\u00e0 tematizzato. 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