{"id":4064,"date":"2025-06-21T08:01:01","date_gmt":"2025-06-21T08:01:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=4064"},"modified":"2025-06-21T08:10:09","modified_gmt":"2025-06-21T08:10:09","slug":"e-il-nascere-che-non-ci-voleva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2025\/06\/21\/e-il-nascere-che-non-ci-voleva\/","title":{"rendered":"\u00c8 il nascere che non ci voleva"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"4064\" class=\"elementor elementor-4064\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-11ca634 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"11ca634\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-77a9a94d\" data-id=\"77a9a94d\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-59a8246b elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"59a8246b\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\n<p>Recensione a:<\/p>\n\n<p>S. Dierna<\/p>\n\n<p><strong><em>\u00c8 il nascere che non ci voleva. Storia e teoria dell\u2019antinatalismo<\/em><\/strong><\/p>\n\n<p>Mimesis<\/p>\n\n<p>Milano-Udine 2025<\/p>\n\n<p>Pagine 358<\/p>\n\n<p>\u20ac28,00<\/p>\n\n<p style=\"text-align: right;\">di Enrico Palma<\/p>\n\n<p>Come ricorda giustamente l\u2019autrice di questo volume, la domanda leibniziana sul perch\u00e9 c\u2019\u00e8 l\u2019essere e non il nulla \u00e8 quella che motiva ogni tentativo teoretico che si rispetti, se vuole dire di se stesso di essere radicale, profondo e originario. Tale domanda, se mantenuta sempre accesa, pu\u00f2 essere utile nell\u2019interpretazione di uno dei suoi possibili domini, ambiti d\u2019applicazione metafisici, tant\u2019\u00e8 che, attagliandola formalmente alla vita, ci si potrebbe chiedere: ma una volta che c\u2019\u00e8 l\u2019essere, <em>cosa farne<\/em>? Kierkegaard diceva della morte che fosse il primo dei pensatori, e uno dei suoi interpreti pi\u00f9 originali e acuti, Heidegger, in <em>Essere e tempo <\/em>ha posto la morte come il pensiero pi\u00f9 vicino all\u2019autenticit\u00e0 esistenziale, anzi, quel pensiero che pone l\u2019esserci nella sua dimensione pi\u00f9 propria, la finitudine, la colpa e il bisogno di redenzione. Ma la morte \u00e8 l\u2019esito del nulla che la vita ha in s\u00e9, inscritto nella sua essenza. Sicch\u00e9 la morte non \u00e8 essere, ma la sua privazione. E allora la domanda, nella prospettiva dell\u2019Antinatalismo, va riformulata nel modo che segue: \u00e8 opportuno che l\u2019essere ci sia, che insomma la vita sia? \u00c8 l\u2019essere, una volta che c\u2019\u00e8, sempre preferibile al nulla, auspicando con ci\u00f2 una sua prosecuzione?<\/p>\n\n<p>Un simile interrogativo, posto nei seguenti termini, presuppone dunque ci\u00f2 che l\u2019autrice si propone di fare, dispiegando con ottimi argomenti e con una lucidissima e matura convinzione una scansione dell\u2019essere, una diagnosi del suo <em>come<\/em>, sino a individuare la sua caratteristica pi\u00f9 profonda. Che cos\u2019\u00e8 dunque l\u2019essere, che cos\u2019\u00e8 la vita, e perch\u00e9, quindi, si dovrebbe preferire al nulla? La prima affermazione dal notevole peso specifico sul piano teoretico \u00e8 l\u2019impegno ontologico che Dierna si assume e che porta avanti lungo il suo argomentare, e che \u00e8 l\u2019idea di fondo dell\u2019Antinatalismo come filosofia dell\u2019essere, e dunque in quanto metafisica, e come filosofia della prassi, in quanto etica esistenziale. Riguardo alla vita umana, questa particolare manifestazione dell\u2019essere, vale allora il postulato di Dierna, difficilmente smentibile e aggirabile: \u00abLa peculiarit\u00e0 di questi enti fragili e parziali \u00e8 il <em>dolore<\/em>\u00bb (p. 17). Il dolore \u00e8 l\u2019esperienza ontologica fondamentale della vita, \u00e8 ci\u00f2 che l\u2019esistenza \u00e8, il toro rabbioso mai domo rispetto a cui il compito del pensiero \u00e8 di contenerne la furia inforcandone le corna. Questa affermazione \u00e8 dunque punto di origine e di arrivo, rispettivamente di un\u2019ontologia dell\u2019esistenza umana e di una fenomenologia della vita, giacch\u00e9, come in un percorso a ritroso, si potrebbe riavvolgere il libro dalla fine per poi giungere, legittimati, al suo inizio, coincidente con tale formula dal valore di un teorema. Tutta la prospettiva di redenzione inaugurata da questa frase corrisponde al compito che ogni ente consapevole di s\u00e9 ha nei confronti del dolore che \u00e8 e che prova, il cui esito, oltre all\u2019impegno ontologico sulla sofferenza, \u00e8 l\u2019altro impegno a non procreare, a evitare che altro dolore si propaghi nel mondo.<\/p>\n\n<p>L\u2019analisi di Dierna delle forme antiche, moderne e contemporanee di Antinatalismo permette di vedere e di riconoscere in modo lampante la sempiterna attualit\u00e0 di questo problema, oltre le epoche, le prospettive, le metodologie e gli autori che le hanno declinate, \u00abperch\u00e9 ci\u00f2 che permane tuttavia \u00e8 l\u2019invarianza dell\u2019infelicit\u00e0 umana che si trasmette generazione dopo generazione\u00bb (p. 20). Sin da Anassimandro, come ricorda Dierna, ogni ente, e pi\u00f9 di altri l\u2019esistente umano, \u00e8 una pena da dover ripianare con la sua estinzione, un debito da rifondare con la restituzione di s\u00e9 al tutto da cui si \u00e8 prelevata la materia per essere. \u00abNell\u2019umano soltanto l\u2019accadere del tempo diventa inquietudine e l\u2019esserci e il non-esserci-pi\u00f9 sono chiamati nascere e morire. Il nascere si compie sempre a spese di qualcun altro e il morire si realizza sempre a vantaggio di qualcos\u2019altro. Questa omeostasi cosmica costituisce un\u2019armonia tragica ma garantisce l\u2019equilibrio dell\u2019intero, il divenire dell\u2019essere, il rinnovarsi della materia\u00bb (p. 22). Sarebbe un\u2019armonia splendente e magnifica se non ci fossero la tristezza o un profondo senso di negativit\u00e0 legato alla consapevolezza della fine inevitabile delle cose, l\u2019abitare in una zolla d\u2019impermanenza destinata a essere sommersa dalla marea invincibile dell\u2019intero. E questo \u00e8 la tragedia profonda del vivere, lo sfregio originario che \u00e8 la nascita, il sapere della fine e l\u2019esistere nel limite come equivoco di dolore: un destino che \u00e8 inscritto nella metafisica del tutto a cui il vivente, come ente tra gli enti, non pu\u00f2 sottrarsi, se non, ricorda l\u2019Antinatalismo, a condizione di arrestare tale dinamica impedendo un nuovo inizio, e quindi un nuovo dolore e una nuova tragedia, che \u00e8 il trionfo della materia cosmica senza una coscienza che lo colga ma profondo scoramento per chi invece ne vive.<\/p>\n\n<p>\u00abEccezionale o aneddotica la presenza della nostra specie rientra nel meccanismo diveniente, flussico e temporale della materia; obbedisce al principio di Anassimandro; subir\u00e0 la pena della fine. Non c\u2019\u00e8 nessun dio all\u2019inizio e alla fine, non esiste il male nella natura ma la perfezione del cosmo, la sua regolarit\u00e0 e il suo ordine; il suo continuo rinnovo\u00bb. A cui consegue che \u00abuna metafisica immanente, materialistica, ontologica e antropodecentrica \u00e8 il sapere necessario dal quale deve partire qualsiasi riflessione che si vuole sforzare di comprendere l\u2019essente. Essa si allontana dall\u2019etica valoriale e da qualsiasi altra prospettiva eterodiretta, abbandona qualsiasi dogma e credo, soprattutto la metafisica riconosce l\u2019importanza della fisica, della chimica, della biologia e proprio perch\u00e9 non se ne separa, non accantona i loro contenuti\u00bb (p. 29). \u00c8 dunque in gioco il giusto posizionamento dell\u2019umano nel cosmo, che pu\u00f2 ottenersi soltanto a condizione di una profonda conoscenza di carattere metafisico, che metta le cose nel loro esatto ordine e livello. \u00c8 solo con questa premessa, scrive l\u2019autrice, che si pu\u00f2 tentare una riflessione che abbia realmente l\u2019umano al centro, ma non nel senso dell\u2019antropocentrismo, che sarebbe un fatale errore sia teorico sia etico, bens\u00ec della filantropia, cio\u00e8 di una prospettiva che abbia a cuore il destino di dolore in cui l\u2019umano si imbatte con il vivere, con l\u2019obiettivo di risparmiargli questa infausta sorte.<\/p>\n\n<p>In questa direzione, uno dei pregi indiscussi di questo studio, anche non condividendone le premesse e gli esiti, \u00e8 la descrizione esatta e partecipe, che in molti casi tocca punti di alto lirismo, di che cosa sia l\u2019esistenza umana nel mondo. Partendo infatti dall\u2019asimmetria di fondo tra certezza del dolore e probabilit\u00e0 della gioia, Dierna sigla: \u00abAppare insomma evidente che la vita umana sia una trappola esistenziale, ironicamente una truffa, un tradimento, una presenza che non si spiega come qualcuno possa volere concedere a qualcun altro. Una trappola nella quale veniamo gettati senza la nostra volont\u00e0; durante la quale soffriamo, sopportando fardelli che non abbiamo mai chiesto di ricevere e alcuni dei quali al di sopra delle nostre effettive possibilit\u00e0 di affrontarli; e dalla quale saremo alla fine liberati, obliati per il resto dell\u2019eternit\u00e0\u00bb (p. 38). L\u2019<em>evidenza <\/em>di cui parla Dierna affonda in molte ragioni, e se si sbaglia nel ritenere che una sola, piccola, sparuta gioia pu\u00f2 apparentemente giustificare il dolore intrinseco all\u2019esistenza e alla procreazione, sulla scia dell\u2019autrice si pu\u00f2 rimettere la questione, oltre che naturalmente alla sua ineludibile oggettivit\u00e0, sotto il profilo della <em>sensibilit\u00e0 <\/em>verso il dolore stesso e alla sua <em>intensit\u00e0<\/em>, nella convinzione, cio\u00e8, che un dolore assoluto sia <em>pi\u00f9 gravoso <\/em>e di maggiore entit\u00e0 di una gioia assoluta, che, in altre parole, la sofferenza sia <em>pi\u00f9 a caro prezzo<\/em>. \u00c8 difficilmente smentibile il fatto che l\u2019esistenza accade al modo in cui Dierna la descrive, cogliendo e rielaborando la lezione di altri pensatori, de Giraud su tutti, sicch\u00e9 nell\u2019Antinatalismo converge, insieme a una sapienza teoretica, una profonda saggezza ontico-mondana della realt\u00e0 dell\u2019essere-alla-vita, la quale \u00e8 ben lontana dall\u2019essere un evento di grazia, ma \u00e8 di sciagura, una condanna intollerabile in un inferno che si sconta vita natural durante. Riprendendo Cioran: \u00abAl paradiso corrisponde la beatitudine del niente di prima della nascita, della luce, come si \u00e8 detto, che irradia se stessa senza rifrangersi su altro\u00bb (p. 45). Una tenebra invincibile in cui si sta pi\u00f9 caldi e pi\u00f9 sicuri, proprio perch\u00e9 non esistono temperatura e pericoli di sorta.<\/p>\n\n<p>Il libro, proponendo un <em>Profilo storico dell\u2019antinatalismo<\/em>, affronta con dottrina le tracce e le attestazioni di quello che l\u2019autrice chiama Proto-Antinatalismo, una concezione cio\u00e8 sul nascere che non incoraggia apertamente la negazione della procreazione ma sottolinea con forza l\u2019inopportunit\u00e0, la disgrazia del venire al mondo, di cui esempio massimo, pur con le dovute distinzioni, \u00e8 il doppio canto tanto dolente quanto saggio dell\u2019<em>Edipo a Colono <\/em>e del <em>Qoh\u00e9let<\/em>. In ogni caso, secondo Dierna, \u00e8 nei Greci che va ritrovata una maggiore pregnanza del tema, poich\u00e9 per essi \u00abla riflessione sul nascere rimane metafisica. Essi non la indagano nello strazio dell\u2019avvenire ma nella quiete dell\u2019intero; tale distanza rende gi\u00e0 la conoscenza meno disperata e pi\u00f9 consapevole\u00bb (p. 83). In altre parole, un ulteriore invito a un pensiero che rifiuti categoricamente il pregiudizio antropocentrico e inserisca l\u2019umano, come ente tra gli enti, nel gioco infermabile di Identit\u00e0 e Differenza che informa la metafisica dell\u2019Intero. \u00c8 per questa ragione che, dal punto di vista strettamente metafisico, Dierna definisce la propria prospettiva <em>ontocentrica<\/em>, che metta cio\u00e8 al centro l\u2019essere e non una sua particolare manifestazione, tra l\u2019altro peggiorata e macchiata irrimediabilmente dall\u2019essere comparsa in una forma consapevole di s\u00e9. \u00abMa in modo metafisico, teoretico e ontocentrico anche la nascita \u00e8 un principio ontologico necessario. Non \u00e8 necessario che a nascere sia un ente piuttosto che un altro, ma \u00e8 necessario l\u2019ente perch\u00e9 l\u2019essere si riveli. Il nascere rappresenta dunque soltanto un momento della \u03b6\u03c9\u03ae nel divenire incessante della \u03c6\u03cd\u03c3\u03b9\u03c2\u00bb (p. 85). E quindi, si pu\u00f2 desumere, non \u00e8 necessario, non \u00e8 <em>sacro<\/em>, che l\u2019ente chiamato umano debba nascere per garantire il principio metafisico di portata universale quale il nascere come comparsa dell\u2019ente nell\u2019essere e rivelazione dell\u2019essere tramite l\u2019ente. Anche intesa in questo modo, ovvero nel modo pi\u00f9 generale in cui si pu\u00f2 intenderla, e dunque metafisico, il nascere \u00e8 qualcosa di evitabile e di non comandato.<\/p>\n\n<p>Commentando e circostanziando la riflessione di Schopenhauer e delle attestazioni orientali dell\u2019Antinatalismo, Dierna formula il fine a cui un lavoro intellettuale di questo genere, che \u00e8 in fondo ci\u00f2 a cui il lavoro filosofico dovrebbe tendere, la necessit\u00e0 di un riscatto, per cui \u00abla redenzione \u00e8 ci\u00f2 che si acquisisce per mezzo della conoscenza, la quale non offre nessuna consolazione ma mette in luce la natura essenzialmente dolorosa e incurabile del fenomeno e insieme sopprime la volont\u00e0 e con essa anche il mondo si dissolve lasciando dinnanzi a noi il Nulla\u00bb (p. 147). Pi\u00f9 che una sottomissione malinconica e rassegnata, quello auspicato \u00e8 un percorso che dalla conoscenza del male occorsoci conduce alla gloria del Nulla, ma non come dispositivo metafisico, il rimpatrio degli enti nell\u2019origine, nella soglia pre-natale tra non-essere e ed essere-diventati, bens\u00ec come felice contemplazione della calma indifferente che trascende la vita e che il sapere permette di toccare. \u00c8 la rimozione di una ferita, \u00abla ferita della natura\u00bb (p. 188), rimarginabile solo con il distacco dall\u2019ignoranza antropocentrica e dalla \u00abseparazione che l\u2019umano ha rivendicato rispetto alle sue origini, alla sua essenza biologica, organica e finita\u00bb (p. 188). Una separazione, infatti, che l\u2019antropocentrismo tende a mantenere divaricata ma che un sapere della non-consolazione intende riconciliare con ogni energia nell\u2019evitabilit\u00e0 del nascere come esso stesso sorgere di tale differenza.<\/p>\n\n<p>Su questa scia, si pongono allora la lucida ricostruzione del dibattito pi\u00f9 recente intorno all\u2019Antinatalismo, polarizzato principalmente sulla riflessione di Benatar, e l\u2019inserimento di alcuni rilievi originali che chiariscono e problematizzano lo scenario dell\u2019indagine, soprattutto in riferimento all\u2019argomento forte del filosofo sudafricano della cosiddetta asimmetria, in buona sintesi, tra un male che si pu\u00f2 evitare non mettendo al mondo alcun vivente e un bene che non \u00e8 tale poich\u00e9 non riferibile a nessuno ancora esistente.<\/p>\n\n<p>Punto ideale di arrivo di questa disamina, nonch\u00e9 di tutta la riflessione tentata in questo volume, mi sembra coglibile in quest\u2019altra frase, breve ma risolutiva: \u00ab\u00c8 il dolore la ferita ontologica dell\u2019esistenza\u00bb (p. 237). Una ferita da risanare con il sapere, che diventa, ricordando un raro Spinoza, meditazione della vita e non della morte, persino della vita-a-venire che sprofonda in se stessa per accettarsi e benedirsi pur nel rifiuto di s\u00e9 nel proseguire ancora in altri esseri derivati.<\/p>\n\n<p>Il libro si conclude con un\u2019intelligente apertura alle prospettive ecologiste pi\u00f9 avvedute come quella della <em>Deep Ecology<\/em>, della sostenibilit\u00e0 ambientale e dell\u2019equilibro ormai precario e labilissimo umanit\u00e0-mondo. L\u2019Antinatalismo prende atto dell\u2019inevitabilit\u00e0 della fine del nostro sistema solare e quindi di tutte le specie, e vorrebbe evitare che altra sofferenza si propaghi. \u00abCi\u00f2 che una prospettiva filosofica come l\u2019Antinatalismo, peraltro filantropica e in un certo senso anche umanista nonostante tutto, teorizza \u00e8 soltanto un\u2019anticipazione di una fine comunque certa. Ci\u00f2 che essa argomenta con rigore \u00e8 il dolore di stare al mondo, la sua tragedia. Ci\u00f2 che discute e propone con lucidit\u00e0 \u00e8 la possibilit\u00e0 di interrompere questa catena di sofferenza e di farlo prima che accada e in modo incontrollato, di farlo in modo altrettanto naturale e non traumatico, decidendo di non portare nuovi esseri umani al mondo. Ci\u00f2 su cui riflette \u00e8 insomma la possibilit\u00e0 di dissolvere un poco del dolore che c\u2019\u00e8 nel mondo\u00bb (p. 334-335). C\u2019\u00e8 una magnifica umilt\u00e0 in quest\u2019ultima espressione, quando si legge <em>un poco del dolore<\/em>, forse all\u2019insegna di una disillusione veramente profonda, sul fatto, soprattutto, che a prevalere nei pi\u00f9 sar\u00e0 comunque la vita, pi\u00f9 forte del suo stesso errore.<\/p>\n\n<p>Tuttavia, ci\u00f2 che si prova leggendo un libro come questo, ancora pi\u00f9 di comprendere \u2013 o forse dopo aver compreso, in una forma per\u00f2 decisamente lontana da un ingenuo sentimentalismo che offusca l\u2019algebra della ragione \u2013 \u00e8 una forte dolcezza, una rilassatezza quasi insperata a dispetto dell\u2019incubo del tutto naturale che un argomento terribile come questo dovrebbe suscitare: non ci si sente, infatti, negati n\u00e9 oltraggiati, ma ricondotti a una tenera giustezza, lievi, benedetti dal sapere, baciati dal raggio di un nuovo sole che, secondo Dierna, \u00e8 invece assente dalla vita, il vuoto di luce con cui chiude il suo libro. Una tenera giustezza invero pericolosa, perch\u00e9 provato questo, la redenzione che una filosofia quand\u2019\u00e8 radicale \u00e8 in grado di offrire, induce alla tentazione di regalare comunque sia l\u2019esperienza della vita a un discendente, come un\u2019esperienza della materia che si pu\u00f2 intraprendere all\u2019insegna di un furbo saccheggio di gioia, preparato, e quindi protetto, all\u2019infinita vastit\u00e0 del dolore.<\/p>\n\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Recensione a: S. Dierna \u00c8 il nascere che non ci voleva. 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