{"id":4294,"date":"2026-06-15T14:39:31","date_gmt":"2026-06-15T14:39:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilpequod.it\/?p=4294"},"modified":"2026-06-15T14:40:11","modified_gmt":"2026-06-15T14:40:11","slug":"danni-collaterali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilpequod.it\/index.php\/2026\/06\/15\/danni-collaterali\/","title":{"rendered":"Danni collaterali"},"content":{"rendered":"\t\t<div data-elementor-type=\"wp-post\" data-elementor-id=\"4294\" class=\"elementor elementor-4294\">\n\t\t\t\t\t\t<section class=\"elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-24c0c5c1 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default\" data-id=\"24c0c5c1\" data-element_type=\"section\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-container elementor-column-gap-default\">\n\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-column elementor-col-100 elementor-top-column elementor-element elementor-element-745c55e8\" data-id=\"745c55e8\" data-element_type=\"column\">\n\t\t\t<div class=\"elementor-widget-wrap elementor-element-populated\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"elementor-element elementor-element-e512c4e elementor-widget elementor-widget-text-editor\" data-id=\"e512c4e\" data-element_type=\"widget\" data-widget_type=\"text-editor.default\">\n\t\t\t\t<div class=\"elementor-widget-container\">\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\n<p style=\"text-align: right;\">di Lisa Pitrolo Sav\u00e0 (2023)<\/p>\n\n<p style=\"text-align: right;\">\u201c<em>Il tatto ha memoria<\/em>.\u201d<\/p>\n\n<p style=\"text-align: right;\">&#8211; J. Keats<\/p>\n\n<p>Vennero ritrovati un marted\u00ec pomeriggio, nel fuoco di luglio e dentro a un magazzino merci abbandonato da circa un decennio. Sporchi e completamente nudi.<\/p>\n\n<p>Quando la coperta termica gli sfior\u00f2 le spalle, sussultarono entrambi, gi\u00e0 disabituati alla sensazione del tessuto sulla pelle. Negli occhi, sguardi gemelli \u2013 vitrei, abbandonati alla prigione della loro mente. E poi segni sul corpo, segni sul viso, <em>memento mori<\/em> come souvenir di giorni che non possedevano il privilegio di cancellare.<\/p>\n\n<p>Furono separati all\u2019istante.<\/p>\n\n<p>Nessuno parve dar peso alla cosa.<\/p>\n\n<p>Lei scorse una donna, una nuvola di capelli color grano, gettarsi tra le braccia di lui, e istintivamente trattenne il fiato. A malapena riconobbe il proprio stesso compagno andarle incontro, sussurrarle parole di debole conforto contro il capo, menzionare Andrea \u2013 Andrea, suo figlio, il loro bambino, ricordava? Li attendeva a casa. Non aveva voluto portarlo, no. Troppo difficile. Troppo doloroso.<\/p>\n\n<p>Andrea non doveva vedere, non doveva sapere. D\u2019altronde, era finita.<\/p>\n\n<p><em>\u00c8 tutto finito<\/em>.<\/p>\n\n<p>Un\u2019unica frase a infestare il quotidiano di entrambi, da quel momento in poi.<\/p>\n\n<p>Non dovevano fare molto. Trovare la forza di poggiare i piedi a terra, al mattino. Evitare d\u2019esagerare col caff\u00e8. Il caff\u00e8 era ostile ai sintomi da stress post-traumatico, avevano detto \u2013 <em>ostile<\/em>, quella scelta di parole l\u2019aveva fatta ridere, trovava che donasse personalit\u00e0 alla bevanda. Non mancare alcuna seduta di psicoterapia e i check-up obbligatori con lo psichiatra \u2013 lui si era chiesto se vedessero lo stesso medico, ma non aveva trovato la forza di domandarlo; e poi c\u2019era la questione della privacy, ovviamente.<\/p>\n\n<p>E c\u2019era il non detto. C\u2019era ci\u00f2 che ci si aspettava da loro.<\/p>\n\n<p>Per esempio, che fossero felici di essere tornati a casa. Che fossero felici.<\/p>\n\n<p>S\u00ec, in qualche modo lieti di aver riabbracciato le persone che amavano.<\/p>\n\n<p>Che sentissero amore. Che sentissero.<\/p>\n\n<p>Nove mesi dopo, ogni cosa era da considerarsi al suo posto. In nove mesi accadono tante cose: si pu\u00f2 mettere al mondo una vita o compiere duecentosettantatr\u00e9 giri intorno al sole, guardare le foglie nascere e poi attecchire al suolo. Ci si pu\u00f2 convincere di conoscere ancora bene la propria vita o quella della persona con cui si \u00e8 scelto di dividerla. Si pu\u00f2 arrivare, per inerzia, a un passo dal pronunciare un <em>s\u00ec<\/em> che lui ha creduto potesse fare la differenza tra la vita e la morte. Dopotutto, le donne erano creature cos\u00ec semplici.<\/p>\n\n<p>E all\u2019alba del giorno pi\u00f9 bello, ci si pu\u00f2 chiudere nel bagno di casa, riempire la vasca d\u2019acqua e sali, accendere candele ambiziose \u2013 <em>La lavanda \u00e8 un antidepressivo, lo sapeva? Dovrebbe provarla<\/em> \u2013 e tagliarsi i polsi con le lame da barba di lui ancora immacolate.<\/p>\n\n<p>E si pu\u00f2 ricevere una telefonata, a met\u00e0 mattina di quello stesso giorno, e venire a sapere che la donna con cui hai condiviso i giorni pi\u00f9 bui della tua esistenza, appena nove mesi prima, ha tentato di togliersi la vita; ci si pu\u00f2 sentire in colpa per aver assecondato tutti \u2013 moglie, genitori, dottori, il proprio stesso timore \u2013 e non aver pi\u00f9 chiesto di lei, dove fosse, cosa stesse facendo. Come stesse.<\/p>\n\n<p>Giunse in ospedale senza essersi nemmeno cambiato, in pantaloncini da jogging e con grosse toppe di sudore sul tessuto della maglietta. Balbett\u00f2 il proprio nome e quello di lei alla reception. Sper\u00f2 di non doversi spiegare.<\/p>\n\n<p>Non fu necessario, infatti. Lo aspettavano, rivel\u00f2 l\u2019infermiera.<\/p>\n\n<p>Riconobbe il compagno di lei in un angolo del corridoio, lo sguardo combattuto, incapace di celare il giudizio \u2013 <em>Chi non sa non capisce<\/em>, pens\u00f2. Era arrivato a quella conclusione non avrebbe saputo ben dire quando. Forse di fronte a una richiesta di gratitudine che non era stato in grado di soddisfare. Forse perch\u00e9 lo si diceva vivo, ma troppo spesso era stato certo che si sbagliassero.<\/p>\n\n<p>Lei era da sola, nella stanza. Sdraiata sul letto su un fianco, dava le spalle alla porta, il polso fasciato e abbandonato in bella vista lungo l\u2019arco del fondoschiena. La credette addormentata, ma pochi passi pi\u00f9 tardi ne scorse le ciglia allungate in direzione della finestra, da dove un aprile atroce concedeva agli uccelli melodiosa spensieratezza.<\/p>\n\n<p>Scorse il riflesso di lui sul vetro e si volt\u00f2 di scatto, lo shock a ingigantirle lo sguardo e inghiottirle il resto del viso emaciato, pallido. Lui realizz\u00f2 di non aver pensato a cosa dirle. Era giunto a odiare le parole, in quegli ultimi mesi: ne aveva ricevute troppe di vuote, ingannevoli, imbarazzate. Era affamato del silenzio offertogli da lei, affamato di un paio di labbra serrate contro ogni parere medico o il semplice buonsenso.<\/p>\n\n<p>Le fu addosso prima di averlo realizzato, stringendosela contro con una forza tale che quel tentativo di inglobarla in s\u00e9 sarebbe apparso, a un qualunque occhio esterno, un\u2019aggressione. E forse lo era.<\/p>\n\n<p>Ma lei accolse ogni cosa, dalle dita che avrebbero ripristinato vecchi lividi a labbra e denti contro la pelle del collo. Arpion\u00f2 la schiena e le braccia di lui con le proprie unghie nella minaccia di ferirlo, se avesse osato separarsi da lei ancora una volta.<\/p>\n\n<p>Nove mesi di fame appagati su un letto d\u2019ospedale.<\/p>\n\n<p>Ma la fame era destinata a tornare.<\/p>\n\n<p>Nelle ore d\u2019ufficio che avevano ripreso a coprire \u2013 perfetti automi del sistema, finali lieti su due gambe, incarnazione di una <em>resilienza<\/em> che non prevedeva guarigione. Nelle ore trascorse in una casa priva d\u2019ossigeno.<\/p>\n\n<p>Una volta, dopo il <em>tragico evento<\/em> \u2013 era questo l\u2019appellativo pi\u00f9 quotato per menzionare il tentativo suicida di lei senza rendere necessario menzionarlo davvero \u2013 era stato deciso per loro che avrebbero affrontato una sessione di psicoterapia insieme.<\/p>\n\n<p>Scoprirono di aver sempre avuto lo stesso medico, alla fine. Ma li fece solamente sentire ingannati.<\/p>\n\n<p>Per tutto quel tempo, seduti sulla stessa dannata poltrona a orari differenti, sfiorando le stesse vecchie riviste in sala d\u2019attesa senza riuscire a leggerle \u2013 le dita dovevano sempre toccare qualcosa, altrimenti il tremore sarebbe divenuto una faccenda reale. Districare i rovi delle loro vite, tentando di ricondurle a un parallelismo utopico, nell\u2019esigenza di ripristinare ci\u00f2 che era morto molto tempo prima, dentro a un magazzino merci abbandonato.<\/p>\n\n<p>Il giorno in cui erano stati costretti a togliersi i vestiti di dosso.<\/p>\n\n<p>A guardare l\u2019altro subire le perversioni dei loro aguzzini.<\/p>\n\n<p>Infine, a guardare l\u2019altro eseguire gli ordini di questi e non poter fare, a propria volta, altrimenti.<\/p>\n\n<p><em>Che cos\u2019\u00e8 successo, l\u00e0 dentro, che non ci state raccontando?<\/em><\/p>\n\n<p>Ci. Era sempre un gruppo, un <em>noi<\/em> autoritario. Erano i dottori, la polizia, la famiglia, i giornali, i vicini di casa, chiunque. Lo Stato li aveva liberati, adesso erano in debito con lo Stato di una storia avvincente.<\/p>\n\n<p>Non si erano accordati su quell\u2019unica omissione, nel report dei fatti. Non era stato necessario.<\/p>\n\n<p>Forse perch\u00e9 sarebbe stato troppo complesso spiegare e aspettarsi che qualcuno fosse in grado di comprendere. Forse perch\u00e9 sapevano che, ad un certo punto, avevano smesso di odiare ci\u00f2 che facevano. Che era stato l\u2019ultimo pasto del condannato a morte, un segreto che, credevano, sarebbe spirato con loro in quel posto. Senza far del male a nessuno.<\/p>\n\n<p>Erano stati riportati in vita a forza. E quello stesso segreto, che era stato la goccia sulle labbra di due assetati, si era trasformato nello spettro di un quotidiano irriconoscibile. Chiedeva un contrappeso. Chiedeva una ragione per continuare a sussistere senza mostrare al mondo il proprio reale volto.<\/p>\n\n<p>Quel giorno, terminata una seduta di psicoterapia pressocch\u00e9 inutile, andarono in un albergo e si fecero di tutto. E pi\u00f9 la colpa s\u2019insinuava tra i loro corpi, pi\u00f9 si stringevano nel tentativo di soffocarla.<\/p>\n\n<p>Ogni ricordo di quel passato privo di luce pretendeva una nuova messa in scena. Che fossero baci o sangue era, alla fine, la stessa cosa: lo stesso dolore, lo stesso piacere in fondo a questo.<\/p>\n\n<p>Non c\u2019era modo di fermarsi. Non ci fu modo di fermarli.<\/p>\n\n<p>Il matrimonio di lui cadde a pezzi di fronte al suo sguardo assente. Firm\u00f2 le carte del divorzio senza nemmeno guardare negli occhi la donna che aveva giurato d\u2019amare per il resto dei suoi giorni. <em>Che promessa ridicola<\/em>, fu tutto ci\u00f2 che si ritrov\u00f2 a considerare. Ma a cosa pensava, all\u2019epoca? A cosa pensano le persone quando amano? A cosa pensano, quando sono felici?<\/p>\n\n<p>Lei sub\u00ec le urla del compagno, che la teneva legata a s\u00e9 giocando al tiro alla fune con un bambino di cinque anni. La minaccia era tacita, ma reale: nessun giudice ne avrebbe affidato la tutela a una donna traumatizzata che, per di pi\u00f9, aveva intrapreso una relazione clandestina.<\/p>\n\n<p>Guardava il figlio e non provava niente. Non riusciva a ricordare perch\u00e9 avesse deciso di diventare madre \u2013 lo aveva davvero scelto lei? Di fronte a quel test positivo, di fronte a quell\u2019uomo positivo, aveva davvero sentito d\u2019avere scelta?<\/p>\n\n<p>Eccola distruggere la vita d\u2019entrambi e non riuscire a fare altrimenti.<\/p>\n\n<p>D\u2019altronde, non le avevano permesso di togliersi di mezzo.<\/p>\n\n<p><em>Egoista<\/em>. Quando sei madre sei solo madre. Resti in vita per proteggere quella di qualcun altro.<\/p>\n\n<p>Il resto non ha importanza. Sono danni collaterali.<\/p>\n\n<p>La ex moglie e l\u2019ex compagno ascoltarono lo psichiatra tentare di spiegare quei comportamenti. Parl\u00f2 della necessit\u00e0 di ripetere il trauma, nei soggetti che ne hanno subito uno. <em>Coazione a ripetere<\/em>, la chiam\u00f2. Aggiunse che bisognava far s\u00ec che smettessero, ma che erano due adulti consenzienti. Non si poteva far molto.<\/p>\n\n<p>Dovevano confidare nella terapia e nel tempo. Nella terapia e nel tempo.<\/p>\n\n<p>Nessuno dei due, comunque, reput\u00f2 che valesse la pena aspettare. Per il loro modo di vedere la vita, l\u2019amore era un investimento: se portava via pi\u00f9 di quanto consentisse di riscuotere, avevano riposto fiducia nelle mani sbagliate.<\/p>\n\n<p>Che si consumassero a vicenda, dunque. Non li riguardava pi\u00f9.<\/p>\n\n<p>Ventotto anni dopo, un uomo varc\u00f2 la soglia di una casa di riposo determinato a riscuotere.<\/p>\n\n<p>Chiese di lei. <em>La pi\u00f9 giovane delle pazienti<\/em>, sorrise l\u2019infermiera scortandolo. Non lasci\u00f2 che l\u2019idea lo turbasse.<\/p>\n\n<p>Seduta su una poltrona, con un libro abbandonato sulle gambe, dava le spalle alla porta d\u2019ingresso di una sala comune. La credette addormentata, ma pochi passi pi\u00f9 avanti ne scorse le ciglia allungate in direzione della finestra. Mascara e ombretto restituivano dignit\u00e0 allo sguardo semi-vuoto che per lunghi anni lo aveva costretto a bagnare il letto, la notte.<\/p>\n\n<p><em>Suo figlio \u00e8 qui, signora. Non \u00e8 contenta?<\/em><\/p>\n\n<p>Aspett\u00f2 di vederla voltarsi, ma non accadde. Tuttavia, i loro riflessi si incontrarono lungo il vetro.<\/p>\n\n<p><em>Mamma<\/em>, disse, e si rimprover\u00f2 per aver ceduto a quella parola solo per ricordarne il sapore al palato.<\/p>\n\n<p>Le sedette di fronte. Sub\u00ec lo sguardo inconsapevole di una donna ancora bella, ancora in forma, apparentemente in ottima salute. Fu sconcertante da guardare.<\/p>\n\n<p>Si era aspettato un rottame. Un vecchio micio dagli artigli stanchi che non avrebbe pi\u00f9 temuto, per cui forse sarebbe riuscito a provare piet\u00e0.<\/p>\n\n<p>Ma non era l\u00ec per perdonare. No.<\/p>\n\n<p>Era l\u00ec per costringerla a ricordare.<\/p>\n\n<p>Alla notizia del rapido progresso della malattia, non aveva pensato a una giusta punizione, a un karma che compieva il proprio corso, a una rivincita in qualche modo servita su un piatto d\u2019argento. L\u2019oblio a cui era gradualmente sottoposta la memoria di lei gli appariva come un dono immeritato.<\/p>\n\n<p>Sua madre avrebbe dimenticato il male compiuto.<\/p>\n\n<p>Non glielo avrebbe permesso.<\/p>\n\n<p>Dopo aver evitato ogni contatto con la donna che l\u2019aveva messo al mondo e abbandonato ad appena cinque anni, eccolo l\u00ec, nell\u2019anniversario di quel giorno funesto scelto con la malizia di un drammaturgo.<\/p>\n\n<p><em>Lo sai quanti anni ho, mamma?<\/em>, si divert\u00ec a punzecchiarla crudelmente. <em>Non ricordi?<\/em> <em>Sono trentatr\u00e9. Come gli anni che avevi tu quando te ne sei andata.<\/em><\/p>\n\n<p>Qualcosa dietro gli occhi di lei parve muoversi per un istante, l\u2019insinuarsi di un dubbio, il tentativo di un\u2019immagine di venire a galla.<\/p>\n\n<p>L\u2019uomo cap\u00ec di essere sulla strada giusta e di dover insistere.<\/p>\n\n<p><em>Te ne sei andata. Perch\u00e9 te ne sei andata? Non te l\u2019ho mai chiesto. Ma non credere che non sappia, mi \u00e8 stato raccontato. <\/em>Fu una risata amara.<\/p>\n\n<p><em>Hai lasciato tuo figlio per un tizio che conoscevi a malapena<\/em>. <em>Non \u00e8 vero?<\/em><\/p>\n\n<p>Le pupille nello sguardo della donna avevano preso a inseguire ombre che a nessun altro era concesso visionare. Il corpo morbido, rivestito da una camicia elegante, gli parve irrigidirsi su quella stessa poltrona. Il libro sulla sua coscia tremava.<\/p>\n\n<p><em>Che tipo di madre farebbe una cosa del genere? Mi hai mai amato, almeno? Sai dirmelo, questo?<\/em><\/p>\n\n<p>La donna emise un rantolo, cui segu\u00ec il tentativo di mormorare qualcosa. Tutto ci\u00f2 che l\u2019uomo a lei di fronte riusc\u00ec a captare fu un tremolante: <em>Io\u2026<\/em><\/p>\n\n<p><em>Io, io, io\u2026 \u00e8 sempre e solo di te che t\u2019importa. <\/em>Non la lasci\u00f2 proseguire, reso improvvisamente forte dal terrore nello sguardo di lei.<\/p>\n\n<p><em>Andrea<\/em>.<\/p>\n\n<p>Il suo nome su quelle labbra assottigliate dagli anni fu sufficiente a far capitolare la fiducia in s\u00e9 stesso appena riscoperta. La fiss\u00f2, sorpreso dal semplice fatto che ricordasse come si chiamava. Aspett\u00f2, con sgomento e un\u2019esigenza divenuta dolorosa, che la madre aggiungesse dell\u2019altro. Invece si ritrov\u00f2 ad osservare una sessantenne piangere e agitarsi, cercare parole che forse non erano ancora state inventate. Guardarlo come fosse un angelo della morte: al contempo temuto e atteso.<\/p>\n\n<p>Quando una mano grande e puntellata d\u2019efelidi le si pos\u00f2 su una spalla, la donna smise di tremare. Chiuse gli occhi. Respir\u00f2 profondamente.<\/p>\n\n<p>L\u2019uomo che l\u2019aveva toccata \u2013 ingrigito, ma ancora nel pieno delle forze, se comparato al resto dei residenti \u2013 attese con pazienza che lei alzasse gli occhi senza smettere di fissarla o preoccuparsi di introdursi al suo interlocutore.<\/p>\n\n<p>Lei non si premur\u00f2 nemmeno di sollevare il capo fino a incontrare gli occhi di lui, no. Si limit\u00f2 a fissare quella mano grande contro il tessuto leggero della propria camicia. Prese una lunga boccata d\u2019aria e sfreg\u00f2 quasi impercettibilmente lo zigomo sul braccio di lui.<\/p>\n\n<p><em>Stai bene?, <\/em>si accert\u00f2 quest\u2019ultimo.<\/p>\n\n<p>Se vi fu una risposta non rese il linguaggio necessario.<\/p>\n\n<p>Il vecchio rimase a fissarla fino a quando il petto di lei riprese a muoversi regolarmente e il piede, laccato di rosso, smise di agitarsi come un topo nella gabbia del sandalo. Soltanto a quel punto si volt\u00f2 verso il figlio della donna, senza tuttavia interrompere il contatto col corpo di lei.<\/p>\n\n<p>Andrea pot\u00e9 scrutarlo meglio in viso e la sensazione di conoscerne i lineamenti and\u00f2 solidificandosi nelle sue convinzioni. Gli occhi del vecchio si posarono su di lui per un istante soltanto, calmi, fermi ma mai severi. Non c\u2019era risentimento, sospetto o anche solo fastidio.<\/p>\n\n<p>Il vecchio accenn\u00f2 un leggero movimento del capo, un\u2019impacciata riverenza accompagnata da un mormorio intraducibile. Poi, cos\u00ec com\u2019era arrivato, si allontan\u00f2.<\/p>\n\n<p>La scomparsa di quel volto dalla visuale costrinse la memoria di Andrea a un adrenalinico slancio per afferrare qualcosa, quell\u2019appiglio che lo aveva torturato negli ultimi minuti. Ci\u00f2 che recuper\u00f2 fu un foglio di giornale, un largo quotidiano a occupare da solo un quarto della scrivania del padre.<\/p>\n\n<p><em>RITROVATI<\/em>, urlava il titolo in prima pagina.<\/p>\n\n<p>E poi strillava altre parole vittoriose \u2013 <em>libert\u00e0, giustizia, lieto fine<\/em> \u2013 che stridevano, stridevano in maniera quasi dolorosa con l\u2019immagine di sua madre da giovane, disorientata, sporca, avvolta intorno a una coperta termica nonostante il sudore al volto.<\/p>\n\n<p>Al suo fianco, un solo passo indietro come quel giorno, gli parve di vedere lui. Il vecchio.<\/p>\n\n<p>Le rughe barattate per della fuliggine e qualche graffio incrostato sulla testa.<\/p>\n\n<p>Lo sguardo smarrito, ma il corpo ancora una volta orbitante intorno a quello di lei, come un satellite.<\/p>\n\n<p>Realizzarlo gli strapp\u00f2 ogni precedente intento dal petto e lo costrinse a una faticosa apnea. Il rantolo che non fu in grado di soffocare ricord\u00f2 a tal punto quello emesso dalla madre poco prima che, di fronte a quel crudele gioco di specchi, fu soltanto in grado di scappare.<\/p>\n\n<p>Abbandon\u00f2 la madre sulla stessa sedia su cui l\u2019aveva trovata, incapace di guardarla un\u2019ultima volta. Tent\u00f2 di ricomporsi quel tanto che bastava per ricordare dove si trovasse l\u2019uscita.<\/p>\n\n<p>L\u2019infermiera che lo aveva fatto accomodare poco prima lo bracc\u00f2 una manciata di metri pi\u00f9 avanti. Il suo stato di costernazione era palpabile, ma come chiunque altro lavorasse in posti come quello, pens\u00f2, lei doveva esserci abituata, perch\u00e9 mantenne un rassicurante distacco.<\/p>\n\n<p><em>Non si addolori se sua madre non le sembra pi\u00f9 lei. \u00c8 la malattia. <\/em>Gli sorrise, cordiale ma professionale.<\/p>\n\n<p><em>L\u2019uomo che le sta intorno\u2026 chi \u00e8?<\/em><\/p>\n\n<p>Sentire il nome che si era aspettato gli mozz\u00f2 ugualmente un respiro gi\u00e0 inquieto.<\/p>\n\n<p>La giovane donna continu\u00f2 a parlare. Disse che non era un paziente, ma un volontario. Che era arrivato insieme a lei il giorno del ricovero. Che si era rifiutato di lasciarla.<\/p>\n\n<p>Ma, a quel punto, la mente di Andrea inizi\u00f2 a retrocedere. Si imbarc\u00f2 nel fallimentare tentativo di riabbracciare le consapevolezze di un tempo e seppellirvi le nuove al di sotto, privilegio dei folli.<\/p>\n\n<p>Si volt\u00f2 un\u2019ultima volta in direzione della stanza comune. La luce al suo interno era divenuta accecante. Non riusciva a scorgere il capo della madre senza avvertire aghi penetrargli gli occhi.<\/p>\n\n<p>Immagine di Pino Pitrolo<\/p>\n\t\t\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t<\/section>\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Lisa Pitrolo Sav\u00e0 (2023) \u201cIl tatto ha memoria.\u201d &#8211; J. Keats Vennero ritrovati un marted\u00ec pomeriggio, nel fuoco di luglio e dentro a un magazzino merci abbandonato da circa un decennio. Sporchi e completamente nudi. Quando la coperta termica gli sfior\u00f2 le spalle, sussultarono entrambi, gi\u00e0 disabituati alla sensazione del tessuto sulla pelle. 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