Animalia

di Enrico Palma

 

Alberto Giovanni Biuso

Animalia

Prefazione di R. Marchesini

Villaggio Maori Edizioni, Catania 2020

«Metamorfosi/24»

Pagine 186

€ 16,00

 

 

«Hai notato che la loro pupilla riflette sempre la nostra faccia?» dice Henri. «Se fai bene attenzione. È un particolare, ma a volte vedo solo questo. Mi salta all’occhio. È come guardare in uno specchio unidirezionale o in fondo a un pozzo. Ti vedi, ma vedi anche qualcos’altro, qualcos’altro che si agita al di sotto, come… Come se vedessi anche nel modo in cui ti vedono loro, con i loro occhi di animale».[1]

 

L’incipit fenomenologico, nonché primo capitolo di questo testo di Biuso, sembra richiamare proprio le parole di Del Amo, scrittore francese autore di uno dei romanzi più impressionanti, lucidi e realisti su quanta ferocia e insensatezza accada in un allevamento intensivo e negli umani che gli sono asserviti, dalla sua nascita fino alla sua inevitabile autodistruzione. Ci sono loro, gli animali che guardano, e ci sono gli umani, che nel momento stesso in cui sono guardati vengono scossi nel profondo come Henri, il quale pare aver scorto non soltanto il riflesso dell’orrore che ogni giorno perpetrava nel macello di famiglia, ma anche l’ombra sfuggente di sé stesso, come se nei «loro occhi di animale» vedesse il proprio sé specchiarsi, l’abissalità del suo male. Guardando l’animale, Henri forse capisce di essere animale anche lui. 

Il libro di Biuso è in tal senso un dialogo continuo con gli altri animali per comprendere qualcosa in più di noi umani e per decretare l’annullamento di quella distanza in cui si rende possibile che noi guardiamo loro e loro guardino noi, favorendo in questo modo uno sguardo orizzontale per il quale è solo il noi a esistere, un noi divenuto punto di incontro oltre le gabbie, i laboratori e i mattatoi.

Come si evince dalla partecipata prefazione di Roberto Marchesini, dal XV secolo in poi l’animalità è stata un «controtermine della condizione umana», «uno specchio oscuro»[2]. Non soltanto dunque una distanza siderale che ha confinato in modo indifferenziato, secondo il paradigma umanistico e antropocentrico, tutti gli esseri viventi non-umani in un’unica categoria, appunto quella di animale, ma anche un «punto di collisione»[3], una frattura in cui rinvenire non una separazione ancora più decisa tra ciò che è umano e ciò che è animale, bensì un luogo di forte rottura con quanto l’antropocentrismo ha finora determinato della zoosfera e dei rapporti tra i viventi. 

Alla luce di ciò il libro dirama almeno tre prospettive teoriche: destituire l’antropocentrismo di ogni validità epistemologica e ontologica come concezione di fondo per cui l’umano deterrebbe una supremazia di ogni genere e a tutti i livelli sul resto dell’ente e dei viventi; affermare la ricchezza e la pluralità del mondo animale nella differenza delle specie; istituire un nuovo paradigma, quello etoantropologico, in cui il confronto tra il comportamento umano e quello animale possa condurre a una riformulazione della cultura dominante in favore di una visione ecologica, egualitaria e rispettosa dell’intero sistema-mondo nel quale la pluralità delle specie prolifera. 

La differenza tra le specie non deve perciò giustificare una scala gerarchica. Come ben spiegato da Biuso: «La differenza tra il nostro mondo e quello degli altri animali è fenomenica e non ontologica. Ipotesi che si fonda sulla identità ibridativa dell’antroposfera, sia con la zoosfera sia con la tecnosfera, e quindi sul superamento del paradigma vitruviano – la perfetta figura umana dentro un cerchio – a favore di una pratica antropodecentrica e postumana».[4] La differenza tra uno sciame di api che costruisce il proprio alveare interagendo in modo tecnico con l’ambiente circostante e con il resto dei viventi non ha nulla di diverso, seguendo tale ipotesi ibridativa, con il comportamento tipicamente umano di organizzarsi in case, quartieri e città, se non nella prassi consolidata, non più ibridativa ma distruttiva, di minacciare il benessere del proprio ambiente.

L’animale, come parola e anche come correlato concettuale, è un suono privo di riferimento, un insieme vuoto, a meno che non lo si intenda come l’insieme del vivente con certe caratteristiche e dal quale non venga escluso l’umano, e come premessa a un’animalità consapevole e riconosciuta. Utilizzando questa parola come schermo, quasi come uno scudo da sfoderare contro lo sguardo degli altri animali sempre diretto verso di noi e con il quale essi ci reclamano, l’animale che siamo e l’animalità che esprimiamo diventano invisibili, incoglibili e, all’estremo, anche inconsistenti. 

L’animalità è una delle strutture attraverso le quali la materia esplica tutta la sua potenza e creatività. Questo libro rappresenta infatti l’applicazione di una prospettiva teoretica profondamente materialistica, che rinviene nella differenza in divenire della materia e del tempo la scaturigine del reale. L’animalità è materia differenziata nel divenire di diverse strutture, che la tassonomia ha studiato e classificato in specie. 

 

La vertigine della materia è la sua infinita potenza nel generare strutture, saggiarle, spegnerle e accenderne altre. Minerali, vegetali, animali sono parte di questa vicenda che non può essere ricondotta e ridotta a tassonomie e a strutture statiche ma è sempre pervasa di un dinamismo che accade e si evolve nel tempo, il quale è la dimensione fondamentale e costituiva dell’essere in ogni sua espressione.[5]

 

Questa è una delle tesi di fondo per cui il discorso sull’animalità deve disconoscere qualunque pretesa di supremazia, superiorità o unicità di una specie su tutte le altre, e per cui l’antropocentrismo deve essere espunto da ogni ambito, sia del senso comune che scientifico. È la struttura stessa della materia da cui la zoosfera è emersa a reclamare una dimensione etica egualitaria e orizzontale. E tuttavia, nonostante ciò, cogliendo tutta la problematicità della questione, Biuso domanda: «Se questa è la struttura della materia, per quali ragioni come specie nutriamo una vera e propria ossessione di distanziamento? Da dove nasce il tentativo costante e ripetuto di distinguerci dagli altri animali?»[6]. Ci sarebbero una paura ancestrale, un senso di difesa del proprio territorio e del proprio spazio anche se ciò significa dominare per intero lo spazio del vivente congeniale alla specie umana, un tentativo folle e disperato di fermare il tempo e di annullare la morte. 

Destrutturare il paradigma vitruviano significa anche applicare il dispositivo di Identità e Differenza, per cui l’identità animale si dispiega nella diversità straordinariamente plurale delle specie, nell’incessante flusso del vivente che è il rigoglio della vita stessa. Articolare un nuovo paradigma significa ripensare, sulla scorta della materia unica, uguale e sovrana, «il campo materico nel quale siamo tutti identici in quanto tutti animali e tutti differenti in quanto animali diversi tra di loro»[7].   

In questo sfondo, cosa si dovrebbe correggere, cancellare e combattere? Sicuramente la colpa connaturata all’umano d’essere finito e di dimenticarsi di questa finitezza, che lo induce a travalicare i suoi stessi limiti e a collocarsi quale signore inconcusso del vivente, come se la morte e gli altri enti organici e inorganici non esistessero. 

Che cosa rappresenta quindi l’umano nei due paradigmi opposti, antropocentrico ed etoantropologico, che in questo testo si misurano costantemente? Biuso tenta di definire l’umano in questo modo, inserendolo all’interno della dinamica tra i due paradigmi belligeranti: «L’umano è una molteplicità nella quale il dominio del soggetto antropocentrato è un’illusione rispetto al rizoma dell’ente incarnato nel mondo e ibridato con esso. L’umano non è una controparte dell’animalità ma costituisce un suo specifico ambito»[8].

L’umano è dunque «identità nella differenza, molteplicità nella continuità»[9], una parentesi del vivente che attinge le ragioni del proprio senso dalla relazione quanto più profonda possibile con l’ambiente di cui è parte. In questo modo, secondo l’autore, anche il pensiero heideggeriano costituirebbe una delle riflessioni imprescindibili per la cosiddetta Deep Ecology, avendo il filosofo tedesco costantemente tematizzato non soltanto l’Intero come dinamica essenzialmente temporale per cui tutto diviene nel gioco incessante di essere ed enti, animalità e mondo, ma anche la categoria ontologica originaria di ogni vivente, «perché la nostra unità non è fondata sulla separatezza dal mondo ma sull’In-der-Welt-sein, (sull’essere nel mondo) sull’essere – appunto – λος dentro l’οκος»[10].

La risoluzione, o il tentativo di superamento del paradigma antropocentrico, ha in Biuso un’accezione politica. Incrociando in modo molto interessante le riflessioni sugli animali dei pensatori politici del passato (Machiavelli su tutti e in particolare il suo poema incompiuto L’asino), l’autore traccia anche una proposta antropologica sulla base di alcuni dei più importanti filosofi che hanno espresso posizioni libertarie (Bakunin) o che hanno analizzato la questione sovranità/potere/obbedienza in maniera tale da ravvisare in questo plesso teorico la scaturigine della sciagurata dismisura che caratterizza le società umane contemporanee (La Boétie, Canetti, Scuola di Francoforte). Secondo Biuso la radice dei mali delle società contemporanee e delle profonde contraddizioni che le intessono starebbe nell’imperterrita e ogni giorno sempre più disastrosa guerra contro gli animali, nell’eccidio quotidiano che gli umani perpetrano contro di loro, certi che non esista nessuna specie potente e organizzata al punto da cospirare ai suoi danni. 

Ripensare il paradigma politico-antropologico della contemporaneità, sulle premesse ontologiche enucleate dall’autore, significa formulare una proposta seria e alternativa sulle relazioni umane in cui il potere lentamente si eclissa e ciascun componente del consorzio umano ne detiene il meno possibile, auspicando in questo modo uno scenario libertario ed egualitario. 

Risolvere la questione animale decretando un’animalità universale e insieme unitaria e molteplice, significa risolvere la guerra che, con il Céline citato dall’autore, accade continuamente nel cuore degli umani e che si riversa nello sfacelo culturale, relazionale, ecologico, ambientale, intellettuale ed emotivo delle società attuali. L’animalità, dunque, è tutto, ed è anche il punto.

Con una rara prova di lucidità argomentativa e stilistica, forse raccogliendo la suggestione di qualche pagina gaddiana, Biuso scrive: 

 

Il tempo è persuasore di rinunce e divoratore di speranza. Sofferenza e tenebra avvolgono ciò che è vivo, le cose, gli uomini, nella corsa magnifica e insensata degli evi. L’innocenza originaria, o qualsiasi cosa le somigli, è solo un’illusione: basta guardare le persone, in qualunque fase della loro vita, in qualunque azione. Il male è dentro di noi, è in ognuno che desidera, è la tenebra della specie più luminosa, il dionisiaco dell’apollineo: la bizzarria della vita e il dominio su di essa del dolore, la ferocia della storia, l’incerta e terribile conoscenza di se stessi, la messe di inestinguibili rimpianti.[11]

 

A cui l’autore, come chiusa, aggiunge: «La rimozione della finitudine crea l’utopia col suo necessario corollario: il macello. La storia come sterminio è soltanto il naturale esito di tale rimozione del limite, alla ricerca di una perfezione impossibile»[12]. Provando a suggerire una sintesi, l’antropocentrismo è la storia di tale illimitato, di tale guerra contro gli animali, il vivente e il cosmo.

L’antropocentrismo consola l’umano, quasi fosse una promessa per l’aldilà, per il limite che lo definisce e lo sostanzia, in una becera quanto nefasta e sanguinosa menzogna che per secoli ha indotto la specie umana a considerare la totalità dell’ente come cosa dovuta, che il reale fosse alla sua mercé, che il suo fine corresse parallelo a quello del cosmo. 

Per guarire da questa perniciosa protervia, Biuso propone almeno tre soluzioni. L’autore caldeggia un’ontologia che abbia nella relazione reciproca e nella scoperta e valorizzazione delle differenze il suo fondamento, «un’ontologia post-cartesiana e post-umanistica che riconosca nell’eterospecifico una delle condizioni di ogni specie, compresa la nostra; che sia sapiente della differenza come titolo per ogni identità»[13]. Che si sia finalmente in grado di articolare uno spazio umano adeguato a tale ontologia e alla dignità del vivente fondata sull’egualitarismo orizzontale, di «elaborare progetti e forme che edifichino la città comune e la rendano ricca di scelte, possibilità, direzioni», di ripensare la cultura «come miglioramento della natura umana, come direzione costruttiva impressa alle sue energie animali, come unità fra gli impulsi, i fenomeni e la riflessione»[14]. Che si ritrovi l’afflato comune tra l’umano e le altre specie, in vista di un’animalità realmente integrata.

L’appello è dunque a conoscere se stessi e l’animalità che siamo, per il quale il nuovo motto etoantropologico suona: «Conosci l’animale che sei, i suoi limiti e la sua grandezza»[15], magari subito dopo essere stati imbrattati da un escremento del destino da parte di uccelli che, signori del cielo, ricoprono di umiltà la protagonista del racconto inserito in conclusione, la quale erroneamente aveva riconosciuto un dio nell’amato e, proprio per questo, anche nella sua specie. 

Lo sguardo degli animali verso di noi con cui Biuso ha iniziato il libro deve dunque diventare il nostro sguardo. È anche quello di Whitman, che in un bellissimo canto di pace, fratellanza e saggezza interspecifica offre le parole giuste a questo sentire ontologicamente egualitario: 

 

I think I could turn and live with animals, they are so placid and self-contain’d,

I stand and look at them long and long.

They do not sweat and whine about their condition, 

They do not lie awake in the dark and weep their condition, 

They do not make me sick discussing their duty to God,

Not one is dissatisfied, not one is demented with the mania of owning things,

Not one kneels to another, nor to his kind that lived thousands of years ago,

Not one is respectable or unhappy over the whole earth.[16]

 
 
 

[1] J. Del Amo, Regno animale (Règne animal, 2016), trad. di M. Botto, Neri Pozza, Vicenza 2017, p. 261.

[2] R. Marchesini, Prefazione a A.G. Biuso, Animalia, Villaggio Maori Edizioni, Catania 2020, p. 11.

[3] A.G. Biuso, Animalia, cit., p. 19.

[4] Ivi, p. 22.

[5] Ivi, pp. 30-31.

[6] Ivi, p. 31.

[7] Ivi, p. 35. Il corsivo è nel testo.

[8] Ivi, p. 82.

[9] Ivi, p. 95.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 113.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 41.

[14] Ivi, pp. 56-57.

[15] Ivi, p. 44.

[16] W. Whitman, Canto di me stesso (Song of myself), in Foglie d’erba (Leaves of grass), a cura di B. Tedeschini Lalli, trad. di A. Marianni, Rizzoli, Milano 2018, p. 152, vv. 684-691. «Io credo che potrei voltarmi e andare a vivere con gli animali, così placidi e controllati, / Resto a guardarli ore e ore. / Non si affaticano, non frignano per la loro condizione, / Non stanno svegli al buio piangendo i loro peccati, / Non mi scocciano coi loro doveri verso Dio, / Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per la mania di possedere, / Nessuno s’inginocchia ad un altro, o a uno della sua specie vissuto migliaia d’anni fa, / Sopra l’intera terra, nessuno ha onori o compassione», ivi, p. 153. Il corsivo è mio.

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