Ritratti umani

di Enrico Palma

 

Sebbene la lectio (o reading) sia una forma prosastico-teatrale di coinvolgimento e impegno attoriale di entità contenuta, un interprete di provata esperienza e profondo conoscitore della Sicilia e della sua letteratura come Andrea Tidona ha saputo esprimere la varietà di colori, tonalità e caratteri dei capolavori verghiani, restituendone in modo puntuale sfumature emotive ed esistenziali. La lectio, tuttavia, costituisce una vera sfida, sia per l’interprete che per l’ascoltatore. Il tentativo di traduzione di una pagina silenziosa in voce, parole e suoni, tali da risvegliare i luoghi autentici del verismo, costituisce un formidabile strumento per mezzo del quale il testo originale può mettersi in comunicazione e con il luogo e con il pubblico. Lo spettacolo è stato un canale diretto onde immettersi nelle pieghe ora liete ora drammatiche della vicenda di Diodata e Gesualdo, della Lupa e di Jeli. 

Recitare, mimare e prestare le corde vocali da parte di un bravo attore ai testi verghiani costituisce una rievocazione che la pagina scritta reclama a gran voce. Nell’epoca in cui si narra di continuo sulle piattaforme social ma in modo privo di contenuti nutrienti e senza attribuire il giusto spazio alla parola, in cui si assiste al declino inesorabile del tempo dedicato alla lettura (e più in generale dell’homo legens) e l’alta letteratura come esperienza di verità sembra divenuta lettera morta, la pagina di Verga ha ripreso vitalità e vigore, ha parlato e comunicato agli spettatori. L’impeto di liberazione delle passioni, dei personaggi e delle esperienze mitiche poiché archetipiche del popolo siciliano e non solo ha permesso di estrarre la parola dal suo silenzio e l’ha fatta risuonare in Piazza Umberto I, con un’interpretazione intensa e partecipata.

Diodata è stato il primo personaggio della rievocazione. Diodata, che «vuol dire di nessuno»[1], nata sotta la stella cattiva e disgraziata degli umili, è la figura della dura verità del mondo di Verga. È il cane fedele di Gesualdo, accarezzato con scappellotti, saziato con qualche tozzo di pane e scaldato da un tiepido focolare, che non essendo di nessuno è un randagio della vita, così afflitto e uggiolante da non avere nemmeno l’ardire di prendersela con il proprio destino avverso. E tuttavia, proprio come i cani succubi dei padroni, i quali più calci subiscono più sono a loro cari, la devota Diodata, in una delle scene più commoventi del romanzo, è l’unica a salutare Gesualdo in partenza per Palermo, ormai malato e sfinito dalla vita. 

Gesualdo è il personaggio eticamente migliore di tutto il cosmo verghiano, il suo eroe più valoroso, attraverso cui diviene evidente la sconfitta che si accanisce più duramente contro chi si adopera a ogni costo per evitarla. Ha accumulato quanto più ha potuto, cercando di dare un senso alla sua vita riscattandola con il possesso e la roba, un desiderio di permanenza labile come una scritta sulla sabbia. Ha tentato di redimere la sua esistenza e i natali sfavorevoli sposando una nobile spiantata, accogliendo una figlia di sangue non suo che lo disconoscerà del tutto e che, all’ultima ora, si dimenticherà di lui: «E lui allora si sentì tornare Motta, com’essa era Trao, diffidente, ostile, di un’altra pasta. Allentò le braccia e non aggiunse altro»[2]. In un’ultima preghiera rivolta a Isabella, Gesualdo dichiara la sua poetica e anche il suo fallimento: «Ti ho voluto bene… anch’io… quanto ho potuto… come ho potuto… Quando uno fa quello che può…»[3].

Gesualdo, con la sua morte, rappresenta la solitudine radicale dello stare al mondo, un personaggio siciliano e greco al contempo, conscio dell’ineluttabilità di un destino più forte di ogni sforzo umano e di ogni roba possibile. Morirà di pylori cancer, tumore allo stomaco, una malattia assai ironica, causata, non c’è dubbio, dai troppi bocconi amari che ha dovuto ingerire. Gesualdo è la presa d’atto delle forze e degli eventi che più grandi dell’umano lo tramortiscono e lo annientano, di quel destino che sovrasta ogni cosa e che con ciò rende ogni vivente un vinto

Ci si può anche infuriare se le cose vanno in modo triste e avvilente. Si può, come Gesualdo, anche bestemmiare e inveire contro tutto e tutti, in terra e in paradiso. Ma alla fine, nel silenzio e nella solitudine più totale, non resta che mollare. E in ciò consiste la sua profonda saggezza, che naturalmente è anche quella di Verga. 

  La Lupa Jeli il pastore, ossessionata la prima e tenera la seconda, sono novelle accomunate dallo stesso demone, quello del sentimento amoroso o, per meglio dire, della gelosia, che è il vero volto dell’amore. Scriveva in modo esatto Marcel Proust: «La jalousie n’est souvent qu’un inquiet besoin de tyrannie appliqué aux choses de l’amour»[4]. L’amore e la gelosia sono il desiderio mai sazio di possedere l’altro, di farlo prigioniero, di confinarlo all’interno del delirio solipsistico dell’innamorato. L’amore è quel sentimento vorace che spinge a ingerire l’altro, a fagocitarlo, a farlo dissolvere in noi. 

È ciò che fa la Lupa, che dà in sposa la figlia a Nanni per non lasciarselo più sfuggire. Il giovane, ammaliato anche lui da questa maga alta, bruna e pallida, non sopporta tale incantamento: «Ed avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non vedere quelli della Lupa, che quando gli si ficcavano ne’ suoi gli facevano perdere l’anima ed il corpo. Non sapeva più che fare per svincolarsi dall’incantesimo»[5]. Il giovane genero, pur di scacciare quest’ossessione, alla fine inforca la scure e la uccide.  

Allo stesso modo si dica dell’amara storia di Jeli, un assassino per onore, il quale uccide chi gli stava portando via la bella Mara con cui era cresciuto, e che rappresentava il mondo, il suo mondo, quello conquistato dopo tanti stenti e fatica. «Jeli mentre andava tosando le pecore, si sentiva qualcosa dentro di sé, senza sapere perché, come uno spino, come un chiodo, come una forbice che gli lavorasse internamente minuta minuta, come un veleno»[6].

In queste tre opere l’amore viene declinato come sottomissione e devozione (Diodata), affetto e pietà (Gesualdo), possessione e voracità (la Lupa), gelosia e difesa di ciò che è proprio (Jeli). L’amore è il sentimento più potente che esista, il più estremo, il quale, come ascoltato durante lo spettacolo, in modi anche opposti reclama sangue, vita e morte.

 

 

 


[1] G. Verga, Mastro-don Gesualdo, Mondadori, Milano 2008, p. 74. 

[2] Ivi, p. 354.

[3] Ivi, p. 352. Il corsivo è mio.

[4] M. Proust, La prisonnière, a cura di P.E. Robert, Gallimard, in À la recherche du temps perdu, a cura di J.-Y. Tadié, Parigi 2019, p. 1670. «La gelosia spesso è un inquieto bisogno di tirannia applicato alle cose dell’amore», trad. di M.T. Nessi Somaini, Rizzoli, Milano 2012, p. 116.

[5] G. Verga, La Lupa, in Vita dei Campi, in Tutte le novelle, cit., p. 185.

[6] Id., Jeli il pastore, in Vita dei campi, in Tutte le novelle, cit., p. 156.

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