Fatemi soffrire e mi metterò a camminare

di Enrico Palma

 

È straordinario a quante cose riesce a spingere la sofferenza. E intendo il dolore esistenziale, il malessere costante e nauseante che intride la vita in ogni sua fibra. A volte alcune circostanze lo esacerbano, al punto da determinare una svolta, un deciso cambio di passo, il desiderio di avere davanti agli occhi il mai visto prima e di respirare un’aria del tutto rigenerata. 

Si sbaglia tuttavia se si pensa che basti questo: un dettaglio insulso per insignificanza può far tornare alla mente ciò da cui si voleva fuggire, restando tale malessere esattamente come prima. Esso rimane sopito dentro di noi, come una serpe che tra le sue spire tiene il suo uovo al sicuro e che abbiamo reticenza a sottrarre per paura di essere morsi fatalmente. C’è quindi questa doppia spinta: da una parte la volontà di cambiare aria, di allontanarsi per un po’ dai luoghi e dalle situazioni divenuti per noi tossici fino a renderli invivibili, come se l’accelerazione impressa alla vita possa contribuire all’oblio accumulando quantità di nuovo in grado di tumulare il vecchio; dall’altra tale passato doloroso può sempre insorgere, una compagnia a cui spesso la distrazione non giova per nulla. Ma c’è un’altra cosa curiosa: pur non avendo raggiunto l’obiettivo, poiché il tempo, come si suole dire, avrebbe fatto il suo corso alla stessa maniera e in qualunque luogo ci trovassimo, con l’eccezione di aver reso il processo, stavolta sì, certamente meno doloroso per via del distacco dalla tossicità, è l’impulso a importare, questo slancio continuo che, avendoci compresso come si fa con una molla, sfrutta la sofferenza per spingerci oltre. 

Non voglio parlare della materia della compressione, bensì proprio di questo oltre. Perché se non fossimo stati distrutti o compressi a quel punto, forse non avremmo avuto quest’energia negativa tale da compiere esperienze che prima, per pigrizia, aspettativa o semplice desiderio di compierle diversamente, non avremmo mai fatto.

Come lo definisce un mio caro amico, questo furore di viaggiare si è impadronito di me con una forza insospettata, tanto da aver avuto la fortuna in poco più di quattro mesi di visitare alcuni dei luoghi più belli d’Europa. Proverò quindi a dare voce ad alcuni miei appunti, non lunghi ma spero densi, affinché dal racconto possa emergere almeno uno dei sentimenti di cui ho parlato all’inizio, e cioè che la forza che ci spinge a dimenticare è forse ben più potente di ogni altra, e che la miseria individuale in cui siamo sprofondati (per nostra sciagura o per quella altrui) non è poi da ritenersi così grave, perché il mondo, se conosciuto in lungo e largo, pare anch’esso un posto altrettanto miserabile. È un’acquisizione veramente funesta, persino in contraddizione con quanto sostenuto finora e che si leggerà nel seguito di queste righe, ma mi sia concesso di dire che è invece tutt’altro che negativa, perché offre un senso di liberazione come poche altre cose nella vita riescono a dare. E ogni volta che lasciavo Berlin, perché le mie gite iniziavano e si concludevano sempre lì, nella città del lutto perenne, quest’amarezza mi diventava sempre più cara, sempre più amica.

 

Hamburg

 

Hamburg è una città di commercio, lo è stata per molti secoli come lo è attualmente. Il porto, infatti, ne è il simbolo più rappresentativo. Ci andavo a passeggiare tutti i pomeriggi al tramonto, quando il sole scendeva a picco fino a nascondersi tra le nuvole raggrumate e gli enormi sollevatori. Il fiume era sempre ingrossato dalle navi che vi transitavano, ma stare lì, sotto quei riflessi tra l’acciaio dei container e l’acqua ingrigita dalla tristezza delle ultime luci, apriva a considerazioni veramente poetiche, dove il semplice trovarsi preludeva a osservazioni svagate. A questo mondo, diceva Rilke, c’è sempre da guardare e il porto di Hamburg, nell’estremo Nord della Germania, con questo grande corno che partiva dalla banchisa fino al termine della luce, era un gran bel colpo d’occhio. Attimo contemplativo assai strano se si considera il posto in sé, un porto, uno dei luoghi maggiormente antropizzati e concetto di ibridazione tra l’uomo e la natura, ma molto significativo se lo si associa ad alcuni grandi dipinti della città custoditi nella Kunsthalle, e mi riferisco, tra gli altri, soprattutto a due Friedrich, l’Eismeer, il mare di ghiaccio, e naturalmente il Wanderer, il viandante sul mare di nebbia. 

Certo, c’erano Blankenese, la frazione di Altona per i ricchi di Hamburg, un quartiere completamente scosceso e fatto di scale molto ripide, tanto da essere chiamato Treppenviertel; Planten un Blomen, uno dei parchi più accattivanti della città; il bellissimo edificio della Elbphilharmonie, nel quale mi sarebbe tanto piaciuto poter assistere a un concerto. Ma il concetto del Wanderer, per dir così, aveva costituito per quasi tutta la mia permanenza una precomprensione costante. Persino quando, al secondo giorno, mi sono trovato nella Speicherstadt, il quartiere-magazzino che ha reso famosa Hamburg nel mondo, su uno dei ponti che danno sull’edificio che adesso è un ristorante e che taglia in due il canale: sono stato molto fortunato, perché in quel momento non spirava nessun vento, l’ora del giorno in cui il sole è più giallo era in mio favore, talché l’intero canale era divenuto una grande lastra su cui ogni cosa veniva rifratta, e i mattoni d’acqua specchiati sulla superficie, i riflessi di pietra rossa e i flutti di luce rendevano quel luogo una cosa molto simile a un’apparizione. 

Perché allora dico il Wanderer? A guardarlo bene, insieme agli altri meravigliosi quadri tutti inni al silenzio e alla mistica della natura, in cui l’umano scompare e resta soltanto la materia misteriosa del mondo, è in questione la presenza dell’umano stesso, e quindi non mi sembra improprio affermare che come quel dipinto sarebbe stato migliore se quell’uomo che osserva i flutti di nebbia fosse stato rimosso, allo stesso modo quei luoghi, il porto, il fiume e il canale, sarebbero stati più profondi se ci fosse stata solo pura osservazione, quello che Rilke definiva Zuschaun, ciò che è da guardare. Ma del resto è questo il punto del pensiero: noi che guardiamo potevamo anche non esserci, ma ora che ci siamo, cosa ci facciamo qui? Cos’è questo guardare? È il mistero dell’arte di Friedrich, come forse anche quello che questa città custodisce.

 

[Ringrazio Filippo Riscica Lizzio per i momenti passati insieme, non solo a guardare]

 

Schwerin

 

Al rientro da Hamburg ho fatto però una deviazione più lunga, passando prima da Lübeck (Lubecca), di cui ho intravisto appena il centro dai vetri della stazione, e poi, come sosta di giornata, da Schwerin, la capitale del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. La giornata non era delle migliori, grigia e molto piovosa. La città si segnala soprattutto per il castello ottocentesco, di uno stile molto discutibile che a noi italiani farebbe gridare allo scandalo, posto pittorescamente su un isolotto. Ma non c’è dubbio che faccia comunque la sua scena. Ho potuto notare che in Germania tengono molto ai parchi, e questo, seppur con condizioni climatiche avverse, era un luogo molto piacevole. Ho avuto il tempo di girare in tondo all’isolotto per diverse volte, di sedermi sulle panchine, quando asciugavano, o in qualche bar a bere qualcosa. Tuttavia, la vista che c’era sulla collinetta alla fine del parco era davvero suggestiva. Soprattutto quando per una decina di minuti il cielo si è aperto a un timidissimo sole e l’aspetto del luogo sembrava essere mutato all’improvviso in meglio. Il pigolare della pioggia sugli stagni che specchiavano nuvole, alberi e guglie, e i castori che guardavo con curiosità, ne hanno fatto comunque una meta meritevole di sosta.

 

Potsdam, più in particolare il parco di Sanssouci

 

A Potsdam c’ero già stato tre volte. La prima molti anni fa, e la seconda e la terza per visitare nuovamente il parco e poi la zona residenziale e dei laghi, nonché Cecilienhof, il castello in cui si è svolta la conferenza che di fatto ha sancito la cartina politica dell’Europa al termine della Seconda guerra mondiale. Avevo già visitato il Neues Palais, il grandioso castello fatto erigere dagli Hohenzollern, così come l’interno di Sanssouci, voluto espressamente da Federico II, luogo di ritrovo dei più grandi pensatori dell’epoca (si pensi, uno su tutti, a Voltaire). Sono tornato però alla Bildergalerie, una galleria dorata che raccoglie parte della collezione privata dei re di Prussia e in cui è custodito un autentico gioiello dell’arte occidentale, ovvero L’incredulità di San Tommaso, dipinto che custodisce uno scrigno ermeneutico fondamentale e alcune delle maggiori verità esistenziali, prima tra tutte la sacralità del corpo e del necessario contatto tra gli umani, quella presenza che la vicenda pandemica ha senz’altro mostrato come una componente imprescindibile della vita.

Ci sono tornato, quindi, per lo più per tre ragioni: era una giornata magnifica, veramente rara in una Berlino prossima all’inverno (Potsdam dista una trentina di chilometri dalla capitale ed è raggiungibile con una delle linee cittadine); avevo voglia di passeggiare in mezzo a quell’aria luminosa; perché, e non è un’esagerazione, è uno dei posti più belli del mondo. Un cartello esplicativo all’ingresso del parco recita proprio così e chiunque lo abbia scritto ha tutta la mia approvazione. Certamente è un luogo posticcio, sideralmente distante dall’originarietà delle nostre amatissime città rinascimentali. Ogni luogo in quel parco è infatti il risultato, com’è tipico della Germania, di una sensibilità attardata e anche anacronistica. Ma i luoghi in sé sono bellissimi. 

Il lunghissimo viale che unisce le estremità del parco (cioè dall’edificio di una delle sedi dell’Università di Potsdam a dirimpetto del Neues Palais verso Sanssouci), i giardini, la Pagoda rappresentativa della cineseria dell’epoca, le tenute di caccia, l’osservatorio in cima a un colle su cui è possibile vedere il parco stesso in tutta la sua interezza. C’era molta pace, tanto verde, speranza, serenità. Così come le foglie che cadevano come un turbine di neve e nella cui danza si veniva benevolmente accolti. Non è un caso infatti che Oscar Wilde, nell’attribuire nella sua favola più bella, The Happy Prince, un luogo alla vita del Principe, abbia scelto proprio Sanssouci. Lo avrà fatto ovviamente per via del nome, che di per sé costituisce un intero programma esistenziale (alla lettera significa senza preoccupazioni), ma credo, nonostante non sappia se Wilde sia stato o no nel parco (non mi risulta), in ragione dell’estrema piacevolezza che trascorrervi del tempo significa. 

Sembra davvero di essere in un grande idillio, di non essere toccati da alcun turbamento, che per qualche attimo nessuna pena possa scalfirci, una profonda e appagante sensazione di rilassatezza e per la quale la disponibilità dell’intero a noi sia un concetto concreto. Però, quando provi un sentimento simile, non sai mai se ne stai godendo appieno oppure se è soltanto l’anticamera a qualcosa: io c’ero stato da solo, come quasi tutti i viaggi qui raccontati, ma in altri momenti il moto che ti attraversa è quello di un rammarico per non essere con qualcun altro, che questa serenità possa essere monca per il fatto di non avere questo altro con te. E quindi guardavo, e non so dire se con invidia o senso di prospettiva, i gruppi di giovani turisti che in amicizia erano in visita al parco, o le coppie che passeggiavano affiatate ancor di più dalla bellezza del luogo, o le giovani famiglie che sostavano sui prati o sulle panchine godendosi la domenica di sole. Guardavo dunque quel sacro contatto dinanzi al quale non restare increduli ma di cui appropriarsi profondamente, e che quel Caravaggio, visto solo dagli intenditori al contrario delle altre persone che preferivano giustamente l’aperto tra alberi e luce, e nascosto lì dentro, spandeva come un concetto imprescindibile del quale vedevo nitidamente la messa in pratica, una risoluzione sostenibile alla finitudine ontologica che ci definisce. Che poi, se ci si pensa, è il nostro grande problema nella vita, il quale almeno in quel parco mi si offriva in tutta la sua gravità proprio in quanto problema.

 

Dresden

 

La città della distruzione, di cui però la distruzione stessa ora non ha lasciato traccia. È stato tutto ricostruito utilizzando dove possibile le pietre finite in macerie. Doveva essere, prima che venisse rasa al suolo, davvero una perla. Adesso però è una perla annerita dai segni indelebili del conflitto, cicatrici ben visibili sulle pietre dei palazzi e su ciò che rimane del centro storico. Ho creduto, erroneamente, che la pietra dei maggiori edifici di Dresden fosse tale a causa dei fumi e delle ceneri sviluppatesi a seguito dei bombardamenti, la quale idea o impressione rendeva la città stessa tremendamente affascinante. Ho appreso però, restando tuttavia ancora dubbioso sul fatto, che tale annerimento è una sorta di decorso naturale della pietra tipica della Sassonia, che, strano a dirsi, invecchia proprio annerendosi. In ogni caso, il pensiero che si fa passeggiando per la Alt-Stadt, per la città vecchia, è che la guerra sia proprio il nero che si deposita sulle cose. Un colore che ho potuto apprezzare al meglio quando durante una notte passata insonne ho preferito uscire e passeggiare per le vie del centro. Sembrava che quel nero sulla pietra fosse non invisibile o confuso con la tenebra ma ancora più intenso, persino dominante. L’associazione tra lutto e Barocco che Walter Benjamin ha proposto nella sua opera critico-filosofica più famosa, Il dramma barocco tedesco, mi appariva in modo smagliante e in tutta la sua esattezza. Ma la speranza di cui l’umano si ammanta per sopravvivere ai traumi e al dolore continuo che è la vita pone alle volte dei rimedi, sicché la cattedrale, vindice nella notte, veniva accesa con delle luci che pareva la trapassassero da parte a parte, rivelando l’essenza luminosa di quella pietra. 

Forse per il fatto di averci trascorso un giorno di troppo, ho passeggiato per il piccolo centro molte volte, sedendomi in più posti, cercando punti di osservazioni inediti. Ma quello che preferivo era lo scorcio che dava sulla facciata barocca della cattedrale, sulla piazza e il Palazzo dei Principi appena sopra la scalinata. Poi il fiume, le nuvole, il pensiero del lutto e ancora una volta il nero. La terrazza più bella d’Europa, quella immediatamente sopra la Frauenkirche, come l’ha ribattezzata Goethe, ritengo che di fronte a questo concetto sia qualcosa di superabile. 

Dresden è la città dello Zwinger, luogo unico per bellezza, il palazzo ora divenuto sede di vari musei e sulla terrazza del quale andavo tutte le sere della mia permanenza. Ma è anche la città di Friedrich, che vi è morto e vi ha lasciato alcune delle sue opere più significative ed esposte adesso all’Albertinum, che ho visitato con estremo interesse. Sono stato a trovare Friedrich nel cimitero in cui è sepolto, gesto che può sembrare lugubre o insopportabilmente romantico, ma direi invece perfettamente in linea con la sua poetica: avendo dipinto molti cimiteri, non poteva mancare di visitare quello in cui giace, di provare con lui un estremo contatto spirituale. C’è anche Lili Elbe, protagonista di una delle storie esistenziali più struggenti e coraggiose, che proprio a Dresden, in cerca forse di un’identità impossibile da raggiungere, ha trovato la morte.

A portarmi però in questa città è stata un’altra circostanza, uno degli oggetti che considero tra i più belli mai realizzati, il quale con un titolo assai vago e riduttivo è noto come Donna che legge una lettera davanti alla finestra, di Vermeer. Ogni quadro, nella mia prospettiva teoretica, incarna, rappresenta e comunica un’idea. Meriterebbe una discussione certamente più articolata e filosoficamente più impegnata, ma posso provare a sintetizzare con una proposta concettuale che tuttavia scelgo di non approfondire: Vermeer, in questo quadro, credo che abbia reso comprensibile, con il potere che soltanto la grande arte possiede, l’idea dell’impatto trasformativo della lettura sul nostro essere, ne immortala il momento esatto, nell’immagine di una giovane che legge una lettera d’amore e di cui però non sapremo mai la reazione, se di salvezza o di condanna, di quell’avvento messianico che ogni amore significa o della totale dannazione per la sua perdita, per il suo essere venuto meno.

È stata un’altra fortuna questo soggiorno a Dresda, perché il dipinto di Vermeer era stato esposto da appena qualche settimana dopo diversi anni di restauro, che ha dissepolto un quadro raffigurante Eros e che influisce fortemente sull’interpretazione, facendo propendere oltre ogni dubbio verso il tema amoroso. Per celebrare l’avvenimento è stata allestita una mostra con altri capolavori di Vermeer e con quadri di altri artisti non meno importanti, Vom Innenhalten, con l’obiettivo di contestualizzare il pittore nella temperie artistica dell’Olanda seicentesca. Probabilmente è stata un’occasione unica nella vita. 

Quel quadro è di una bellezza che può bastare a se stessa (avrebbe detto Proust per la Veduta di Delft, davanti al quale ha fatto morire il suo scrittore prediletto Bergotte), induce a credere che innamorarsi ancora nella vita sia un rischio sostenibile e necessario, solo per provare quella vibrazione e quel calore interiore che ci pervadono quando qualcuno ci avvinghia a sé ferendoci al cuore e instillando in noi il desiderio folle verso di lei, e l’immaginazione lavora per rendercela perfetta, provando dunque il brivido che Vermeer ha catturato per sempre, quando cioè si ama qualcuno e si dice all’altro di’ una parola e io sarò salvato, nella speranza che l’altro ci salvi davvero dicendoci di sì.

 

[Ringrazio Janez, con il quale molto piacevolmente ho visitato la Gemäldegalerie Alte Meister, una persona di una simpatia e anche di una competenza nella storia dell’arte veramente rare]

 

Tallinn e Helsinki

 

A essere sincero, non ho tratto grande soddisfazione da queste due città. Senza dubbio in esse c’è un grado di civiltà e di ordine che difficilmente verrà raggiunto nei Paesi europei meridionali. A volte penso che la qualità di vita di una nazione sia direttamente proporzionale alla latitudine: più si sale, più si diventa civili. Forse da noi sarà il caldo a rendere le cose più desertiche e degradate del consentito, e oltremodo distanti da un concetto adeguato di vivibilità sostenibile. 

Segnalo, comunque, oltre al freddo che nel mese di novembre iniziava a essere presente, non tanto le città in sé, con edifici certamente all’avanguardia (Helsinki), bei parchi, strade pulite e ariose, un centro medievale molto godibile (Tallinn), nonché ottime pietanze a base di pesce, bensì ciò che nel mio viaggio le ha separate, un’idea di solitudine e di gravame cosmico che ho iniziato a riconoscere sul volto dei naviganti a colazione nell’albergo in cui alloggiavo proprio di fronte al Terminal dei traghetti, nelle andature dei passanti, nel loro scomparire nei vari strati di indumenti che indossavano per proteggersi dal freddo: il mare. 

Non avevo mai visto un mare così. Ho conosciuto il mare siciliano, greco, spagnolo, francese, portoghese, il Mediterraneo e l’Atlantico, ma non pensavo potesse esserci un mare a confine con il nulla e lo sconfinato di un cielo notturno, un angosciante illimitato grigiore su cui le nuvole aleggiavano come a suggerire uno stato inedito della materia. Era un abisso di nero tormento, sotto un cielo plumbeo che chiudeva l’orizzonte con presagi di morte. Una visione sublime, per dirla con Kant, della grandezza del niente che ci sovrasta e su cui però possiamo posare gli occhi, forse la nostra vera forza e quella che ci salva. In questa distesa immane su cui la nave procedeva come un vascello di morti, il suo passaggio lasciava una scia che era in realtà una linea di sgomento, una viammare che oltre la geometria del possibile faceva riunire all’orizzonte le rette parallele che la disegnavano sulla superficie. Era quella la visione del niente, lì, al termine dell’orizzonte, il punto nel quale l’illusione prospettica delle forme raccoglie il senso che attribuiamo alle cose per non farle morire nell’insignificanza, e con esse anche noi. Un punto che ho inseguito per tutto il viaggio con lo sguardo, che provavo a indicare persino con la mano e che mi trovavo ad ammirare inquieto e in qualche modo felice perché tale nulla pur esisteva. E che esisteva lo sentivo con forza.

 

Brussels e Antwerpen

 

Una città vitalissima, il centro brulicava di ragazzi e ragazze incuranti di qualsiasi buona norma sociale. Solo divertimento, scherzare, ridere, bere, vociare, drogarsi e cercare qualcuno di attraente con cui terminare la notte prima di fare con lui una colazione che detergesse dalle fatiche del buio. Mi ci sono buttato, almeno per un po’. Una città che sa divertirsi la capisci dall’ora in cui si sveglia e Brussels si svegliava molto tardi al mattino. I primi, per giunta, erano i turisti. 

Brussels è la cosiddetta capitale d’Europa, sede dell’Unione e anche, per metà, del Parlamento. Ho visitato questi luoghi, così solenni in Tv ma invece niente di che, come sempre accade per i contenuti che vi vengono trasmessi, se visti di presenza senza l’artificio dello schermo. L’impressione che ho avuto del Quartiere Europeo, e con ciò dell’istituzione che vi si concentra, è di un grande bluff. Una qualche sensazione di mascheramento, di copertura, di un apparire più grande e importante di quanto non sia. 

Lo spirito della città è comunque molto frizzante, non troppo elegante ma di una raffinatezza che le è propria, un’identità ibrida. Brussels è una città francese che però della Francia non vuole saperne, come ho potuto del resto constatare personalmente quando in un locale stava per scoppiare una rissa proprio tra belgi e poco rispettosi francesi e per dirimere la quale contavano su di me, il mob dealer siciliano, come mi avevano battezzato. 

Il Belgio rimane comunque la patria di quella pittura fiamminga che ancora oggi rappresenta uno dei vertici dell’arte universale, esemplata più di ogni altra cosa in città dalle opere di Brueghel il Vecchio e soprattutto da quelle di Van der Weyden, a mio giudizio uno dei maggiori pittori della storia dell’arte universale. Alla solennità delle opere devozionali e di celebrazione politica (penso al Marat di David), Brussels unisce l’irriverenza colorata di Tintin e la forza concettuale di Magritte, il museo dedicato al quale è direttamente collegato ai Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique. Insieme al paradosso, al gusto per il surreale e alla padronanza nell’implementare un concetto in un’opera esprimendolo visivamente con simboli meditati e che creano complessivamente un’allegoria, Magritte colpisce proprio con quel di più della realtà che ci fa comprendere meglio, e anche superare, il mondo bruto. 

E con questi occhi, avendo ancora in mente uno dei suoi maggiori capolavori, andavo ogni sera nella meravigliosa Grand Place, un trionfo luminoso che mi faceva giustapporre perfettamente il titolo del dipinto a quanto vedevo, rendendolo un sogno di bagliore, un empire de lumières di cui mi sentivo un degno suddito. Intriso ancora delle luci notturne di una delle piazze più belle d’Europa, l’ultimo giorno l’ho tutto dedicato all’Atomium, una spettacolare struttura in larga scala che rappresenta un atomo di ferro, l’esempio concettuale migliore di macroscopia. La giornata era eccellente, e dunque, inghiottito al suo interno e risucchiato dall’ascensore, ho trascorso il pomeriggio dentro una di quelle sfere, cercando di cogliere, nell’impagabile piacevolezza che si prova a stare a guardare una città dall’alto e per di più in tutta la sua interezza, l’azzurro degradare nelle fiamme del tramonto, in un cielo disegnato dalle scie di aerei ed emulsionato col profilo cittadino, di cui mi divertivo a individuare i monumenti, e con una gamma sempre più accesa di rossi e blu riflessa sul lucido acciaio di quella molecola gigante. 

Tutta la città mi appariva come posseduta da un pulviscolo luminoso, da un’iridescenza che ho potuto conoscere per intero, sciogliendomi di dolcezza e insieme di amarezza, nel guardare il Sole che mi abbandonava col suo calore al di là del profilo appena accentuato della pianura, il quale mi diceva nel frattempo di andare, che ogni bel momento finisce e che, come avevo provato nella giornata dell’oro e di Rubens, ad Antwerpen, la vita è tale andirivieni di albe e tramonti, di curioso e nuovo che intervalla nuvole a sorrisi di cielo, abbattimenti a vittorie, tenebra a luce, ma di cui iniziavo a percepire la stanchezza perché nel suo scorrere sempre uguale non ritrovava chi ero stato.

 

[Ringrazio Damiano Gissara, la sua compagna Debora e il piccolo Noah per avermi dato un’ulteriore occasione, proprio tra le luci della Grand Place, per capire che le cose invecchiano veramente e che nel loro giusto svanire, nel nostro diventare grandi, c’è una delle più grandi bellezze a cui si possa mai aspirare di assaporare nella vita]

 

Leipzig

 

Dovrei tacere, in realtà, su questa meta, perché credo sia stata un po’ illegale. In Sassonia infatti era in vigore il lockdown severo per contenere il virus in massiccia diffusione. Ma in barba a questo, la città di Bach, Wagner e Faust era troppo invitante per non meritare una visita. Una città piccola e in pieno stile tedesco contemporaneo: rimasugli storici e architettura modernista. Ho pranzato alla Aueberbachs Keller, la taverna in cui Goethe avrebbe ambientato alcune delle scene più goderecce del Faust, ma per le circostanze in cui mi trovavo c’era un clima tutt’altro che festaiolo. Il pranzo, nonostante ci fossi quasi solo io, è stato buono. Ho seguito il percorso dei luoghi legati ai musicisti a cui la città è interamente dedicata. E tra tutti è necessario riportare la Thomaskirche, la chiesa in cui Bach è sepolto e fu Kappellmeister. Ci ho passato almeno un’ora, approfittando dell’assenza di persone forse interrotta appena una o due volte. Era domenica, e l’organista stava esercitandosi credo in vista della celebrazione, a cui comunque non era impedito partecipare nonostante le restrizioni. Non so giudicare se suonasse Bach come sarebbe stato dovuto, ma di certo è stata una sorpresa molto gradita. Diversamente dalle altre chiese, persino San Pietro o Notre-Dame a Chartres, posso dire che in quel luogo c’era davvero una presenza divina. Dio, infatti, secoli prima, pregava in forma musicale proprio tra quelle mura, incarnandosi in una creatura specifica grazie alla quale gli uomini, ascoltandone le note, potessero comunicarsi a Lui. Poi nel 1750 questo dio è morto. Ma quelle preghiere, quelle sacre vibrazioni, sono rimaste: le ho ascoltate nel viaggio abbastanza lungo per tornare a casa, di nuovo a Berlin.

 

Praha

 

Come ogni buon ladro che tace sul lavoro che fa di notte rincasando al mattino con la refurtiva, con una cattura scampata per un soffio, oppure malmenato e ferito, allo stesso modo devo fare con questa città. La capitale delle bizze dell’imperatore Rodolfo II, di Smetana, di Kafka, di Palach e adesso, credo insieme a poche altre città in Europa, meta del turismo estremo. Tuttavia, Praha non è stata per nulla la solita città di contorno in cui le visite ai luoghi d’interesse servono solo da passatempo in vista dei divertimenti della sera. Il centro ben mantenuto, i palazzi in stile neogotico e neorinascimentale dalle facciate coloratissime e cangianti registravano i cambiamenti di luci e di ombre con grande sensibilità. Passeggiare per le stradine del centro intorno alla piazza principale e alla Torre dell’antico orologio astronomico riservava, direi, sempre nuove possibilità elettromagnetiche. 

Quando una nuvola lasciava ai raggi strada libera per colpire la città era come uno sbocciare improvviso di energia, che di riflesso si rifrangeva sui volti dei tanti turisti. Speravo sempre che al tramonto il cielo restasse limpido e che il morire della luce lasciasse essere la città il solito sogno di svanimento che i profili delle capitali, specie di quelle europee, sanno generare. Di questa emozione non mi stancherò mai. Dal Most dedicato a Carlo IV, il ponte più suggestivo di Praha, il sole che moriva dietro la collina del Castello lasciava in pegno al visitatore, come lo ero io, una caparra per il tempo notturno a venire in cui la luce sarebbe stata assente. Dal sole che cala si passava dunque a un altro concetto di luce condensata, davvero l’oro di cui gli alchimisti di Rodolfo andavano alla ricerca in modo forsennato, una sensazione di cui mi nutrirei ogni sera per affrontare le notti dell’esistenza, che scendeva spillata nei boccali e dai boccali di nuovo nelle gole assetate di divertimento. Molti erano a gruppi, addirittura a sciami, con le braccia nude incuranti del freddo e gridando forti urla di battaglia. 

Belli questi divertimenti, certo, ma quando il ladro torna al mattino dopo aver rubato l’allegria a un mondo di dolore c’è un peso che lo afferra, come se di ogni istante di piacevolezza consumato dovesse poi rendere il conto, ripianare il debito. Il ladro sa di cosa si tratta, è ciò che non potrà mai avere e che lo spingerà l’indomani a indossare la calzamaglia per celare sé a se stesso e le sue meschinità, aspirando al bottino che lo riempirà al punto da non desiderare più alcun divertimento e a cancellare la miseria con cui vede l’alba prima di andare a letto per riposarsi da fatiche insensate. 

Al mattino però, indossati i panni del turista, non pensavo più al ladro, guardavo il cielo di un azzurro così intenso su Praha, con nuvole grandi e soffici, un cielo che conoscevo bene dalla già citata Delft di Vermeer e che scorre sulla città pur essendo impresso sulla tela. Il profilo di Praha dal Castello in quella giornata e sotto quella luce mi dava benessere. E pensavo allora al senso di tutto questo vagare, tra mari e colli, quadri e birre, lingue e storie, alla maggiore sensibilità che avevo acquisito soffrendo cose che in fondo tutti soffrono ma dalle quali io non ero ancora stato toccato con crudeltà, e che il senso della distanza e del movimento che annulla e dilata aveva fatto maturare in me. Soffriamo tutti delle stesse cose ma le capiamo ciascuno a modo nostro. 

 

[Buon compleanno Bj! Anche da Vito, Teo e dalla famiglia Lobkowicz]

 

Dublin

 

I mattoni rossi, le stradine che si snodano irregolari e longilinee, i comignoli anneriti e il fiume Liffey che la taglia in due, i bar coloratissimi, ricolmi di gente e di cui bastava che si aprisse la porta d’ingresso per udire il grosso vociare all’interno, i gabbiani, perlustratori della città e delle nuvole, e i passanti, i Dubliners, come molto semplicemente li chiamava Joyce. Camminare in mezzo alle loro vie ti fa sentire furtivo, carico, anche propenso alle risse e allo scompiglio, a cantare, a gridare, a sgattaiolare tra i vicoli come se fossi inseguito da qualcuno al quale avevi detto una parola di troppo o guardato male la ragazza. Una città vitale ma allo stesso tempo dolente, capitale di uno stato e di una nazione dalla lunga sofferenza, ben visibile sugli annerimenti sui muri e soprattutto sui visi arrabbiati e sulle fessure d’occhi degli anziani che dovevano averne visto tanto di lavoro e fatica. Sguardi taglienti, che forse osservavano con stupore e malinconia la loro città così cambiata nell’enorme accelerazione impressa dal nostro secolo. 

Ma è anche la città di quello che considero uno dei miei maestri, a proposito del quale aver camminato per qualche giorno tra le sue strade di gioventù mi ha fatto capire meglio la radice della sua arguzia, la furbizia di cui dicevo e che gli irlandesi devono aver sviluppato come risorsa di vita quotidiana. Sono stato davanti alla sua casa natale, poi nel parco di fronte a guardarne l’espressione allo stesso tempo fiera e sorniona sul monumento che la città ha eretto per lui, un Oscar Wilde spavaldamente sdraiato su una roccia, che con i suoi abiti sgargianti e il suo compiaciuto ammiccamento ricorda al lettore che la vita umana è una grande commedia, in cui conviene ridere delle contraddizioni e delle falsità che vi accadono e non prendersela troppo. Ma lui, re degli uomini sensibili, principe della felicità impedita, mi faceva sentire suo suddito, come parte di un reame di cui andare fiero anch’io. 

Reame che ho potuto contemplare in tutta la sua magnificenza nell’indimenticabile Long Room, la biblioteca del Trinity College. Prudentemente avevo prenotato al mattino presto la visita per accedervi per primo, e così è stato, assaporando per qualche momento, prima che venisse infranto dai turisti, il religioso silenzio che solo le biblioteche sanno custodire. Beckett, Yeats, Wilde e molti altri venivano a studiare in quel luogo, un tacito granaio continuamente in fiamme, un regno del sapere, un luogo in cui sentire, tra quegli scaffali e in mezzo a tutti quei libri, promesse per il senza tempo, desideri sussurrati all’eternità.

Bellissima e importante la National Gallery, con l’impressionante per intensità e destino Cattura di Cristo di Caravaggio, la Donna che scrive una lettera alla presenza della domesticadi Vermeer, l’Ecce Homodi Tiziano, la sala di Jack Yeats, il magnetico pannello di Harry Clarke raffigurante il principe matto dell’omonima Song

Anche solo per camminare tra quelle stradine, ascoltando la propria musica o lo scalpiccio dei passanti, e percorrere gli stessi vicoli girando a zonzo e senza nessuna meta precisa per provare quel senso di furtività e furbizia, valeva la pena di essere venuto a Dublin. Mi faceva credere che valeva la pena aver fatto tutto questo. Diceva Wilde, in uno dei testi più filosofici dell’Occidente, l’evangelico De Profundis, che ogni cosa vissuta fino in fondo è giusta. Ho cercato di vivere la giustizia e la giustezza di tutto quanto qui raccontato, e anche di quello che ho scelto di non riportare e anche di non scrivere: credo di avercela fatta, perché sorgeva in me una grande soddisfazione per la quantità di ricordi accumulati, gli stati d’animo e le amarezze, i desideri irrealizzabili e le ansie per il futuro, consapevole che la libertà che la mia età mi concedeva e la freschezza per poter affrontare tutto ciò forse non sarebbero ritornate mai più. Ne ho approfittato, ho tentato di andare fino in fondo. 

Ma per adesso credo che possa tornare utile l’epitaffio, tutt’altro che un augurio di morte, scritto di propria mano da Jonathan Swift, l’autore guarda caso dei Viaggi di Gulliver, e che si trova nella Saint Patrick’s Cathedral, di cui fu decano. Riporto gli ultimi versi direttamente tradotti: «Va’, o passante, / ed emula, se potrai, / colui che per parte sua fu uno strenuo / paladino della libertà». Spero di aver emulato infine, guardando di notte il Liffey dal Samuel Beckett Bridge, questi concetti di nomadismo e libertà. La libertà di partire in qualsiasi momento e poi, come esito ultimo, di andarsene.

 

Flughafen Berlin Brandenburg

 

Viaggiare è utile e così bello perché permette di comprendere il mondo, di conoscerlo per com’è veramente senza le invenzioni dell’immaginazione, che vanno, pur nel dolore che provoca la loro rimozione, espunte dal trovarsi in quei luoghi e dal tempo in cui vi capitiamo con precise persone e in precise circostanze. Ma soprattutto perché permette ancora di capire che il mondo, se visto il più possibile, appare agli occhi di chi lo ha saputo guardare come una cosa miserabile, una consapevolezza che proprio i viaggi, magari ravvicinati, riescono appunto a strutturare. Una volta compreso ciò, la miseria del mondo può anche far perdonare alla vita le sofferenze che ci ha inflitto e i sogni che non ci ha fatto realizzare. Più vedo, più mi sento distante e assolto, nel notare come in fondo un’espressione come Tutto qui! non costituisce una rinuncia al mondo ma la sua più totale comprensione.

Non sento però di averla totalmente raggiunta. Per questo c’è ancora tanto da vedere.

 

 

 

Foto di Enrico Palma

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