Editoriale

di Paola Giordano

 

Quando abbiamo deciso di fondare Il Pequod avevamo in mente di far salpare una rivista che fosse “di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare di qua e di là dove nasce e muore il sole”. La scelta di queste parole non è casuale: a scriverle è il “nostro” Giovanni Verga, in uno dei suoi romanzi più conosciuti, I Malavoglia.

Non è casuale perché all’interno di questo secondo numero abbiamo riservato uno spazio interamente dedicato proprio al padre del Verismo. L’occasione che ci si è presentata era infatti troppo ghiotta per lasciarcela sfuggire: l’edizione 2020 delle Rappresentazioni Verghiane, la cinquantesima. Un appuntamento che ogni anno chiama a raccolta centinaia di appassionati da tutta la Sicilia e che anche quest’anno, nonostante la pandemia e le conseguenti difficoltà organizzative, non ha tradito le aspettative. Un traguardo importante, che merita di essere scolpito nelle memorie. Per farlo quale miglior modo potrebbe avere una rivista che ha scelto come motto la frase “Carta si face perché homo è fallace” se non raccontarlo nero su bianco, tasto dopo tasto? 

Verba volant, scipta manent: mai frase fu più saggia. Resta ciò che è scritto perché solo la scrittura dona al pensiero l’immortalità. Non è presunzione. A fugare il dubbio ci vengono in soccorso le parole di Italo Calvino nelle sue Lezioni americane: “Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto”.

Ecco svelato il motivo di questo “speciale”. Al quale si affiancano i contributi delle cinque sezioni che avete conosciuto nel primo numero: Dalle parti degli infedeli, Scritture ritrovate, Wunderkammer, Chartarium, La finestra sul faro.

Nella prima trova spazio l’articolo “Neanche una pandemia ci ha resi migliori” che affronta il tema della pandemia come occasione mancata. Non si parla di numeri e statistiche ma dell’emergenza sanitaria come possibilità – persa – di acquisire un’identità di popolo più matura.

In Scritture ritrovate si articolano due proposte ermeneutiche di uno dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, L’isola, un omaggio per il 70° anniversario dalla sua morte, e de Il cardellino, splendido romanzo della scrittrice statunitense Donna Tartt.

Con un nuovo, arguto e divertente episodio dal titolo “Dei bollenti furori dei fiori” torna anche la rubrica Wunderkammer, mentre la sezione Chartarium accoglie il contributo di una nuova leva, che nel suo “Ubi sunt qui ante nos fuerunt” ci conduce tra gli scavi di Pompei, in un tempo lontano che però nella passeggiata in cui ci accompagna non sembra poi così distante.

La finestra sul faro si arricchisce di due nuove, articolate e interessanti recensioni su Filosofi in ciabatte, un testo critico sulla contemporaneità, Animalia, ultimo libro del Prof. A.G. Biuso.

Buona lettura!

Lascia un commento

Chiudi il menu