Editoriale

 

di Paola Giordano

 

Le nostre vite sono costantemente legate, incatenate a una variabile che ne condiziona profondamente lo svolgimento: il tempo.

Pensate a quante volte, nell’arco di una giornata, facciamo ricorso a parole o espressioni ad esso relative: “il tempo ti darà ragione”, “il tempo lenirà le tue ferite”, “dagli/dalle tempo”, “non perdere tempo”, “prenditi il tempo che ti serve”.

Definire la parola tempo è operazione difficilissima. Attenendoci a quanto riporta il vocabolario Treccani, esso è “l’intuizione e la rappresentazione della modalità secondo la quale i singoli eventi si susseguono e sono in rapporto l’uno con l’altro (per cui essi avvengono prima, dopo, o durante altri eventi), vista volta a volta come fattore che trascina ineluttabilmente l’evoluzione delle cose (lo scorrere del t.) o come scansione ciclica e periodica dell’eternità”.

Qualunque sia la definizione che date al tempo una cosa è certa: esso scorre inesorabile, non può essere fermato e anzi più ci si arrovella per trovare un modo per bloccarlo, più ne sprechiamo. C’è – ma questa è una mia modestissima opinione – un’unica eccezione a questa regola. Credo che l’unica cosa che riesca a cristallizzare il tempo sia l’arte, nelle sue molteplici sfaccettature: un quadro, una scultura, un libro, una poesia, persino una canzone possono catturarlo. La magia dura giusto il tempo di uno sguardo, di qualche ora o di pochi minuti ma tanto basta a provare la sensazione di averlo afferrato.

Devo liberarmi del tempo / e vivere il presente giacchè non esiste altro tempo / che questo meraviglioso istante” scrive Alda Merini, nella sua poesia “Il mio passato”. Come darle torto? Eppure siamo sempre presi da tante cose per fermarci a riflettere su quanto sia meraviglioso ognuno di quegli istanti: il lavoro, gli impegni e da qualche anno i social network assorbono quasi interamente le nostre giornate ed è sempre più raro vivere il presente appieno, come se non esistessero passato e futuro ma ci fosse solo l’hic et nunc (qui e ora) tanto caro ai latini. 

È vero, siamo talmente presi dalla quotidianità che ci viene sempre più difficile godere del presente ma Il Pequod, nel suo piccolo, con il terzo numero, vuole offrirvi l’opportunità di fermarvi un po’, di lasciare per un attimo lavoro, impegni e social per assaporare il tempo. Ci siamo riusciti? Non spetta a noi dirlo.

Quello che vi chiediamo è solo di provare: onorateci di un po’ del vostro tempo, salpate sul nuovo numero!

 

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