Filosofi in ciabatte. Divagazioni filosofiche ai tempi del Coronavirus

di Alberto Giovanni Biuso

www.biuso.eu

 

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Filosofi in ciabatte.

Divagazioni filosofiche ai tempi del Coronavirus

A cura di Mario Graziano

Corisco Edizioni, Roma-Messina 2020

Pagine 206 

[Scaricabile in pdf: http://www.coriscoedizioni.it/filosofi-in-ciabatte/]

 

 

Uno degli aspetti più interessanti delle modalità con le quali è stata gestita, e continua a essere affrontata, l’epidemia da Covid19 riguarda i dati, gli aspetti quantitativi, tutto ciò che dovrebbe avere una natura oggettiva, verificabile, falsificabile, controllabile: i numeri. E dunque: «Quali sono i dati certi sul COVID-19?» Valentina Cardella risponde in questo modo: «Per dirla senza mezzi termini, nessuno» (p. 42). E tuttavia su questa assenza di dati non diciamo certi ma almeno ottenuti con metodologie di rilevamento e raccolta standardizzate e condivise, su questa assenza di numeri plausibili e verosimili, su questa assenza di rigore metodologico e scientifico è stata costruita la narrazione dell’epidemia: «Ogni giorno» infatti «abbiamo saputo da fonti ufficiali il numero dei contagiati, un dato ottenuto con tecniche di campionamento diversissime tra loro. Più preciso forse è stato il numero dei morti, per quanto anche in questo caso è difficile avere un dato preciso, visto che non tutti i morti venivano sottoposti ad indagini. E non si è mai capito chi è morto con il coronavirus e chi è morto per il coronavirus» (Marco Carapezza, 38-39).

L’analisi statistico-sociologica e la riflessione filosofica su una situazione come quella che ho qui riassunto conduce alla conclusione che i governi hanno compiuto sui numeri un’operazione machiavellica, hanno – semplicemente – o detto vere e proprie bugie o presentato i dati in un modo funzionale a delle decisioni di natura politica e non sanitaria.

Essenziale per il buon fine di questa procedura è stata – e continua a essere – la collaborazione dell’informazione, dei grandi network televisivi e della carta stampata, e di conseguenza anche di facebook, twitter e altri social, i cui testi sono in gran parte l’immediata conseguenza dei titoli principali dei telegiornali e dei quotidiani. E quindi, detto anche questo con grande chiarezza da Cardella, «la rappresentazione che si è fatta del coronavirus è stata una scelta, non una conseguenza inevitabile della natura del virus stesso. Anzi, per quanto possa sembrare strano, per altri virus respiratori non si è riscontrata nessuna evidenza che misure come il distanziamento possano essere efficaci (Jefferson et. al. 2011). Le uniche misure dimostratesi efficaci al di là di ogni dubbio sono le semplici pratiche igieniche (Saunders-Hastings et al. 2017)» (43-44).

Questione sanitaria quindi. E ancor di più questione politica e mediatica. A conferma che nella contemporaneità, e soprattutto nel XXI secolo, l’intero corpo sociale è indirizzato dalle notizie che riceve senza posa e a migliaia giorno per giorno. E che notizie ha ricevuto il corpo collettivo, un po’ ovunque e certamente in Italia? Notizie rivolte a diffondere il panico ben al di là degli effetti concreti dell’epidemia, dei suoi numeri. Analizzati con un minimo di oggettività, sine ira ac studio (e se non si fa questo si esce dai confini della scienza in generale e delle matematiche in particolare) i numeri dicono infatti che

 

il tasso di contagio globale medio (naturalmente sino ad ora) [è] allo 0,13% e quello di mortalità allo 0.01% […] La morte della metà della popolazione a causa della peste nera non è minimamente paragonabile né a quella della Spagnola (2,7%) né, tantomeno, a quella dell’attuale COVID-19 che ci ha rovinato sonni e sogni dell’ultimo semestre (0,01%) […] Tuttavia se vogliamo capire davvero la natura biopolitica e le conseguenze delle attuali pandemie non possiamo che considerarle delle semplici Accabadora magari meno discrete e umane (d’altro canto non si tratta di umani ma di microorganismi totalmente incoscienti e incapaci di qualunque intenzionalità), ma insignificanti  oggi – dal punto di vista della selezione naturale. Hanno tutt’al più dato una limatina statistica alla speranza di vita (Pennisi e Chiricò, 147).

 

Lo smarrimento che in forme diverse ha colpito i decisori politici di fronte a un morbo certamente pericoloso ma non catastrofico, prevedibile ma non previsto e quindi gestito male, angosciante nella sua natura allo stesso tempo invisibile e nuova ma ben antica e conosciuta (pandemia, peste, sterminio), si è dunque trasformato in decisioni manichee, semplici, facili e superstiziose: il confino e la chiusura (l’utilizzo di una parola esotica come lockdown ha lo scopo di indorare la pillola), qualunque ne sia stato il costo in termini di salute reale dei corpimente e di sopravvivenza dei ceti sociali meno garantiti.

Le modalità politico-mediatiche sono state il panico, la minaccia, il delirio, è stato «uno scenario del terrore» (Cardella, 45), «una vera e propria campagna di spavento» (Caterina Scianna, 175) che si è incarnata in «un crescendo di piccoli orrori quotidiani che non tiene più conto di elementi di base della convivenza civile come il rispetto e la privacy. Ma è un dato di fatto che in questo scenario la paranoia individuale e sociale, che rappresenta una reazione naturale di fronte a pericoli percepiti come incombenti, è stata incoraggiata dagli stessi media. È difficile rimanere tranquilli quando tutti intorno a te si sono fatti prendere dal panico» (Cardella, 46).  A partire da questi presupposti sociali e mediatici è stato inevitabile – come un piano inclinato, come gli effetti di apprendisti stregoni – inventare e imporre gli «obblighi più assurdi (divieto per persone della stessa famiglia di uscire insieme, di andare al mare per chi ha la casa di fronte alla spiaggia, di correre da soli negli spazi aperti ed isolati, di passeggiare nei boschi), in un susseguirsi di norme di dubbia costituzionalità e di corrispettive sanzioni che sono cresciute esponenzialmente nel corso della fase 1, nonostante non ci fosse alcuna correlazione dimostrata tra la violazione delle norme ed il decorso del contagio. Ma questa rinuncia alle libertà più profonde ha avuto un costo elevatissimo» (Id., 44). Sono stati favoriti sentimenti e sensazioni come lo stress, l’ansia, la paura, l’angoscia.

Il dato tragico è che tutto questo non è destinato a scemare con la fine dell’epidemia, perché «la paranoia, anche nel momento in cui il contagio scende drasticamente, non sembra destinata a scomparire facilmente. Il fascino della paranoia consiste nel fatto che ci offre una visione del mondo manichea, semplificata, che identifica buoni e cattivi ed ignora o sussume ogni complessità del mondo» (Id., 47).

Al di là, forse, delle consapevoli intenzioni dei decisori politici e delle loro commissioni tecniche, ma naturalmente voluta dai decisori politici e dalle loro commissioni tecniche, si è percorsa una strada facile e terribile (per le democrazie; nei regimi dittatoriali è la regola), che è «una strada costellata di bugie, omissioni e messaggi poco chiari. Si è adottata una cosiddetta strategia dell’inganno a fin di bene, in cui si è detto il falso e non si è spiegato il bene» (Scianna, 174). L’esito di tutto questo è stato, e continua a essere, distruttivo: «Le scelte politiche e comunicazionali hanno purtroppo contribuito a far sì che dalla paura che può indurre ad un’azione ponderata si passasse al terrore, ad una forma cioè di alienazione psicologica che comporta l’essere dominati da un pensiero fisso» (Id., 176).

La comunicazione politica è diventata paternalistica e quindi violenta nell’implementazione degli ordini da parte delle forze militari dello Stato: «Il COVID-19 ha trasformato la democrazia italiana (e non solo) in uno Stato paternalistico che opera non per i cittadini bensì nonostante i cittadini, che così si sono trovati paradossalmente (complice il moltiplicarsi delle norme nazionali e regionali, a volte addirittura in palese contraddizioni tra loro) in balia di leggi e di regole che spesso cambiavano e/o di forze dell’ordine che frequentemente punivano comportamenti non pericolosi per la salute pubblica» (Mario Graziano, p. 112).

La comunicazione sociale è stata infettata da «un esercito di delatori pronti a denunciare il vicino di casa che esce troppo spesso per fare la spesa, la coppia di amanti clandestini, gli amici che chiacchierano, il vecchietto sprovvisto di mascherina e guanti che porta a spasso il cane, il corridore solitario troppo lontano da casa sua o il tipo che, in barba al momento tragico, organizza sul tetto di casa un barbecue con i suoi familiari» (Id.,111).

Il distanziamento ha «sfilacciato il tessuto dell’intercorporeità, sino a ridurlo a un pulviscolo di corpi in solitudine, con tutto il corredo di alterazioni patologiche del nostro Con-esserci (Mitsein) – depressioni, alterazioni del ritmo sonno-veglia, stati d’ansia, esplosioni di rabbia incontrollata, insofferenza, senso di solitudine» e la maschera chirurgica di protezione è stata «eletta nell’immaginario collettivo ad amuleto taumaturgico e stratagemma apotropaico, e di cui in certe regioni è stato imposto l’uso obbligatorio permanente – ancora una volta a dispetto del buon senso e di ogni evidenza scientifica» (Edoardo Fugali, 90-91).

La stessa scienza è stata trasformata in religione, dogma, in una struttura soteriologica, poiché «nel momento in cui si accetta che la realtà abbia un’unica descrizione – una volta quella contenuta nei libri sacri e oggi quella fornita dalla scienza (vedi l’uso politico delle commissioni sanitarie) […] non si può non concludere che l’unica motivazione per non accettare la norma sia una carenza personale. La fallacia ad hominem, nelle sue varie declinazioni, diventa la risposta automatica e uccide il pensiero critico, la discussione filosofica e la vita civile» (Riccardo Manzotti, 121).

In sintesi: «terrorismo mediatico» (Scianna, 172) e «totalitarismo sanitario» (Manzotti, 121) si sono coniugati nell’informazione, diventata essa stessa una malattia: «La comunicazione nel nostro paese è stata per tutto il lungo periodo poco chiara e in parecchi casi purtroppo anche particolarmente allarmista. Una comunicazione confusa da parte delle istituzioni ha l’inevitabile conseguenza della proliferazione di false notizie, di informazioni inaffidabili o di bassa qualità che hanno un impatto molto pericoloso sulla capacità sociale di rispondere in maniera adeguata. […] La comunicazione non prescinde mai dalle emozioni e, durante questa pandemia, l’emozione che ha predominato, volontariamente e involontariamente, ogni notizia, intervista, conferenza stampa è stata la paura, che più invisibile e contagiosa del virus stesso, si è velocemente diffusa in gradi e misure differenti in tutta la popolazione» (Scianna, 173).

L’effetto empirico di questa tragedia è stato l’odio collettivo e la contrazione della vita.

Un profondo odio è stato rivolto ai «runner-untori», e a tutte le figure non allineate e obbedienti, «da parte di quella larga fetta di popolazione che senza spiegazioni adeguate non è in grado di discernere azioni pericolose e azioni innocue, né tantomeno di cogliere le ragioni non dette del governo» (Id., 175).

La riduzione e contrazione della vita ha toccato l’identità stessa di una specie sociale e consapevole quale Homo sapiens, inducendoci a dimenticare l’«irriducibilità dell’esistenza che è sempre un rischio e un costo. Non esistiamo se non accettiamo il rischio di vivere. Se riduciamo la nostra esistenza a mera sopravvivenza, ovvero alla difesa della nuda vita, abbiamo negato la nostra esistenza e abbracciato un totalitarismo sanitario tanto peloso quanto falso» (Manzotti, 123).

Questo libro davvero collettivo enuncia e difende tesi anche molto diverse – alcune opposte –  da quelle che compaiono nei contributi che ho citato. E questo conferma che la filosofia è il luogo della libertà, della complessità, della differenza. Un luogo che è e rimane lontano da ogni tentazione di dogmatismo, che sia esso religioso, scientista, politico, sanitario. 

L’epidemia Covid19 ha mostrato, tra le altre, queste due dinamiche: «1) quella che pensiamo come scienza astratta ideale è una prassi intrapresa da una comunità di scienziati che sono in tensione dialettica tra di loro; 2) la figura dell’esperto non è una figura iperuranica ma si inserisce all’interno di questa dialettica e ancor più nel contesto comunicativo e mediatico dove partecipa anche di un più vasto gioco retorico attivato e agito spesso consapevolmente dai mezzi di comunicazione di massa» (Andrea Velardi, 195).

La filosofia, che si presenti in ciabatte (Armchair Philosophy) o in cattedra, ha il diritto e il dovere di rifiutare ogni superstizione, di demistificare ogni tesi che si ponga come assoluta, necessaria, buona. Di demistificare anche la vita quando si presenta separata da ogni altro elemento del mondo.

La vita, la vera vita, è infatti movimento, scoperta, autonomia. Vivere è non smarrire mai, e anzi moltiplicare, la dimensione simbolica, culturale, collettiva dello stare al mondo. Se in situazioni di emergenza può essere necessario diminuire la potenza dell’incontro dei corpi, questo non può mai significare la rinuncia alla ricchezza simbolica dell’esistere. È dunque bene rivendicare la legittimità e la necessità di capire, pensare, opporsi al sabba dei controllori, proibitori, puritani, moralisti, servi, e di tutta la varia umanità che sembra ubriacata dal vino andato a male del controllo totale. È quanto fa la più parte dei testi raccolti in questo libro che non a caso ha sulla copertina l’incisione di Francisco Goya sul sonno della ragione che genera mostri.

 

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