“Amo Napoli ma l’America è la casa che cercavo”

 

di Paola Giordano

 

L’elezione di Biden, l’omicidio di Floyd, ma anche la politica italiana e il suo “nonsipuotismo”:

quattro chiacchiere con la giornalista Angela Vitaliano

 

A separarla dalla sua Napoli ci sono migliaia di chilometri eppure, nonostante la lontananza, il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” su di lei non fa presa: critica la sua città – e il suo Paese d’origine – perché la ama molto, forse troppo, e la vorrebbe veder reagire al torpore in cui è precipitata. “Nel mio paese di origine, l’Italia, il merito – scrive nel primo articolo del suo blog, Unstoppable Angie – conta meno di una tetta rifatta, i sogni sono fastidiosi come i calli ai piedi e le speranze sono peccati senza assoluzione”.

Se metà del suo cuore è rimasto nella città ai piedi del Vesuvio, l’altra metà appartiene a New York, metropoli dalla quale racconta da ormai quattordici anni l’America agli italiani, collaborando con la Rai, con L’Espresso e con Grazia, per citarne alcuni.

Angela Vitaliano è insomma come il Vesuvio che domina il Golfo della sua Napoli: un vulcano esplosivo. 

 

Hai definito l’Italia “un bellissimo cadavere barocco” citando il romanzo di Josep Piera, che nel suo racconto descrive la tua Napoli. È una descrizione fedele della tua città e più in generale anche dell’Italia che tu osservi, dall’altra parte dell’oceano, ancora oggi? L’Italia ha tradito i tuoi ideali? 

“Quella definizione è assolutamente perfetta per Napoli perché Napoli è bellissima e perché barocca e quindi è una città di eccessi come il barocco ma anche di contrasti, di chiaroscuri. La pittura barocca è una pittura fatta di visi scarni e chiaroscuri ma anche di ricchezza degli ori: rappresenta perfettamente questa città, sempre divisa tra grandissime contraddizioni ma allo stesso tempo un cadavere perché è una città che langue nel ricordo di quella che è stata la sua grandezza, una grandezza che a volte ha paura di poter ritrovare. Antonio Genovesi diceva che la condanna di Napoli è il ‘nonsipuotismo’, che è l’opposto del pensiero, per esempio, di Obama ‘yes, you can, yes I can’. Genovesi diceva che i napoletani erano perseguitati dall’idea che non si possa cambiare niente, questa idea che ci sia un destino già scritto, una inevitabilità delle cose. Questa è la ragione per cui per esempio non mi piace la quadrilogia di Elena Ferrante dell’Amica geniale perché questa idea che non si possa cambiare niente, anzi se si prova a cambiare si venga crudelmente puniti questo è terribile. Purtroppo, questo va esteso all’Italia che è un paese bellissimo da un punto di vista paesaggistico, monumentale, artistico ma che è anche un paese – e lo stiamo vedendo adesso, nel contesto del Covid – molto lento perché molto pesante. Proprio come un cadavere barocco: il barocco, se pensato soprattutto alla parte di sculture, di decori è bellissimo ma è molto pesante. Quindi vediamo la lentezza, le difficoltà, l’autogiustificarsi dicendo ‘siamo tutti uguali, è così dappertutto’. Non è proprio così dappertutto: in America e soprattutto a New York c’è una mobilità, una capacità di risorgere dalle ceneri che non c’è in Italia, che non riesco più a vedere o forse non vedevo prima e per questo sono venuta qua. L’Italia sicuramente ha tradito i miei ideali, per questo ho deciso di andare via. Non senza difficoltà. Andare via perché ha tradito i miei ideali non significa che io abbia smesso di amarla e spesso questo mio essere molto critica, caustica dei miei commenti non è un modo per comunicare odio ma è solo perché vorrei scuoterla”. 

 

E l’America?

“Quando si va in un posto che non è il tuo paese si parte dicendo ‘beh, se mi delude posso sempre dire che mi importa? Non è il mio paese’. Quindi l’America certamente ha tante negatività, tante problematiche, tante difficoltà: è un paese faticoso, è un paese difficile ma prevale sempre di più la speranza, quella luce in fondo al tunnel che c’è per ogni situazione. Anche quando c’era Trump per quattro anni siamo stati nel buio più asfittico ma anche in quei quattro anni abbiamo immediatamente focalizzato la nostra attenzione su quella luce in fondo al tunnel che ci ha dato la forza di organizzarci, di lottare, di scendere in strada, di darci da fare per ottenere il risultato dello scorso novembre”.

 

A proposito di Trump, hai seguito e raccontato la sua elezione nel 2016, così come quella precedente, che ha visto trionfare Obama, e quella recentissima che ha portato Biden alla Casa Bianca. Come pensi sia cambiata l’America? È rimasta la casa che cercavi?

“Credo che l’America abbia avuto una sorta di sbandamento, un’ubriacatura, quando è stato eletto Trump ma si è trattato di uno sbandamento per certi sensi costruito da tempo: dobbiamo andare indietro nel tempo e risalire alla campagna elettorale di John McCain contro Obama, quando da parte dei repubblicani arrivò la spinta a candidare, con McCain, come vice presidente, Sara Palin, che era già l’immagine di quello che sarebbe stato il Tea Party e quindi la parte più conservatrice ed estremista del partito. Questa tendenza che all’epoca era limitata, infatti McCain è stato uno dei nemici di Trump, nonostante fosse un repubblicano storico. Questa parte, che inizialmente era solo marginale, ha preso il sopravvento nel partito tant’è che il trumpismo si è fatto largo, un po’ come tutti i movimenti populisti, di destra, tendenti al fascismo, che regalano questa immagine dell’uomo forte, dell’uomo che risolve con editti e slogan i problemi. Per questa ragione la chiamerei un’ubriacatura ma costruita nel tempo e soprattutto costruita negli anni di Obama, contro Obama perché era nero, con tutta la polemica orchestrata da Trump contro l’idea che Obama non fosse nato negli Stati Uniti, quindi contro l’idea del nemico proveniente da altre nazioni. Ricordiamo però che comunque, quando Trump ha vinto, ha vinto con il voto dei grandi elettori ma ha perso contro Hillary Clinton per tre milioni di voti. In America però c’è un sistema elettorale particolare e quindi, in definitiva, lui ha vinto. Quello che posso dire avendo seguito entrambe le elezioni è che c’è stato uno stupore quando ha vinto Trump nel 2016, però sopito, perché si era visto questo movimento prendere forza negli anni e soprattutto perché Hillary Clinton era stata fortemente contrastata durante la campagna elettorale in quanto donna. Lo scorso anno, invece, c’è stato un rimboccarsi le maniche da grandissima parte del Paese, anche da parte di tanti repubblicani che non si riconoscevano nella politica di Trump, perché ci si è resi conto che bisognava salvare il Paese, la democrazia, e per farlo si doveva lavorare perché venisse eletto Biden. In questo riconosco il paese che cercavo, la casa che cercavo: cioè nella forza e nella determinazione a credere che la forza di ciascuno, la voce di ciascuno, l’impegno di ciascuno possa portare un grande cambiamento e che il cambiamento sia proprio il frutto dell’impegno di tutti e non qualcosa che arriva dall’alto come spesso invece pensiamo in Italia”.

 

Quali secondo te sono le ragioni per cui le elezioni americane vedono solitamente una mobilitazione dell’elettorato o della base dei partiti più capillare, nonostante tutti i limiti del sistema elettorale, rispetto a quanto succede in Italia?

“Gli americani sentono ancora che il proprio impegno, la propria voce abbia un valore. Nelle ultime elezioni l’afflusso al voto, almeno nelle prime di Obama e in quest’ultima con Joe Biden, è aumentato rivelando un impegno e un interesse maggiori nei confronti delle elezioni. Io sono stata sempre un’attivista, mi sono sempre impegnata in politica, ci ho sempre creduto perché ce l’ho come educazione familiare: la mia è una famiglia che ha mangiato pane e politica. Mio papà è stato sempre impegnato nel sindacato ferrovieri, nel Partito comunista, si è sempre interessato di politica veramente fino alla fine e quindi io credo nella politica e nell’attivismo. Però devo dire che in Italia anche a me era passata la voglia di impegnarmi: mentre in America si ha la sensazione che ancora ci possa essere un movimento che si muove dal basso verso l’alto cambiando le cose, in Italia sembra sempre per qualche ragione strana che tutto avvenga dall’esterno, dall’alto verso il basso, che le cose arrivino e vengano imposte quasi dall’alto per cui persino il nostro voto sembra avere poco valore. I refrain da noi sono sempre quelli che tutto è uguale, nulla può cambiare, sono tutti uguali e questa è una cosa devastante, è proprio la tomba della politica perché fa perdere ogni interesse, ogni ottimismo. Lo vediamo anche nell’impegno della cosiddetta ‘società civile’, nel senso che in America sempre – non solo adesso con Joe Biden, adesso particolarmente perché Trump era non un candidato di altro partito ma un vero e proprio nemico – c’è un impegno fortissimo da parte degli artisti, degli intellettuali, dei giornalisti, adesso anche da parte degli atleti, mentre da noi questo impegno non esiste, è stato sempre molto marginale, si ha sempre molta paura di esporsi o non gli si dà il giusto spazio, come se i cantanti, gli attori non fossero anche dei cittadini con dei diritti e con una voce che potrebbe raggiungere molte persone. Per questo sarebbe importante il loro impegno”. 

 

Credi che la politica in Italia abbia perso il suo sex appeal?

“La politica in Italia ha perso il suo sex appeal perché tutte le cose che sembrano non avere valore, che sembrano non poter incidere, non poter cambiare – il famoso ‘nonsipuotismo’ di Antonio Genovesi – annoiano, fanno perdere interesse e fanno rassegnare. Non c’è niente di peggio della rassegnazione quando invece la politica dovrebbe essere prima di tutto speranza”.

 

Chi sceglieresti come Presidente del Consiglio italiano? 

“È difficile dire chi vorrei come Presidente del Consiglio italiano perché sono molto scoraggiata dalla situazione. Sono molto più contenta della Presidenza del Consiglio di Draghi che di quella di Conte, che è una persona che non ritenevo all’altezza, verso la quale sono molto critica anche perché è stato alleato di ferro di Matteo Salvini e dopo ha cambiato rotta. Delle persone che fanno questi cambiamenti non mi fido, non attirano la mia stima, il mio appoggio. Con Draghi c’è stata una svolta nei vaccini, nell’organizzazione che prima era proprio assente: saremmo stati ancora chissà dove e invece, per fortuna, adesso si comincia a vedere la famosa luce alla fine del tunnel perché Figliuolo ha preso in mano finalmente la situazione. Non saprei darti un nome. Non credo molto nei governi tecnici, i Presidenti del Consiglio dovrebbero essere dei politici ma non riesco a individuare una figura. Vorrei un governo di centrosinistra ma è anche difficile adesso dire cosa sia il centrosinistra perché, personalmente, non riesco a trovare interesse, anzi sono molto critica nei confronti di un accordo tra il Pd e il Movimento 5 Stelle perché per me quest’ultimo è stato responsabile di tanti disastri perché è un movimento populista, molto negativo”. 

 

Chi, secondo te, dovrebbe invece essere il prossimo Presidente della Repubblica?

“In merito al Presidente della Repubblica il discorso è opposto perché Sergio Mattarella è un grande Presidente della Repubblica, capace di tenere sempre il Paese unito, di saper dire sempre le cose giuste al momento giusto, anche nei momenti in cui c’era lo sbando più totale, soprattutto durate la presidenza di Conte o quando c’era Salvini. Il presidente Mattarella è stato sempre lì, pronto a farsi carico e a intervenire nella maniera giusta, oltre che essere una persona capace di dare l’esempio: ha regolarmente aspettato il suo turno per il vaccino facendolo poi in maniera pubblica laddove ci sono stati personaggi come De Luca (Presidente della Regione Campania, ndr) che ha fatto il vaccino, sottraendolo praticamente un’altra persona che ne aveva bisogno, il 27 dicembre quando non aveva alcun diritto, giustificando questa cosa con la frase farlocca che voleva dare il buon esempio a cui non ha creduto nessuno o hanno creduto in pochissimi perché quel vaccino è stato sottratto a persone chene avevano bisogno. Il presidente Mattarella è una persona integerrima, capace sempre di ricordare che noi italiani siamo delle persone per bene anche se però c’è quella parte non per bene dell’Italia che in qualche maniera riesce sempre a prevalere, sembra avere la meglio. Quindi in questo caso non saprei chi vorrei come Presidente della Repubblica proprio perché ho paura della transizione, che possa non produrre una Presidenza della Repubblica all’altezza in qualche modo di Sergio Mattarella che è stato un grandissimo Presidente”.

 

Torniamo in America: cos’è cambiato dopo l’uccisione di George Floyd?

“La figlia Gianna, così piccina, quando ha mostrato la fotografia del padre, ha cambiato il mondo perché sì c’erano stati tanti altri delitti, c’erano state altre tante discriminazioni ma qua c’è stata tutta una concorrenza di eventi: una ragazza coraggiosissima di 17 anni che ha filmato la scena, l’orrore generale e soprattutto questa reazione che non si è mai fermata e ancora adesso non si ferma a distanza di un anno. L’uccisione di Floyd ha portato un cambiamento culturale che sottilmente, molto lentamente stava avvenendo e che stava mostrando sempre più il fianco: la discriminazione veniva sempre più alla luce e quindi, in qualche modo, si sentiva l’esigenza di un cambiamento. Ma George Floyd non doveva morire e quindi è stata una vittima sicuramente però, con quel suo “I can’t breathe”, “Non posso respirare”, quei lunghissimi minuti in cui c’erano da un lato dei poliziotti convinti che non sarebbero mai stati puniti e che avessero il diritto di fare quello che stavano facendo perché semplicemente si trattava di un uomo nero e dall’altro lato una persona che non aveva fatto niente e che è morta semplicemente per il colore della sua pelle, quindi questo è cambiato nel senso che non possiamo certo dire che sia scomparso il razzismo ma si sente di più. Innanzitutto si lasciano parlare neri, che sono le vittime del razzismo, e non sono i bianchi a parlare per i neri e questa è la prima cosa: noi dobbiamo ascoltare e imparare perché dobbiamo capire e provare a modificare i nostri comportamenti per essere degli alleati in questa battaglia ma, seconda cosa, si è cominciato anche a capire che non si può più andare avanti con le scuse del tipo ‘non avevo intenzione’, ‘non l’ho detto in quel senso’, ‘volevo fare una battuta’, perché ogni volta sono queste le cose che sono ricorrenti. Invece dobbiamo cominciare a capire che non è così, che le conseguenze possono essere gravi e che soprattutto adesso c’è tanta determinazione e ci sono tanti alleati. I bianchi devono imparare ad essere alleati dei neri e per farlo devono imparare, come ho detto, a tacere, ascoltare e imparare perché non siamo noi le vittime ma dobbiamo imparare cosa significa esserlo, così che queste famose frasi ‘ io l’ho detto per scherzare’ quando si dicono cose razziste veramente non vengano accettate mai più come scuse perché non lo sono e sono veramente devastanti”.

 

Ti è mai capitato di essere discriminata per essere italiana?

“Discriminata per essere italiana no, ma io vivo una città particolare, New York, che difficilmente discrimina. Non voglio dire che non ci sia discriminazione qui nei confronti di persone più grandi, più anziane o della donna: ci può essere ma è molto marginale rispetto ad altri posti. Ogni volta che mi scuso per il mio accento, per i miei errori di inglese vengo subito difesa, mi dicono che parlo molto bene, che magari loro parlassero in italiano così. Solo una volta ho subito delle minacce e quell’episodio mi ha molto sconcertato oltreché impaurito durante l’ultimo anno di presidenza di Trump. In quel caso non era come italiana però era come straniera: ho ricevuto una telefonata, dopo una serie di telefonate a cui non ho risposto, da un numero che non conoscevo, sul mio cellulare privato. Una persona mi ha minacciata per lunghi minuti perché anche all’inizio non capivo di che cosa si trattasse, ripetendo gli slogan da trumpisti come ‘Go back to your country’. E mi ha minacciato dicendo che stavano venendo a prendermi per deportarmi e moltissime cattive parole, ‘You fucking bitch’, ‘Nessuno ti vuole in questo paese’, ‘Prepara le valigie, ti stiamo venendo a prendere’, ‘Siamo sotto casa tua’. Era un sabato sera, lo ricordo perfettamente, verso le 22:30 e ho chiamato la polizia, che è venuta, ho denunciato ed ero scossa nel senso che piangevo, perché questa cosa mi ha fatto proprio male perché per la prima e devo dire unica volta mi sono sentita veramente per un momento col dubbio ‘Nessuno ti vuole qui, te ne devi andare’. Il giorno dopo, che era domenica, sono andata al mercato e raccontavo questa cosa a Xavier, che è un ragazzo che vende la frutta e la verdura con il fratello, e lui mi ha detto ‘Non dubitare mai, qui ti vogliamo: sei a casa tua”. Ho avuto proprio il bisogno di sentirmi dire questa cosa perché per un momento si insinua dentro di te l’idea che non appartieni, che non ti vogliono e ho pensato anche che, se questo era successo a me, che sono una donna bianca, quindi privilegiata, chissà che cosa vuol dire essere un immigrato di colore o più povero o meno privilegiato. Questo è stato un momento veramente difficile da metabolizzare”.

 

Come pensi sia cambiato oggi il ruolo del giornalista? Che skills dovrebbe avere in più rispetto ai giornalisti di vent’anni fa? 

Il giornalismo è diventato più veloce perché ci sono i social, i telefonini e quindi le notizie corrono super veloci e si deve poter dare un’angolazione particolare perché chiaramente riportare una cosa da New York è chiaro che non è lo stesso di prima, quando c’era solo Ruggero Orlando a riportarle ad esempio, ma è molto più facile oggi: magari una notizia che riporto io è stata già evidenziata da dieci video, da tanti post social. Fare un post sui social però non significa fare necessariamente il giornalista, come fare una fotografia col telefonino non significa necessariamente essere un fotografo: questo dovremmo ricordarlo. Per fare il giornalista bisogna essere veloci, curiosi e sono tutte cose che esistevano anche prima. Quello che è importante, secondo me, è invece conservare tutte le caratteristiche che sono state sempre necessarie: la curiosità e soprattutto l’idea che intervistando gli altri, scrivendo degli altri, scrivendo storie si impari tanto. Il giornalismo serve prima di tutto al giornalista per imparare e poi per raccontare. Ultimamente ho raccontato, per esempio, dei Navajo per L’Espresso: quella è una storia che mi è entrata proprio dentro perché ho imparato tantissimo del loro modo di vivere, del loro pensiero e di come siano legati alla natura, alla comunità. Hanno un senso di comunità che spesso noi non abbiamo e mi sento una privilegiata ad averlo potuto raccontare perché prima di tutto ho imparato io”.

 

C’è una donna in particolare che ha ispirato il tuo percorso?

“Sicuramente la donna che ha ispirato molto la mia vita, anche se l’ho capito non mentre accadeva, è stata mia madre perché è stata una donna – nel suo essere una donna del Sud, che veniva dalla famiglia molto conservatrice, tradizionalista – molto aperta, indipendente, moderna, sempre pronta a mettersi in discussione. Questo non lo capivo mentre lo vedevo ma l’ho capito dopo la sua morte perché mia madre è stata la persona che mi ha incoraggiato ad andare via, è stata la persona che mi ha detto ‘qua non sei felice e tu hai diritto alla felicità’. Questa frase non la dimenticherò mai, mi ha dato la forza di prendere la decisione di andarmene. Poi ci sono donne che hanno fatto la storia, come Rosa Parks. Qui ho avuto la fortuna di conoscere femministe importanti, da Gloria Steinem a Michelle Obama. Fra le donne che stimo di più al momento ci sono sicuramente Stacey Abrams, Hillary Clinton, Michelle Obama, Kamala Harris – che era la mia prescelta per la carica di presidente – ed anche le mie amiche di scuola, con cui siamo cresciute insieme, ci siamo strutturate, siamo ancora legate, e le tante donne che qui in America mi hanno aiutato perché mi hanno dato la possibilità di resistere e di sopravvivere”.

 

Come immagini Angela tra vent’anni?

“Qualcuno potrebbe fare una battuta cattiva e dire una signora anziana (ride, ndr). Angela fra vent’anni forse avrà capito che ha fatto tante cose belle nella sua vita perché alla fine ne ho fatte. Sicuramente vivo una vita un po’ diversa da altre, forse con molto meno sicurezze o stabilità però alla fine ho vissuto delle cose che non potevo immaginare da piccola che avrei visto. A volte mi sembra ancora tutto così grande: stare in America, a New York, ma anche aver incontrato i Navajo, essere stata in tanti posti, aver visto il famoso muro del Messico, aver raccontato le elezioni. In Italia ho seguito un paio di elezioni americane perché mi appassionavano ma l’idea che avrei potuto un giorno raccontarle io, stando sul posto, non stava proprio nei miei pensieri, così come aver potuto raccontare l’elezione del primo presidente americano nero della storia: queste cose mi resteranno dentro. A volte mi chiedo ‘ma fra vent’anni dove sarò’ perché, quando diventi più grande, si comincia a pensare al futuro anche in senso diverso: quale sarà, il fatto che non potrò lavorare fino a 90 anni. È anche vero però che l’instabilità, le problematiche, le insicurezze che vivo, in qualche modo sono state ripagate da cose che mi restano dentro e che per me sono preziosissime perché è quello che dà il senso a questo lavoro, che non è altro che, come dicevo prima, conoscenza. Quindi spero fra vent’anni che Angela avrà imparato molte più cose, che magari si sarà trasferita da New York a un posto vicino al mare. Amo molto questa città ma non mi stupirei se a un certo punto la lasciassi per andare in un posto piccolissimo, vicino al mare. Fra vent’anni vorrei finalmente trovare un po’ di capacità di riposarmi, di dire ‘basta’: basta non nel senso faustiano del termine ma come ‘adesso mi godo il momento’ perché a volte non riesci a farlo, devi andare avanti al prossimo step e correre, correre sempre. Insomma, magari fra vent’anni mi siedo e scrivo un libro”.

 

Ed io non vedo l’ora di leggerlo.

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