Del Quartiere della Birra, della Valacchia e del poderoso Palazzo di Ceauçescu

di Giuseppe Coniglione

 

Dalla favolosa serata di Forlimpopoli il prodigioso furor de viajar aveva preso decisamente piede in me, anzi era divenuto assoluto padrone delle mie gesta. Dopo aver visitato quasi tutte le cittadine vicine, decisi che forse era proprio il caso di ingegnare, sicilianamente parlando, l’Aeroporto di Bologna. Quindi, mentre tornavo in treno da Venezia, dove avevo passato l’Epifania perdendomi tra le calli e rimanendo estasiato da un così potente concentrato di bellezza, storia ed unicità, prenotai mi primero vuelo per il venerdì dopo l’uscita dal travaglio. Non era importante la destinazione, la cosa fondamentale era trovare il modo di non dover tornare alla Caserma, spendendo il minor importo de dineros posible, e quindi feci ricorso nuovamente al mio device-smartphone ecc. Fu in cotal maniera che, entusiasmandomi dell’estraordinarietade delle offerte della stagione invernale, riuscii a prenotare non uno, ma molteplici voli anche per le simanate a venire a prezzi pressoché risibili. Mi accaparrai, in preda al più assurdo furor e stupendomi della mia insana sicurezza nel farlo, ben cinque voli internazionali di andata e ritorno per i successivi fines de semana con ida el viernes en la tarde y vuelta el domingo en la noche, per poter essere puntualmente e maniacalmente poi a lavoro il lunedì mattina al di là del río Reno minor. 

Dunque, senza aver avuto il minimo cenno di dubbio nel mettere in atto quelle impoderate operazioni, avrei visto tra enero y febrero mezza Europa. “E gli altri due weekend liberi?” pensai. Non persi eccessivo tempo a colmarli e nei giorni appresso avevo già programmato altre scorrerie a Fiorenza, nelle Marche e una toccata a fuga in quella che era stata la Balarm degli arabi, per poter assistere alle ultime giornate di apertura di una sfioziosissima mostra su Antonello da Messina al Palazzo Abatellis. Ad un certo punto e virgola, potei denotare che l’agenda di quei due mesi rassomigliava più a quella di un alto funzionario della Commissione Europea, oppure a quella di uno zingaro scriteriato, piuttosto che a quella di un piccolo burocrate di provincia. Entonces, iniziai a concepire e compiere quello che subito battezzai el rito del viaje, ovvero quello che divenne da lì a poco una classica routine de los viernes. El rito del viaje prevedeva che la mattina dei venerdì, quando ancora era scuro, uscivo dalla Caserma con un sorriso sornione stampato sulle labbra e, con un piccolo zainetto sulle spalle con i pochi imbarazzi che mi sarebbero serviti per i successivi due giorni, facevo il solito travagliato itinerario che vi ho spiegato nel precedente cunto y, llegado al trabajo, mi posizionavo sulla mia scrivania facendo finta di niente. I colleghi, dunque, incuriositi dallo zainetto, mi chiedevano da copione: «Vai da qualche parte?». Ed io rispondevo tranquillo: «Sì, dopo lavoro vado in Germania». O poteva anche essere che andavo in Inghilterra, in Croazia, in Grecia, in Bosnia ed Erzegovina, in Sicilia o a passarmi semplicemente il fin de semana in qualche cittadina a ridosso dei Monti Carpazi. Loro mi taliavano con due occhioni stralunati, pensando che li stessi prendendo per fessi, così che gli mostravo il biglietto che avevo prenotato e la loro incredulitade si trasformava en excitación ogni qualvolta spuntavo in partenza per una nueva ventura.

Una volta aver amministrato scrupolosamente le mie impellenti scartoffie nelle ore del dovere, il programma de el rito del viaje contemplava che yo, piuttosto che scindermi dall’autobussola alla estación de Boloña per rientrare a Forlì come ero solito fare ogni liquefatto giorno, discendessi invece nel Quartiere della Birra, nei pressi dell’Aeroporto, ed andassi in un piccolo bar, gestito da un’anzianissima signora dai modi molto cortesi, per consumare il mio almuerzo che consisteva in alcune buonissime pizzette con la sasizza, accompagnate da un bel boccale, giustappunto, di birra fresca: ché berla in quel posto di Bologna è tutta un’altra cosa, gnoseologicamente parlando, e che dunque vi consiglio assolutamente di provare almeno una volta nell’esistenza vostra. Io lo feci più o meno cada viernes per diversi periodami di più o meno trenta giorni che, comunemente per convenzione, si usano chiamare mesi. Entonces, con la panza piena e soddisfatto della mia ellenica hybris, sempre col mio zainetto sulle spalle, continuavo sospingendomi i piedi con le mie gambe corporali per la Via del Triumvirato, attraversavo il sottopassaggio dell’Autostrada Adriatica e della tangenziale e, molto alla sbrigativa, ero spuntato in cinque minuti in quell’Aeroporto di Bologna che tanto avevo anelato ogni día della semana. 

Uno di quei miei primieri viajes di quel frío més di gennaio fue, vista la convenienza dei voli e degli alloggi, nella Terra dei Valacchi, affascinato dalle loro istorie e leggende, in particolare da quel Radu il Nìvuro (nella lingua del posto Radu Negru o Negru Vodă, ovvero “Principe Nìvuro” ) che aveva dato origine al Voivodato e fondato l’antica capitale Curtea de Argeș, oltreché dal celeberrimo e sanguinario Vlad Țepeș (ovvero “Vlad l’Impalatore”) della Casa dei Drăculești o, come lui stesso si firmava in latino, Wladislaus Dragwlya, voivoda partium Transalpinarum, che Bram Stoker tramutò stoltamente in un conte-vampiro. Sebbene sapessi che in quelle stacioni dell’anno quelle terre potevano essere terribilmente frigide, mi ero già attrezzato, quando avevo ricevuto la chiamata per le Terre Umide e Nebulose temendo l’asprezza del Grande Norte, di cui tutti mi avevano parlato come se fosse la Terra di Francesco Giuseppe, con un vestiario pressappoco adatto per poter vivere senza scanto alcuno anche in cima all’Etna, non mi preoccupai più di tanto nel salire su quell’aeroplano che sarebbe arrivato in un paio d’orate all’Aeroportul Internaçional Henri Coandă Bucureștinel territorio della cittadina di Otopeni e giusto a poche chilometrate dall’attuale capitale della România

Quando, dunque, perché e come, in fase di atterraggio, mi svegliai dal sonno profondo in cui cado puntualmente quando sono su un apparecchio e vengo cullato dall’aria, mi resi conto, buttando l’occhio dal finestrino, che là fuori todo era pressocché helado e sentì il capitano del velivolo annunciare candidamente in un inglese con uno strano accento: «The outside temperature isminus fifteen degrees (– 15°) … Welcome to Bucharest!». Nonostante un po’ per lo scanto mi fossero leggermente siccati i cabbasisi, come direbbe Andrea Camilleri, dopo che l’aeroplano atterrò quasi scivolando sulla bianca e congelata pista, ebbi un po’ di timore sull’adeguatezza de’ vestimenti miei e quindi li passai in rassegna e prudentemente rizzettai la persona mia. Per precauzione avevo escogitato bene di indossare sotto le càuse delle splendide mutande di lana, mi ero portato un giubbotto adatto per andare a sciare o per esplorare le Pale di San Martino la notte di Natale, scarpe col pelo e contropelo come quelle de li abitanti dell’insula de Magerøya che non sentivo nemmeno dove stavo appoggiando i piedi, più paia di guanti, un berretto di lana col paraorecchie, sciarpe e maglioni vari delle più calde ispecie. Una volta sistemato, me ne addunai che stavo imbacuccato che quasi non riuscivo nemmeno a smuovermi e che già dentro l’aereo stavo sudando e mi stavano venendo le cosiddette quarinelle (per i più “vampate di calore”), quindi, scesi velocemente dalla scaletta avendo un estremo bisogno di far abbassare la mia temperatura corporea. 

Salii, dopo aver toccato terra, su una navetta che mi condusse all’Aeroportul per fare il controllo dei documenti e, continuando a squagliare, consegnai la mia carta d’identitade un po’ consumata ad un agente di frontiera che mi scrutò velocemente in volto per capire se ero io, invitandomi a togliere il cappello di lana col paraorecchie, giacché effettivamente mi copriva mezza faccia e mi faceva assomigliare a un contrabbandiere di sigarette. Quando finalmente intese che ero un povero disgraziato, mi riconsegnò il documento, mi disse «Bună seara!» e da quel momento in poi fui libero di muovermi sul territorio rumeno. E ora? Era già piuttosto scuro e c’era pure un’orata in avanti col fuso orario, ma calcolai che ero riuscito ad arrivare sul suolo valacco prima di quanto ci avrei messo a giungere a Forlì e questo mi galvanizzò incredibilmente della bontade delle mie azioni. Ora, però, dovevo persuadermi un poco cómo hacer para llegar nei pressi del centro istorico (nel Sector 3) dove avevo prenotato un piccolo studio apartment, o come lo chiamano loro, unica mia speranza di poter riuscire a superare indenne una noche de enero nella gelida capitale: el riesgo era che mi avrebbero trovato tisu tisu el día siguiente come uno spaventapasseri. La prima cosa che feci, por lo tanto, fu andarmi a scanciare i sordi presso un cambiamonete, perché in Romania la valuta corrente è il Leu românescche viene scambiato con un rapporto più o meno di 4 lei e 60 bani per ogni euro, questo almeno illo tempore. Dovetti attendere un bel quarto d’orata perché prima di me c’era una coppia di buffi catanesi di mezz’età (guarda come è piccolo il mondo!) che non erano molto convinti di quello che stavano facendo e di quanti soldi gli avevano scambiato, quindi c’era in corso tutta una discussione strana, in un inglese alquanto forfettario inframezzato con un siciliano un po’ insavoldo, con la povera impiegata del money exchange. Dopo che i miei connazionali capirono che nessuno li aveva truffati e se ne poterono andare contenti, venne il mio turno, mi feci scanciare quanto avevo computato che mi abbisognasse e mi diressi nel piazzale antistante l’aeroporto per comprendere come avrei dovuto ingegnarmi per arrivare in Piața Unirii (leggi “Piazza dell’Unione”), dove avevo visto che sarei potuto giungere facilmente nella strada che interessava alla mia istessa persona.

Senza sapere né leggere e né scrivere, mi recai alla biglietteria delle autobussole della Societatea de Transport București e dissi “Hello! I need a ticket to go to Piața Unirii! ad una imponente impiegata un po’ avanti con gli anni che sembrava uscita de fuera da una pellicola comunista degli anni ’70. Costei, mi taliò un po’ stramma ed innanzitutto mi fece capire che la Ţ rumena non si pronuncia come la T italiana, ma piuttosto come la Z, quindi Piața è semplicemente da leggersi “piazza” senza andarsi a smidollare troppo il pensiero, poi mi disse con fare sovietico di salire su una certa corriera che mi indicò col dito e mi addimandò i leiche le dovevo dare: «Patru și nouăzeci». Naturalmente non lo compresi quanto voleva e le chiesi di dirmelo quantomeno in una lingua franca, e lei per non sbagliare mi mostrò lo scontrino dove erano scrivuti i numeri arabi che tutti intendiamo e le diedi, quindi, i quattro lei e novanta bani che voleva.

Ordunque, presi l’autobussola e, col terrore di poter sbagliare la fermata, chiesi gentilmente all’autista di avvisarmi quando saremmo arrivati in quella benedetta Piața Unirii perché non avevo idea di dove sarei potuto finire a rompermi il collo. Mi fece capire che non c’era bisogno perché era the final stop (“il capolinea”) e questo mi rassicurò di non dover scendere chissà dove nella periferia di Bucarest. Nel mentre, mi telefonò il tizio dell’appartamento e mi disse che purtroppo lui era dovuto andare fuori città, ma che non mi dovevo preoccupare perché avrebbe mandato qualcheduno a darmi le chiavi entro un’ora, o come disse lui: «Don’t worry! I will send someone to give you the keys in a hour!»Siccome nel posto donde provengo mi hanno sempre detto che a pensare male ci si trova meglio, iniziai un pochino a sentire ciàvuro di bidonata e ad avere il pensiero che mi avrebbero lasciato pedi pedi a fare il merluzzo surgelato: in tal caso, avrei dovuto trovare qualche altro accomodamento di notte e notte alla comegghié e questa preoccupazione non mi garbò assolutamente. 

Quando l’autobùs si fermò a Piazza dell’Unione e ne discesi, nonostante avessi visto in fotografia tante belle immagini di fontane con luci colorate, mi ritrovai in mezzo al freddo e al gelo: erano tutte cose astutate e l’intero Parcul Unirii era coperto da uno spesso strato di neve ormai da tempo ghiacciatosi, ma constatai serenamente che il vestiario che mi ero premurato di ficcarmi addosso faceva bene il suo mestiere. Entonces, usando siempre el device-smartphone ecc., compañero di mille avventure, mi diressi con le gambe mie verso il centro e denotai, tra quelle eleganti vie con i ciottoli scivolosi e dunque mortali, che ci poteva essere la vita normalmente anche con quell’arduo clima. Con molta più semplicità del previsto, arrivai all’angolo tra Strada DoamneiStrada Academiei, giusto dietro la sede della Banca Națională a Românieiin cui svettava un vecchio palazzone di dieci piani dalla pianta semi-cilindrica su cui c’era la scritta in caratteri cubitali e consumati TEHNOIMPORT, che pensai subito dovesse essere il nome di qualche azienda d’importazione di computer fallita da non so quanti decenni. Proprio in uno di quei piani, se non ricordo male il nono, ci doveva essere quello che avevo prenotato e, dunque, mandai un messaggio al proprietario avvisandolo che ero già lì e poteva far venire quel ‘qualcuno’, sennò sarei diventato un ferio. Mi rispose semplicemente con un “Ok”. 

Nel frattempo mi era venuta anche una certa famuzza, feci una furriata lì vicino e vidi che in una bottega erano esposte in vetrina, in bella mostra, come se fossero quadri di Van Gogh, delle lunghe baguettes imbottite che mi stuzzicarono subito l’appetito. Senza scanto, entrai là dentro, dissi che ne volevo una che indicai col dito ed andai a nutrirmi giusto all’angolo sotto il palazzone del Tehnoimport, aspettando che venisse il famoso signor Qualcuno. Ad un certo punto, questa volta senza virgola, mentre ero concentrato ad addentare il mio pasto, sentendomi come se stessi cenando dentro un congelatore con i pinguini, sentì pronunciare il mio appellativo. 
«Come osavano?», pensai. Di primo acchito mi girai quasi infastidito, temendo che mi volessero rubare il filone col prosciutto e il formaggio per il quale, in quel minuto, avrei combattuto fino alla morte. Poi, focalizzai lo sguardo su quell’essere che si era permesso di mentovarmi in suolo valacco e capii che era un ragazzo minuto minuto che mi sorrideva e mi mostrava un mazzo di chiavi che aveva in mano: era decisamente Qualcuno. Si presentò, guardacaso, come Radu e mi fece cenno di entrare con lui dentro il palazzone e nel contempo attaccò a spiegarmi nella lingua degli angli tutte le chiavi di cui mi avrebbe dotato. Mi condusse, poi, dentro un ascensore di legno della Belle Époque, vetusto, polveroso e strettissimo, che quasi dovettimo stare panza a panza mentre rumorosamente e faticosamente riusciva a salire per i piani, con mia enorme sorpresa che ancora potesse funzionare dopo quasi cento anni (per fortuna!). Giunti, mi pare, al noveno piso, aprimmo la porta cigolante dell’ascensore e il buon Radu, che ribattezzai Alguien el Flacoper la sua smodata magrezza, mi fece vedere l’apartment che avevo riservato, che, nonostante la pessima impressione che avevo avuto vedendo il palazzone dall’esterno (e dall’interno), non era per niente male ed era tenuto anzi pulitissimo e modernamente ristrutturato. Mi lasciò las llaves e mi salutò: anche stavolta ce l’avevo fatta. Finii di mangiarmi umilmente la baguette, poi accesi la televisione a schermo piatto che c’era e mi dilettai con una puntata di un talk show rumeno cercando col mio fiuto di intuire quello che dicevano. Ovviamente, non ci misi molto ad addormentarmi stanchissimo.

Il giorno dopo presi per la Calea Victoriei (“Il sentiero della Vittoria”) per farmi una bella passiata sotto zero e mi fermai per fare colazione in uno splendido baretto che si chiamava Café Parisien ed era amministrato da una giovane coppia di francesi, ordinando al tavolo un ottimo croissant à la crème au chocolat e un cappuccino che mi servirono assieme ad una fetta di deliziosissima tarte aux pommes offerta dalla casa, che a quel prezzo seppe ancora più buona. Uscendo dalla piccola parentesi parigina, soddisfatto di come mi ero trattato, continuai verso quella che è l’attuale Piața Revoluției per visitare il Muzeul Național de Artă al României, che si trova all’interno di quello che fu l’elegante Palazzo Reale di Bucarest (Palatul Regal din București) dei sovrani di Romania, e potei godere della vista di alcuni dipinti che mi rasserenarono el corazón e fui sicuro che già solo per quello ne era valsa la pena di quel viaggio. Subito appresso, mi recai nel luogo in cui forse più di ogni altro volevo andare, ovvero la Curtea Veche (“la vecchia corte del principe”) o, se vogliamo, il Palatul Voievodaledificato nel 1459 niente di meno che dal voievod Vlad Țepeș, considerato anche da alcuni il fondatore della città, ed in cui è presente il Museo della Città di Bucarest (Muzeul Municipiului București). 

Purtroppo per me, sventurato come sono, una volta arrivato nella Strada Franceză davanti alla Corte Vecchia, trovai il palazzo del principe impalatore tutto transennato per dei lavori di recupero in corso e mi fu impossibile visitarlo: Dracula aveva i mastri a casa e fui costretto con molta amarezza a cambiare il mio itinerario. Sin embargo, non mi persi d’animo e, sempre col mio device-smartphone ecc., non ci misi molto a capire dove volevo andare a perdermi i piedi. Visto che il Palazzo del Voivoda mi era stato proibito, prenotai su un sito olandese una visita guidata (che sarebbe stata in inglese) per le ore 16:00 al Poderoso Palazzo di Nicolae Ceaușescu, ovvero quello che doveva essere nelle idee del dittatore comunista la Casa Poporului (“Casa del Popolo”) e che oggi è addivenuto il Palatul Parlamentului (“Palazzo del Parlamento”) , nonché il secondo edificio governativo più grande al mondo dopo il Pentagono di Washington e che, addirittura, pare sia ancora più magno dell’unica delle Sette Meraviglie del Mondo ancora in piedi, ovvero la Piramide di Cheope in Egitto. 

Per la costruzione di questo Palazzo, Ceaușescu ordinò di sbancare completamente una collina e, dopo un concorso per la progettazione e l’esecuzione, la direzione dei lavori fu affidata all’architetto capo Anca Petrescu, che dovette coordinare altri circa settecento architetti e una manovalanza di pressappoco ventimila operai impiegati su turni incessanti di ventiquattrore per quasi un lustro. Oltremodo, mi misi a liegere, fu necessario utilizzare ed estrarre una tale quantità di marmo della Transilvania che non fu più possibile in quel periodo in tutta la Romania destinarne altro nemmeno per le lapidi tombali, visto che il Palatul ha oltre mille stanze e si dice che per visitarlo sia necessaria una settimana intiera. L’accesso, in ogni caso, ai visitatori è consentito esclusivamente su una piccola parte di esso e solo con visita guidata, come io, giustappunto previdente, mi ero premurato ad assicurarmi. Mi fu subito palese che Ceaușescu avesse voluto edificare una specie di Tempio di Solomone per lasciare traccia di sé nell’istoria, ma, purtroppo per lui, i lavori terminarono quasi nel momento in cui il suo potere venne rovesciato ed egli fu sommariamente processato e condannato alla fucilazione assieme alla moglie Elena nei pressi di Târgoviște, antica capitale della Valacchia sotto il regno di Mircea il Vecchio, dove erano stati catturati dall’esercito dopo un disperato tentativo di fuga in elicottero. 

Ergo, dopo aver nuovamente riempito lo stomaco in una taverna tradizionale della Città Vecchia mentovata Voievodul Porcului (“Il principe del porco”), pranzando con delle deliziose salsicce alla griglia chiamate mititei, che al sol pensiero del ciàvuro che facevano mi viene l’aquilina in bocca e che ritrovai, in versione simile, anche nelle mie successive campagne nei paesi della Slavonia in cui vengono mentovati ćevapčići o semplicemente ćevapi, passai dall’altra parte del fiume Dâmbovița (che un tempo delimitava i confini della città) e mi ritrovai di nuovo in Piața Unirii. Qui mi accorsi, sin embargo, che era iniziato delicatamente a nevicare, ma non ebbi timore perché avevo i robbi dell’Etna e continuai imperterrito sul Bulevardul Unirii potendo scorgere già a considerevole distanza la maestositade della Casa del PopoloMan mano che mi avvicinavo e che il Palatul si vedeva sempre più titanico, anche la neve iniziava a scendere sempre più copiosamente ed iniziavo a sentirla che si poggiava soffice e gelida sulla mia faccia e si depositava sui miei indumenti, sicché, vedendo la carta mal presa, iniziai a sveltire il passo. 

Pervenuto, dunque, davanti al Palacio mi accorsi, disgraziatamente, che venendo dal Bulevardul Unirii l’ingresso era in realtà dall’altro lato, quindi dovetti farmi tutto il perimetro fino a quando in Bulevardul Națiunile Unite, vidi finalmente un accesso nell’imperversare della bufera e mi cacciai subito dentro continuando per un sentiero sui giardini innevati che dopo qualche centinaio di metri mi condusse verso una trasuta. Notai che c’erano dei poliziotti e io, per educazione, li salutai e prima di entrare mi scollai un po’ di neve che avevo accumulato addosso, per rispetto di chi aveva costruito quel Palazzo, mentre loro mi guardarono incuriositi ma non mi dissero niente. Quindi, mi ritrovai dentro una grande hall, dove si vedevano in lontananza diverse sale giganti e un lungo corridoio di cui non si riusciva a percepirne il fondo. Non sapendo nemmeno dónde ir, ritornai, per sicurezza, di nuovo dai poliziotti all’ingresso e gli addimandai dove trovare un punto di riferimento. Mi dissero, gentilmente, di continuare per il corridoio e poi andare a mano dritta che ci sarebbe stato un check-point, che non capii per che cosa era. Senza obiettare, feci come mi avevano istruito e mi diressi verso quel posto di controllo. Llegado allí, vidi che stavano entrando delle persone tutte vestite con giacca, cravatta e portando borse cd. ventiquattrore degli uomini d’affari e pensai che venisse davvero tanta gente importante a vedere il Poderoso Palazzo di Ceaușescu. Al famoso check-point c’era un’impiegata dal parlato raffinato e vestita tutta elegante che controllò i documenti degl’uomini di affare, li fece intrare con un gran sorriso e dopo c’erano alcuni poliziotti che passarono le loro borse su un metal detector. 

Quando fu che venne il mio turno vidi che l’impiegata mi guardò un po’ stranita e pensai che il mio abbigliamento da pastore della tundra sfuggito ad una tempesta forse non era proprio l’ideale per accedere in quei luoghi, ma per orgoglio non mi tirai indietro. Nonostante tutto, la signora si sforzò educatamente di farmi un sorrisetto e le consegnai contento la mia carta d’identità italiana consumata. Scrisse tutta applicata il mio nome sulla sua computadora e mi disse confusa: «Your name is not in the list, you cannot entry. I am sorry!». Naturalmente, non piacendomi la sua risposta, le spiegai che io avevo comprato con i miei travagliati denari su un sito olandese di gnaccacani il tour del Palazzo e le mostrai il .pdf della prenotazione che avevo fatto sul telefono. Mi spiegò, un po’ imbarazzata, che le visite al Palatul Parlamentului erano sospese perché dal primo gennaio era iniziato, per la Romania, il primo semestre di turno di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea e scoprii in seguito, dai giornali in rumeno, che proprio in quella giornata c’era un importante meeting nella Casa di Ceaușescu. 

C’era stato dunque un tragico equivoco: l’unica cosa certa era che Los Holandeses mi avevano fregato i soldi! I miei sogni palaziali erano stati infranti e dovetti uscirmene col cuore spezzato. Constatai, en el mismo tiempo, che per ritornarmene alla cruda realtà, ovvero al Palazzone del Tehnoimport, sarebbero state imbroglie. La bufera era diventata ancora più selvaggia, non si capiva più dove erano le strade e dove i marciapiedi e la neve era diventata fina come il polveraccio e si andava ad inficcare dappertutto tra le robe mie facendomi arrizzare le carni. Entonces, con molta fatica per le scarpe che affondavano fino alle calcagna e con la neve che mi entrava dentro l’occhi congelandomi pure la vista, feci, maledicendo l’Olandese Volante e non capendo più niente per una bella orata, la stessa strada che avevo fatto per venire. Quando fue che finalmente giunsi al Palazzone mezzo assiderato e che per la stanchezza non mi riuscivo a tirare nemmeno i piedi, mi tolsi gli indumenti accorgendomi che avevo le sacchette piene di neve, quindi accesi il phon e me lo passai su tutto il corpo per farlo scongelare e ne ebbi un gran sollievo. Successivamente, mi andai a comprare un’altra di quelle baguettes imbottite giganti sottocasa per la cena, e decisi che per quella giornata ne avevo avuto anche abbastanza e che erano minchiate che sarei uscito di nuovo.

Il giorno appresso, quando mi svegliai, guardando dalla finestra, mi accorsi meravigliato che tutto era finito e che era spuntato addirittura il sole a București, sebbene la temperatura fosse sempre helada. Quindi, dopo che mi sistemai e raccolsi tutti i miei imbarazzi e li azziccai nello zainetto, visto che nel pomeriggio sarei dovuto tornare a Bologna, lasciai le famose chiavi di Qualcuno nella buca delle lettere, come mi aveva spiegato che dovevo fare Alguien el Flaco e salutai il Palazzone del Tehnoimport che tanto mi era stato prezioso para sobrevivir en esa ciudad. Dopo aver fatto colazione in un bar di pugliesi che avevo scovato per puro caso, godendo finalmente di un bel caffè ristretto alla maniera italiana, passai tutta la matinata al Muzeul Național de Istorie a României, sempre in Calea Victoriei, nel vecchio palazzo delle Poste, dove è presente un calco di gesso della Colonna Traiana con la puntuale spiegazione di ogni singola scena dei fregi istoriati, che davvero mi fece arricriare ed intendere quanto sia ancora importante per quel popolo il sentirsi fieri discendenti di quell’Impero Romano che ha dato il nome al loro país. Un altro po’ di tempo lo passai ad osservare i gioielli della Corona di Romania ivi esposti, ma la mia più grande sorpresa fu quando mi ritrovai davanti i ritratti di alcuni personaggi in abiti turchi, membri della prestigiosa famiglia dei Cantacuzino, su cui mi alienai per diverse ore dimenticando l’esistenza del tempo e dello spazio. Questa potentissima dinastia, ancora oggi esistente, ha avuto origine con un certo Cantacuzino, ammiraglio bizantino sotto il regno di Alessio I Comneno, diede all’Impero Bizantino un basileus, Giovanni VI Cantacuzino, degli usurpatori e dei despoti, fino a quando non si inquadrò nel nuovo ordine dato dai conquistatori Ottomani all’interno dei cosiddetti Fanarioti, da Phanar (oggi “Fener”), ovvero il nome del quartiere greco di Costantinopoli dove continuò ad avere sede il Patriarcato Ecumenico e che divenne anche sede di potentissime famiglie bizantine di mercanti ed uomini di affari nell’orbita della Sublime Porta. Tra questi Fanarioti, i Cantacuzino divennero la famiglia più potente e riuscirono ad imparentarsi attraverso una pianificata politica dinastica con i principi di Valacchia e di Moldavia. 

Fu così che spiccò, ad un certo punto, il personaggio di Andronico Cantacuzino, figlio del magnate Michele Cantacuzino detto Şeytanoğlu (“figlio di Satana”) giustiziato a Costantinopoli nel 1578, che divenne molto potente esercitando la professione di banchiere dei principi di Valacchia e Moldavia, a cui aveva dato per mogli, per non sbagliare, le sue due figlie, e che addirittura appoggiò nel 1593 la rivolta di suo cugino il voievod Michele il Coraggioso (figlio di Teodora Cantacuzino) contro gli Ottomani, che riuscì, col sostegno degli Asburgo, a riunire per primo sotto il suo potere i tre principati di Valacchia, Moldavia e Transilvania per qualche anno. In seguito, nella storia della Romania, c’erano stati poi altri tre principi della famiglia dei Cantacuzino, ma di nuovo come tributari della Sublime Porta, tra cui Șerban Cantacuzino, che aveva combattuto assieme agli Ottomani nella Battaglia di Vienna e che aveva fatto stampare a Bucarest nel 1688 la famosa Bibbia dei Cantacuzino, ovvero la prima edizione della Bibbia in lingua rumena. Su questa famiglia, vi assicuro, si potrebbero cuntare altre mille pagine di storia, ma codesta, purtroppo, non mi pare potrebbe sire la sede opportuna, altrimenti questo racconto rischierebbe di durare per sempre.
Quando niscii dal Museo di Storia Nazionale della Romania mancavano poche ore alla mia partenza e mi dovevo, por lo tanto, premurare. Ma volli passare, ugualmente, di nuovo dal centro istorico e dalla Strada Franceză, dove assistetti con grande interesse alla parte finale di una liturgia ortodossa presso l’antica Chiesa di Sant’Antonio (Biserica Sfântul Anton) – che solo dopo essere rientrato in Italia scoprii che era stata costruita da Vlad 
Țepeș – e dopo mi diressi per l’ultima volta a Piața Unirii per prendere l’autobussola che mi avrebbe riportato all’Aeroportul, con la promessa che, prima o poi, sarei ritornato a București per regolare alcuni conti rimasti in sospeso.  

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