La follia di Hölderlin

                                                                                di Alberto Giovanni Biuso

www.biuso.eu

  

Giorgio Agamben

La follia di Hölderlin

Cronaca di una vita abitante 1806-1843

Einaudi, Torino 2021

Pagine 241

€ 20,00

 

 

Wenn in die Ferne geht der Menschen wohnend Leben; ‘Quando lontano va la vita abitante degli uomini’… Così inizia Die Aussicht (La veduta), che probabilmente è l’ultima poesia composta da Hölderlin nel 1843, poco prima di una morte che fu apollinea, serena per quanto possa esserlo il morire, priva di agonia.

Sul plesso semantico e linguistico dell’abitare, dell’illusione, della gioia, dell’abitudine, della follia -wohnen, Wahn, Wonne, Gewohnheit, Wahnsinn- Giorgio Agamben costruisce una sorta di quartetto teoretico che riproduce la musica armoniosa, dissonante e ironica di Hölderlin.

La cui vita si scandisce in due esatte metà di trentasei anni ciascuna. La prima parte va dal 1770 al 1806, la seconda dal 1807 al 1843. La cronaca anno per anno del tempo trascorso dal poeta a Tübingen, nella casa di Ernst Zimmer -un falegname colto, intelligente, affettuoso e rispettoso- costituisce un caso politico, assai più che psichiatrico. Politico nel senso socratico di una città, comunità, πλις le quali vedono dal proprio interno germinare una comprensione del mondo ardita sino allo splendore ma ingestibile nella sua inquietudine. Una vita che abita nella pienezza e quindi nel visionario, nella gioia, nella follia. Una vita tanto singolare quanto pericolosa. Dove il pericolo non è necessariamente l’esplicita critica socratica alle strutture e ai modi della città ma può essere anche la discordanza rispetto all’abituale, la capacità di trasformarlo in abitudine alla differenza, il volgersi di tale differenza in nuove identità.

Sopravvivere a un simile dislocarsi oltre ogni consolidata abitudine implica la disseminazione dell’identità in una molteplicità che diventa inafferrabile, proprio perché continuamente cangiante. Ed ecco che Hölderlin espande il proprio nome in una serie di denominazioni -Scardanelli, Scaliger Rosa, Scarivari, Buonarroti, Rosetti…- che si distendono ed estendono anche alla propria discendenza, in un gesto di straordinaria e suprema ironia che alcuni decenni dopo sarà ripetuto da Nietzsche: «‘Ah! la mia Diotima! Non mi parli della mia Diotima; mi ha dato tredici figli. Uno è diventato papa, un altro Sultano, il terzo è imperatore di Russia’. E subito aggiunse in dialetto svevo: ‘E sapete, come è andata? È diventato pazzo, pazzo pazzo pazzo (närret)’. […] Notare il passaggio dalla lingua al dialetto, quasi a sottolineare la consapevole, forse inscenata follia delle parole precedenti» (p. 194).

Nella lettera indirizzata a Cosima Wagner il 3 gennaio 1889 Nietzsche scrisse: «Che io sia un uomo è un pregiudizio. Ma io ho già vissuto spesso tra gli uomini e conosco tutto ciò che gli umani possono provare, dalle cose infime fino a quelle più alte. Sono stato Buddha fra gli indiani e Dioniso in Grecia, Alessandro e Cesare sono mie incarnazioni, come pure Lord Bacon, il poeta di Shakespeare. Da ultimo sono stato Voltaire e Napoleone, forse anche Richard Wagner…Ma questa volta vengo come il vittorioso Dioniso, che farà della terra un giorno di festa…Non avrei molto tempo…I cieli si rallegrano che io sia qui…Sono stato anche appeso alla croce…»[1]. Se Klossowski ha ipotizzato che la follia di Nietzsche potesse essere stata una commedia, lo stesso fa Agamben nei confronti di Hölderlin. Naturalmente in entrambi i casi non ha importanza che la follia sia stata organica, esistenziale, reale, presunta, istintiva, consapevole o recitata. Ciò che conta è che tale follia «era, piuttosto, qualcosa che si poteva o si doveva abitare» (21).

Abitarla oltre le cause scatenanti che la medicina del tempo e la nostra possono individuare -amore infelice, eccesso di lavoro, finzione strategica per sottrarsi al controllo politico- tra le quali ha un peso come sempre centrale il rapporto con la madre. Johanna Christiana Heyn fu una devota e gelida madama che sin da quando il figlio abitava nel suo ventre lo destinò come voto -un singolare voto promesso sulla volontà altrui- alla funzione di teologo e di pastore evangelico. E tale infatti Hölderlin fu costretto a diventare. Una madre che non ebbe pace sino a che «riuscirà a far ricoverare il figlio nella clinica del Medizin-Professor Autenrieth a Stoccarda e poi ad alloggiarlo definitivamente nella casa del falegname Zimmer, dove non si recherà mai a trovarlo» (21). Mai andò a trovare il figlio malato, questa brava signora cristiana. E il figlio la ripagò con delle lettere che sono dei capolavori di altrettanto gelida devozione, di esagerato formalismo, di un’obbedienza tanto integrale quanto ironica. 

L’ironia è la cifra dello Hölderlin abitatore della follia. Un’ironia che si traduceva nel formalismo persino sarcastico con il quale appellava i suoi numerosissimi visitatori nella torre, chiamandoli ‘Vostra Grazia’, ‘Eccellenza’, ‘Santità’, ‘Signor Principe’. L’ironia è, certo, uno dei dispositivi del romanticismo, anche come garanzia di immedesimazione nei ruoli estetici e drammatici e insieme di presa di distanza da essi. L’attore abita infatti la maschera e la maschera, però, abita lui, sino a rendere in alcuni casi indistinguibili realtà e finzione. Quella di Hölderlin fu sempre «una sottile, calcolata ironia» (94), un capolavoro linguistico ed esistenziale che esprime e incarna l’estraneità alla quale filosofia e poesia conducono chi le prenda sul serio, poiché la filosofia è anche e «innanzitutto questo esilio di un uomo fra gli uomini, questo essere straniero nella città in cui il filosofo si trova a vivere e nella quale, tuttavia, continua a dimorare, ostinatamente apostrofando un popolo assente» (27-28). Abitare la follia è abitare la distanza. Anche per questo le poesie composte da Hölderlin nella torre costituiscono un «estremo, impareggiabile lascito poetico dell’occidente» (51).

Tutto questo emerge dalle pacate ed erudite analisi di Agamben e dalla semplice cronaca che scandisce gli anni dal 1806 al 1843. E questo spiega perché una formula quale «la sua cosiddetta follia» (17) risulti pienamente giustificata. Le testimonianze di molti -Sinclair, Schelling, Zimmer e altri- descrivono infatti «l’apparente stravaganza di Hölderlin» come «una manifestazione ‘assunta’ e non una follia. Il contrasto fra l’apparenza e le maniere esteriori di Hölderlin e ciò che si esprimeva nelle sue parole è costante in tutte le testimonianze» (41-42). Il poeta viene giudicato folle anche perché «lavora incessantemente alle sue opere» (10); perché «la volontà di curare da sé l’edizione dei suoi scritti [è] considerata come un’assurda pretesa e una stravaganza» (83); perché «il suo carattere è molto buono, solo non vuole che gli si diano ordini», come scrive Zimmer in una lettera del luglio 1834 (151).

In realtà, e nonostante la singolare modalità spaziotemporale di metà della sua esistenza, Hölderlin non fu infelice e anzi appariva «spesso molto allegro» (ancora Zimmer in una lettera del 1829, p. 140). Persino il suo «funerale è stato molto festoso e vi hanno preso parte anche molti studenti» (201).

Certamente più ingiustificata, più cupa, più inquietante è la follia che la πλις mostra nel presente.  «La sua follia mi sembra del tutto innocente rispetto a quella in cui un’intera società è precipitata senza accorgersene» (223).

 

 

 


[1] F.W. Nietzsche, Briefe. Januar 1887-Januar 1889, in Id., Nietzsche Briefwechsel. Kritische Gesamtausgabe, herausgegeben von G. Colli und M. Montinari, de Gruyter, Berlin-New York 1984, III/5, Lettera 1241 a Cosima Wagner, pp. 572-573. Su questo e altri “biglietti della follia”, rinvio al mio «Impazzire di gioia. Su Nietzsche e i suoi Wahnbriefe», in Studia humanitatis. Saggi in onore di Roberto Osculati, a cura di A. Rotondo, Viella, Roma 2011, pp. 465-474.

 

 

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