Una rondine fa primavera. Su The Happy Prince di Oscar Wilde

 di Enrico Palma

 

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Mt 5, 8

 

Il genio di Oscar Wilde non ha bisogno di presentazioni. Né tantomeno il suo personaggio, che va di pari passo con la sua opera e il suo destino di ascesa e caduta, un uccello che, come un superbo fuoco d’artificio, ha saputo volare fino alle sfere più alte del cielo prima di esplodere in mille colori e precipitare rovinosamente nelle paludi più torbide. E tuttavia, nell’estrema varietà di opere e simbolizzazioni che Wilde ha realizzato, per il teatro, i lettori o più in generale per lo scandalo in società, stupisce una piccola raccolta di favole pensate inizialmente per i suoi figli e poi per un pubblico di lettori più ampio. Ogni favola è densa di morale, ma ce n’è una, quella eponima dell’intera raccolta e che contiene l’epiteto al contempo tragico e nobile che la storia ha attribuito al suo autore, che svetta su tutte le altre, un vero tesoro, di una ricchezza persino più preziosa dei gioielli indossati da uno dei suoi protagonisti, e cioè The Happy Prince. 

La favola favorisce diversi livelli di lettura, da una semplicemente ricreativa per trasmettere contenuti a giovanissimi lettori, piena di belle immagini e di sontuose metafore, a una molto più profonda, che si serve per così dire del valore simbolico che il genere possiede e tale da renderlo oggetto di una riflessione ermeneutica più ampia. Infatti mi spingo ad affermare che questa favola è così bella, acuta e luminosa da custodire una verità fulgente. Cercherò quindi di proporre una breve lettura di questo capolavoro, tentando di restituire un’interpretazione che tenga conto della potenza metaforica, e anche metonimica, che al testo è impossibile non riconoscere.

 

1. Quando piange una cosa felice

 

La vicenda è ambientata in un’imprecisata città del Nord, molto probabilmente nella feroce critica wildiana proprio la sua città d’elezione, Londra. In città sta per arrivare l’inverno e le rondini si apprestano a lasciarla per climi più caldi, progettando di migrare verso l’Egitto. Svetta imperiosa una statua, una presenza alta, un aggettivo che suggerisce, posizionato come prima parola del testo, un’altezza non soltanto in senso fisico e spaziale. Alla stregua di una statua di un re del mito, un imperatore romano o un dio olimpico, il Principe Felice emerge in tutta la sua smagliante figura. Fondamentale è la descrizione che ne dà Wilde: «Lui era tutto coperto di sottili foglie d’oro fino, come occhi aveva due zaffiri lucenti, e un grande rubino rosso scintillava sull’elsa della sua spada»[1].

Tutti si compiacciono della sua bellezza, ma uno sciagurato Consigliere Comunale, becera rappresentazione di un’intera classe politica, anche contro il parere del popolo, non si trattiene dall’affermare che non fosse altrettanto utile. È infatti questo uno dei temi caldi del testo, la divaricazione tra bellezza e utilità. C’è anche una «saggia madre» che prega il figlio di guardare il Principe Felice e smettere di versare lacrime, per il fatto che egli «non si sogna mai di piangere per nessun motivo». Il figlio piangeva per la luna, antico topos di incolmabile distanza e sede dei desideri irrealizzati. Ma ci sono soprattutto i bambini che contemplano estasiati la sua bella felicità, e con loro un «uomo deluso» che fissandolo anche lui esclama quanto gli faccia piacere che qualcuno felice a questo mondo ci sia. Deluso da cosa? Dall’amore, dalla città, dalla felicità stessa e dal sogno malsano e corruttivo che fa nutrire la speranza che la gioia sia possibile? 

Per gli orfani invece «sembra proprio un angelo», un essere etereo e superiore, planato in questa cloaca di mondo per mostrare e guarire le miserie umane. Ma dinanzi a questa affermazione, e a quella successiva per la quale i bambini dicono di averlo visto in sogno, un insegnante degli orfanelli, il Maestro di Matematica, disapprova che simili fantasie vengano sostenute, ovvero che si vedano angeli lì dove non esistono.

In città il Principe Felice viene quindi elogiato per l’esempio di letizia che la sua figura promana, talmente ricco di gioielli e luce da rifulgere come un faro per le tristezze cittadine. Si tratta difatti di una città in cui i politici agiscono a buon mercato, le madri consolano i figli per via dei desideri infranti, gli adulti sono delusi e i maestri educano male i bambini orfani e senza una casa. Una città assai povera in innumerevoli sensi e sfumature.

Dopo aver introdotto il Principe e la sua città, insieme alle grame esistenze che si conducono in essa, Wilde ci presenta allora il secondo protagonista della storia, la carissima e dolce Rondine. Insieme alle sue compagne avrebbe dovuto molto presto partire per luoghi più caldi. Tuttavia, rispetto alle altre, la Rondine ha atteggiamenti molto desueti e che sicuramente poco dovrebbero addirsi alla sua natura. Da sei settimane, ci informa il testo, le sue amiche erano partite per l’Egitto, ma lei era rimasta poiché innamoratasi di un «bellissimo Giunco» di fiume, una scelta davvero insolita per un uccello migratorio abituato a spostarsi per lunghe distanze e a soffrire per la sedentarietà. 

Ma la delicatezza della Rondine, il suo spirito nobile e la sua purezza si manifestano sin dalle primissime parole che Wilde le fa pronunciare, rivolte al Giunco: «“Posso amarti?” disse la Rondine, che amava andare subito al sodo, e il Giunco le rivolse un profondo inchino. Così quella continuò a volargli intorno, toccando l’acqua con le ali e formando delle increspature d’argento. Era il suo modo di fare la corte, e durò tutta l’estate». Chi mai sarebbe in grado, nel grigiore quotidiano e nella bassezza di sentimenti della nostra epoca, di chiedere a qualcuno il permesso di amarlo? Chi mai farebbe i voli della Rondine, la sua danza e i giochi d’acqua sulla superficie del fiume inargentata come il suo sentimento? Il Giunco sembra ricambiare, ma è un falso inchino il suo, poiché piuttosto che dall’amore veniva mosso dal vento, che gli faceva compiere ondeggiamenti male interpretati dalla Rondine come gesti di benevolenza amorosa nei suoi confronti. La vanità e l’egoismo del Giunco, anche lui alto e bellissimo nel fiume, avevano illuso la povera Rondine, la quale credeva di poter trovare marito in lui, quando invece, accortasi delle difficoltà di questo amore, e soprattutto dal suo giocare che l’aveva ferita e delusa, lo lascia per volare in città. Ed è qui che avvista per la prima volta la statua del Principe Felice: «“Mi sistemo qui” esclamò; “la posizione è bella, con tanta aria fresca”». E planò proprio ai suoi piedi.

Qui accade una cosa del tutto inaspettata, in totale contrasto con i bellissimi elogi che il popolo aveva tessuto del Principe e della sua presenza diramante ottimismo e pienezza. Credendo che piovesse, la Rondine viene raggiunta da pesanti gocce d’acqua: «Ah! che cosa vide? Gli occhi del Principe Felice erano pieni di lacrime, e altre lacrime gli scivolavano giù lungo le guance d’oro. Il suo viso era così bello alla luce della luna che la piccola Rondine fu piena di pietà». La Rondine, dinanzi a quello spettacolo spiacevole e conturbante, veder piangere una cosa felice per fama e anche per essenza, si commuove profondamente. Perché mai il Principe piange? Cosa può averlo mosso a lacrime così copiose e sofferte? 

 

2. Stellare la notte

 

È adesso che il Principe si presenta e racconta la sua storia. Era un principe in carne e ossa prima di morire ed essere collocato al centro della città, viveva a Sans-Souci, storico palazzo fatto costruire da Federico II di Prussia e che si trova nel meraviglioso parco di Potsdam, città poco distante da Berlino. Il Palazzo, che di per sé significa senza preoccupazioni, era dunque la sua dimora, in cui «il dolore non ha accesso». 

Il luogo metaforicamente più pregnante, persino più importante del Palazzo in sé, è però il giardino, ed è fondamentale rilevare cosa dice il Principe in proposito: «Il giardino era circondato da un muro altissimo, ma io non ho mai domandato cosa c’era dall’altra parte, tanto era bello tutto quello che avevo intorno». Al Principe era preclusa la possibilità di guardare il mondo di fuori perché separato da un muro invalicabile, talché la spensieratezza e l’intenso appagamento che vi ricavava rendevano del tutto impossibile che egli si domandasse su cosa ci fosse oltre questo recinto di sacro piacere. Per questo lo chiamarono Principe Felice, perché non sapeva nulla del dolore, della sofferenza e del grido di disperazione di cui è fatto il mondo. «Così vissi, e così morii. E ora che sono morto mi hanno messo quassù, così in alto che posso vedere tutte le brutture e la miseria della mia città, e benché abbia il cuore fatto di piombo non posso fare a meno di piangere». Il Principe esce dunque da un giardino edenico, tale perché all’affanno non era consentito l’accesso, ed entra in città. Dal luogo felice e paradisiaco a quello buio, sofferto e infelice.

La Rondine pensa allora tra sé e sé perché mai il suo cuore non fosse d’oro massiccio. È possibile che tale sia divenuto per via delle lordure che il Principe, cuore puro, ha dovuto subire, al punto da tramutare l’aurum cordis nel metallo meno nobile che ci sia. Ma si sa che la nobiltà risiede lì dove si è disposti a rischiare scommettendo nel contrario, un po’ come il formidabile gioco di scrigni shakespeariano in cui nel povero e insignificante piombo stava in gran segreto il cuore della bellissima Porzia. 

A questo punto, iniziano quelle che potremmo definire le ambascerie caritatevoli della Rondine. Incoraggiata dal Principe Felice, da fido messo differisce l’imminente partenza per l’Egitto e a scapito del freddo si dirige, all’inizio un po’ titubante, verso coloro che il Principe le chiede di raggiungere per prestare soccorso. Ciò che conta rilevare è che da una considerazione del Principe assolutamente positiva, tanto che si era detto che egli non avrebbe mai pianto, si passa allo scenario opposto, alla statua che piange e che chiede alla Rondine di compiere delle cose per lei, essendo piantato al centro della città a guardare con enorme rammarico il dolore che la attanaglia e che mai, prima d’essere fatto statua, aveva conosciuto. Dalla constatazione di una sofferenza si arriva, attraverso la figura intermedia della Rondine, all’azione verso una guarigione concepita nel sollievo delle pene.

La Rondine deve però partire per l’Egitto. «“Rondine, Rondine, piccola Rondine” disse il Principe, “non vuoi restare con me una sola notte, e farmi da corriere? Quel bambino ha sete, e sua madre è tanto triste”». La madre, una ricamatrice, avrebbe dovuto confezionare l’abito per la «più bella damigella d’onore della Regina», ma il figlio ha la febbre e le chiede delle arance. Il Principe allora fa staccare il rubino dalla Rondine e glielo consegna per farlo recapitare alla povera madre sfinita dal lavoro. «“Fa un gran freddo qui” disse; “ma mi fermerò da te per una notte, e ti farò da corriere». Ed è fondamentale ciò che la Rondine confida al Principe dopo aver portato a termine quello che le era stato chiesto. «Dopodiché la Rondine tornò dal Principe Felice, e gli disse quello che aveva fatto. “È strano” osservò, “ma adesso mi sento bella calda, malgrado il gran freddo che fa”», al che il Principe risponde: «È perché hai compiuto una buona azione». Nell’inverno della città sferzata dal freddo della stagione avversa e soprattutto da quello del dolore, la buona azione, la generosità della Rondine e la moralità che cresce e rinsalda fanno avvampare un fuoco vivo, un focolare alimentato dal desiderio ardente di aiutare i deboli e chi è nell’indigenza, offrendo qualcosa di insperato e insieme di gradito che doni un sollievo. Addormentatasi per la giornata faticosa e per la riflessione a cui la buona azione l’aveva indotta, la Rondine, sorto il sole, viene colta dal Professore di Ornitologia a fare il bagno nel fiume: una cosa davvero insolita, una rondine ancora in città nonostante quel freddo così pungente, tanto da fargli esclamare: «Una rondine d’inverno!». Un evento tanto straordinario che fu sulla bocca di tutti per la sua stranezza. Perché quella delle rondini è un’altra stagione.

La Rondine deve partire, potrebbe valerne della sua stessa vita. Ma il Principe la trattiene per altre notti ancora. La prima è data in dono a un giovane commediografo troppo infreddolito e affamato per continuare a scrivere, evidente metafora dell’uomo di lettere scoraggiato dal gelo dell’indifferenza culturale e dalla scarsità di retribuzione, argomenti a cui Wilde dovette certamente essere sensibile. Il Principe, per andare in soccorso agli «occhi grandi e sognanti» del giovane, decide addirittura di cavarsi uno dei suoi occhi, due rarissimi zaffiri portati dall’India mille anni prima. Per la Rondine è un gesto troppo ardito, persino inaccettabile, ma il Principe le comanda di farlo, e lei esegue. Con il riserbo e la sua delicata eleganza di uccello, la Rondine adagia la pietra in mezzo alle violette secche dello scrittoio, affinché dall’appassimento della sfiducia potesse rinascere un fiore nuovo. 

La terza notte la Rondine ripete al Principe di voler ancora partire, e gli promette che al suo ritorno porterà con sé gioielli ben più belli e preziosi di quelli di cui si era privato. Ma il Principe ha ancora una richiesta da avanzare: vuole che lo zaffiro rimasto vada in dono a una piccola fiammiferaia, anche a costo di diventare cieco. La Rondine si oppone ma il Principe non arretra, e quindi quest’ultima pietra va alla bambina. Chi avrebbe badato al Principe ora che è divenuto totalmente cieco? La Rondine, come in occasione del loro primo incontro, mossa a pietà, formula una promessa degna del matrimonio più solenne: «“Ora sei cieco” disse, “e quindi io rimarrò con te per sempre”. “No, piccola rondine” disse il povero Principe, “tu devi partire per l’Egitto”. “Rimarrò con te per sempre” disse la Rondine, e dormì ai piedi del Principe». 

La Rondine racconta allora di quell’Egitto che, anche se avesse potuto muoversi dalla colonna in cui era posto, il Principe non avrebbe mai potuto vedere a causa della sua cecità. La sua risposta al racconto di mirabilia della Rondine è la più importante dell’intera favola, ed è in essa che va trovata l’essenza più recondita del testo e della verità che esso custodisce. «“Cara piccola Rondine” disse il Principe, “tu mi racconti cose meravigliose, ma più meravigliosa di tutto è la sofferenza di uomini e donne. Non c’è Mistero più grande della Sofferenza. Vola sulla mia città, piccola Rondine, e dimmi che cosa vedi» (Il corsivo è mio). Come può la sofferenza essere addirittura più straordinaria delle meraviglie dell’Antico Egitto raccontate dalla Rondine? È un trucco del Principe teso a ingannare la Rondine, per farle credere che difficilmente incontrerà in Egitto qualcosa di più degno di una persona che soffre, di una città intera in preda al freddo e alla fame, davvero un grande mistero per cui il dolore esiste e la vita è così difficile per tutti, ma per certuni ancora di più e ai limiti del sostenibile? 

C’è una grande dignità nella sofferenza, che non può essere toccata e che sfugge a ogni tentativo o possibilità di categorizzazione. La sofferenza è il tratto più proprio della vita, a tutti i livelli, tanto da poter definire la vita stessa come una strenua resistenza al dolore una volta nati e la più varia e articolata strategia per dimenticarsi di questo fondo e tenerlo il più inattivo e distante che si può. La cosiddetta umanità dell’umano, di cui si fa tanto discutere anche in etica, come implicitamente sostenuto dal Principe, si mostra laddove c’è una persona che soffre, la cui condizione di patiens ne conclama l’irriducibile singolarità. Quando soffriamo, più di qualunque altra tonalità emotiva possibile, siamo ricondotti a noi stessi, e il Principe Felice è tale compassione in quanto coglimento del disagio altrui e transitività del sé verso l’Altro, che riconosce l’individualità di ogni uomo e di ogni donna nella specificità del loro soffrire. Solo chi conosce la Felicità come il Principe può capire la necessità di ripianare il dolore e la miseria, perché se la Felicità è una cosa che sfugge e non lascia tracce, la sofferenza dilania, consuma e maciulla le fibre dello spirito e del corpo fino a condurlo alla morte, nell’insensata avidità umana che è sorda verso qualunque altro mondo che non abbia nome io. Come nota molto argutamente Proust, sebbene con tutt’altro orizzonte concettuale e con la sua solita durezza e disillusione esistenziale: «Quant au bonheur, il n’a presque qu’une seule utilité, rendre le malheur possible»[2]Possibile perché, è chiaro, comprensibile solo dopo essere stati felici. 

Richiamandoci a Lévinas, la relazionalità è infatti un donare il proprio sé all’Altro come evento dotato di senso, ma non come apertura forzosa bensì in quanto orizzonte esistenziale al quale non possiamo sfuggire, una dinamica impressa nel nostro destino. «Solo nella generosità il mondo posseduto da me – mondo offerto al godimento – può essere scoperto da un punto di vista indipendente dalla posizione egoistica»[3]. Il sé che si trincera in un’insensata autonomia disconosce l’aspirazione alla totalità e all’infinito che sostanzia l’umano, condannando il mondo alla miseria dell’egoismo. «Il rapporto del Medesimo con l’Altro, la mia accoglienza dell’Altro è il fatto decisivo in cui vengono alla luce le cose non come ciò che si edifica ma ciò che si dona»[4]. Espressa in questo modo la frase di Lévinas tradisce un fortissimo riferimento alla carità che edifica di memoria paolina (1Co 8, 1), e tuttavia è in senso ontologico che questa frase va capita. Senza il dono del sé all’Altro concettualizzato nel Volto, dono che è l’altro nome della trascendenza, non si dà nessuna verità, non si dà una luce sulle cose, quando per verità si intenda il lume che tocca gli enti e gli eventi non appena, sfiorandosi nell’incontro, scoccano i raggi con cui è possibile vedere. 

Ma cosa osserva la Rondine, qual è tale veduta cittadina a volo d’uccello? «Così la Rondine volò sopra la grande città, e vide i ricchi far festa nelle loro case, mentre i poveri sedevano ai portoni. Volò dentro vicoli bui, e vide i visi bianchi di bambini affamati fissare senza pace le strade oscure. Sotto l’arcata di un ponte due bambinetti giocavano abbracciati per cercare di tenersi caldi». Un panorama desolante, una città immiserita, in cui il calore risiede solo nelle case di coloro che possono permetterselo, in cui i bambini non hanno le forze neanche per poter sognare e per i quali l’unica fonte per riscaldarsi è giocare insieme. Ascoltato il racconto della Rondine, il Principe, dato che «i vivi credono sempre che l’oro possa renderli felici», le comanda un’ultima volta di staccare le foglie di oro fino dal suo corpo e di distribuirlo in città ai poveri che ne avessero bisogno. E così fa. 

Adesso il Principe è privo di ogni cosa, ha smesso d’essere Felice perché l’oro e i gioielli che lo facevano rifulgere e lo rendevano così ammirato in città li ha tutti donati. Ma peggio va alla piccola Rondine, che per aver ritardato per troppi giorni la partenza, e non avendo trovato di che nutrirsi, comprende di stare per morire. Ora che il Principe ha esaudito il proprio compito può consentirle di partire per l’Egitto, ma è verso un altro luogo che la Rondine sta per recarsi: «“Vado nella Casa della Morte. La Morte è la sorella del Sonno, non è vero?” E baciò sulla bocca il Principe Felice, e gli cadde morta ai piedi». L’amore che aveva provato per qualcuno che non lo meritava, quel Giunco vanesio e vacuamente altezzoso, adesso si è spostato, in punto di morte, verso il Principe, con il quale all’inizio era stata scontrosa e diffidente. 

E la stessa sorte tocca all’amico: «In quel momento un curioso schianto risuonò all’interno della statua, come se qualcosa si fosse spezzato. E difatti il cuore di piombo si era spaccato in due. La gelata era certo stata molto dura». La morte della Rondine è stata per il Principe il colpo fatale, dopo essersi spogliato di ogni cosa per darla in dono alla sua città e aver condotto alla morte il piccolo uccello. Entrambi si sacrificano in questo ghiaccio perenne, poiché a ogni buona azione compiuta il gelo circostante diventa più intenso, per il fatto che la resistenza che gli umani opporranno alla riparazione del dolore che pur affligge la loro condizione sarà sempre più forte di qualunque Principe Felice. 

Il gelo morale ed esistenziale della città è diventato troppo intenso per entrambi. Ma c’è da chiedersi se ciò valga davvero a qualcosa, se l’atteggiamento da tenere tra gli umani non sia invece l’opposto, votato alla durezza, alla ferocia, all’indifferenza, se proprio gli umani, per via dei torti subiti e delle sofferenze da loro inferte, non si meritino nient’altro che una forma estrema di cattiveria e sprezzatura. Ma la città wildiana e il sogno dei bambini e del Principe Felice ambiscono a tutt’altro: ciò che lo scrittore prospetta è un controcanto al gelo diffuso e pervasivo che devasta ogni cosa e rende la vita qualcosa di deteriore.

Con una convergente poesia di Emily Dickinson, mi sembra che il sacrificio di questa coppia di amanti uniti da un sentimento di benevolenza e di fiducia per il mondo e l’alterità sia esprimibile in questi termini:

 

If I can stop one Heart from breaking

I shall not live in vain

If I can ease one Life the Aching

Or cool one Pain

 

Or help one fainting Robin

Unto his Nest gain

I shall not live in Vain.[5]

 

 

Leggendo tra i versi e conoscendo la storia di quest’altra rondine, c’è fin troppo male e dolore nel mondo per infliggerne dell’altro, talché la cosa più dignitosa e nobile da fare, quella che fa di un’azione e dell’uomo che la compie grandi, è non permettere che un cuore puro vada in pezzi e impedire il dolore per ipocrisia, vanità, codardia ed egoismo. È stata dunque una vita significativa quella dei due, no di certo un’esistenza vana.

La scena successiva suscita però un del tutto giustificabile ribrezzo. Il giorno dopo la loro morte, il Sindaco, accompagnato dai Consiglieri Comunali e attraversando la piazza, osserva lo scempio accaduto al Principe Felice, che non ha più nulla su di sé: non ha più il rubino sull’elsa della spada, è cieco degli zaffiri che aveva per occhi e ha perduto il manto d’oro fino che lo ricopriva. «“Poco meglio di un mendicante”, dissero i Consiglieri Comunali», persino con un uccello morto ai suoi piedi, per la quale cosa il Sindaco pensa di emanare un assurdo provvedimento che vieti agli uccelli di morire in quel luogo. Il Professore di Arte dell’Università consiglia persino di abbattere la statua, dato che non essendo più bella ha ormai perso ogni utilità. Il metallo della statua viene destinato a una fornace e il Sindaco e i Consiglieri Comunali finiscono per litigare su chi di loro la futura statua forgiata con i resti del Principe Felice avrebbe dovuto rappresentare. Una cosa sola si oppone alla fusione, il cuore di piombo, che proprio perché inservibile a quello scopo fu gettato nei rifiuti dove giaceva la salma della Rondine. 

 

3. Un’altra città

 

A questo punto, quasi come una riparazione e l’acquisizione della gloria postuma che spetta ai cuori nobili e alti, entra in scena Dio in persona, il quale comanda a uno dei suoi angeli di portare nel suo regno le due cose più preziose che trovasse in città. «E l’Angelo gli portò il cuore di piombo e l’uccello morto». Ma sono le parole pronunciate da Dio quelle decisive per il bilancio interpretativo del racconto nel suo complesso: «“Hai scelto bene” disse Dio, “perché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà per sempre, e nella mia città d’oro il Principe Felice pronuncerà le mie lodi”». Saremmo tentati di aggiungere: giustizia fatta, nel mondo e nella città in cui veramente conta essere felici e alla fine ritrovarsi. Ritornano un giardino, che avevo evidenziato in merito a ciò che diceva il Principe riguardo al suo Palazzo, e soprattutto nuovamente una città. Quello che dunque si crea è un forte parallelismo tra la città terrena fredda, desolata e ricolma di uomini di pessima risma, e quella celeste di Dio, il Regno dei Cieli dello stesso metallo di cui era fatto il Principe. 

Proprio nella conclusione abbiamo dunque gli elementi risolutivi per comprendere il senso di questa favola. Il Principe non sarebbe altro che la metafora della ricchezza che deve essere meglio distribuita per una città più equa e giusta, della generosità e dello spirito di servizio verso la sofferenza che è più preziosa di qualunque statua dorata. Ed è senz’altro in questi termini che Wilde pone la questione, almeno in superficie. Eppure, a mio parere, il punto da approfondire è proprio il luogo nel quale termina la vicenda, ovvero la City of gold di Dio. È come se Wilde nelle ultime righe generasse due livelli, come già detto uno terreno e concreto, e l’altro celeste e ideale. Non si tratta semplicemente di una storia di ricompensa per essersi sacrificati in nome delle buone azioni, bensì di un’ispirazione, dell’affermazione di un’idea e della messa in pratica di un modello. La città d’oro è la figura del Paradiso ma, andando alla Bibbia, del cosiddetto Paradiso del quale ci parla l’Apocalisse, che nella visione finale consegnata all’evangelista Giovanni ha l’aspetto e la forma proprio di una città posta sul monte e che scende dal cielo. Ecco allora il sogno dei bambini, quel sogno che era proibito fare ma in cui consiste la bellezza del Principe e anche la sua potestà. Cosa avverrà in questa città? E che aspetto avrà?

 

Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno, 

perché le cose di prima sono passate (Ap 21, 3-4).

 

Il sogno è dunque che ci sia una città in cui ogni lacrima verrà asciugata, ogni ingiustizia verrà riparata, il dolore e la sofferenza saranno estinti, la morte non dovrà essere più temuta. «La città è di oro puro, simile a terso cristallo» (Ap 21, 18), così come la statua del Principe Felice, il quale, ora possiamo affermarlo, è l’anticipazione della Gerusalemme messianica che scende dal cielo, il tentativo di realizzare, seguendo in ciò la lezione agostiniana, giorno per giorno qui sulla Terra un cammino costante verso la Civitas Dei della salvezza, anche contro la stoltezza e la povertà di cuore degli umani insensibili alla bellissima visione di serenità e pace con cui, pur non condividendo questa fede, la Bibbia suggerisce il Paradiso. 

Il Principe è questa presenza divina che consegna se stessa a un altro angelo, la Rondine simbolo di sacrificio cristologico senza pretendere nulla in cambio, alla stessa maniera di Dio che aveva mandato in terra il suo angelo per portargli le due cose più degne di essere collocate nel Regno. Con un illustre riferimento a un sindaco ispirato e perfetto contraltare all’inaudito squallore politico della favola, è ciò che sognava Giorgio La Pira per la sua Firenze, concependola addirittura, con un eccezionale parallelismo tra Storia e Sacre Scritture, come un avamposto della Gerusalemme messianica, e che in una bellissima poesia di Luzi viene in tal modo definita: «Essere stata / nel sogno di Lapira, / “la città posta sul monte”»[6].

Non è vero quindi che una rondine non fa primaveraBen pochi sanno che questo detto è più antico di quanto possa sembrare, tanto da essere stato usato da Aristotele in persona nel primo libro dell’Etica Nicomachea. L’interrogativo di Aristotele in quelle righe è trovare quale sia la funzione più propria dell’uomo e verificare se la felicità sia davvero per lui il bene supremo. Se ciò è corretto l’obiettivo consiste nel portare a compimento la propria vita assecondando con continuità e decisione la virtù che sembra la più meritevole di essere sostenuta. Dice Aristotele: «Infatti, una rondine non fa primavera, né un sol giorno: così un sol giorno o poco tempo non fanno nessuno beato o felice»[7]. E tuttavia una sola rondine è stata in grado di portare a compimento una virtù, ad asciugare le lacrime del Principe, a lenire le pene degli indigenti della città, a riscaldare con un’azione autenticamente morale, a fare di una statua, benché privatasi della bellezza, in pochi giorni una cosa felice. A far sorgere in pieno inverno la primavera della rettitudine. 

Pensando infatti a un altro vero principe, a quel Myškin imprendibile enigma dostoevskiano, e a una sua celebre affermazione che risuona come un destino, ciò succede perché, diversamente da quanto possano pensare infimi sindaci o professori d’arte dell’università, è una verità profonda e irrefutabile che «la bellezza salverà il mondo»[8].

È ancora una volta il sogno di quei bambini bacchettati da un indegno maestro di scorgere nel Principe Felice un angelo di Dio, gli stessi bambini che non si voleva che sognassero ma di cui in verità è il Regno dei Cieli: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10, 15). E sarà esclamato con forza anche dallo stesso Wilde quasi un decennio dopo, tra le tenebre della reclusione e del dolore del carcere di Reading: «In lontananza, come una perla perfetta, si scorge la città di Dio. È così splendente e nitida da far pensare che un bambino possa raggiungerla nel corso di una giornata estiva. E un bambino infatti potrebbe»[9].

 

*Ringrazio Giuseppe Coniglione per avermi suggerito questa lettura.

 



[1] O. Wilde, Il Principe Felice e altre storie (The Happy Prince), trad. e introd. di M. d’Amico, Mondadori, Milano 2010. Per evitare di appesantire il testo con numerosi riferimenti in nota, indico semplicemente le pagine di questa edizione italiana in cui è possibile trovare la favola, ovvero alle pp. 3-13.

[2] M. Proust, Le Temps retrouvé, a cura di P.E. Robert e B. Rogers, in À la recherche du temps perdu, a cura di J.-Y. Tadié, Gallimard, Parigi 2019, p. 2294. «Quanto alla felicità essa non ha quasi che un’unica utilità; rendere possibile l’infelicità», trad. di M.T. Nessi Somaini, Rizzoli, Milano 2012, p. 294.

[3] E. Lévinas, Totalità e Infinito. Saggio sull’esteriorità (Totalité et Infini. Essai sur l’extériorité, 1971), trad. di A. Dell’Asta, Jaca Book, Milano 2021, pp. 73-4.

[4] Ivi, p. 74.

[5] E. Dickinson, Tutte le poesie, a cura di M. Bulgheroni, «I Meridiani», Mondadori, Milano 1997, 919, p. 992. «Se io potrò impedire / a un cuore di spezzarsi / non avrò vissuto invano – / Se allevierò il dolore di una vita / o guarirò una pena – // o aiuterò un pettirosso caduto / a rientrare nel nido / non avrò vissuto invano», trad. p. 993.

[6] M. Luzi, Siamo qui per questo, vv. 7-9, in L’opera poetica, «I Meridiani», Mondadori, Milano 1998, p. 1233. Il corsivo è mio.

[7] Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1098 A, a cura di C. Mazzarelli, Bompiani, Milano 2013, p. 67. Il corsivo è mio.

[8] F. Dostoevskij, L’idiota, trad. di E. Maini e E. Mantelli, Mondadori, Milano 2011, p. 518.

[9] O. Wilde, De Profundis, trad. di C. Salvago Raggi, Feltrinelli, Milano 2021, p. 75.

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