Editoriale

di Paola Giordano

 

 

Chi eccelle nel proprio settore viene spesso qualificato come una persona di talento. Nel linguaggio comune con questa parola si tende a definire una predisposizione naturale ad una particolare attività, una dote innata. Eppure non è questo il suo significato originario: nella Grecia antica, il talento era un’unità di misura di massa e peso e fu anche una moneta di conto della stessa epoca. Per evoluzione semantica dovuta alla nota “parabola dei talenti”[1] – nella quale i talenti affidati dal signore ai suoi servi sono simbolo dei doni dati da Dio all’uomo – la parola diventò sinonimo di volontà, voglia, desiderio: è questo il significato più antico del termine. Oggi la parola “talento” viene invece per lo più usata per evocare “ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti, spec. in quanto naturali e intese a particolari attività”.[2]

Permettetemi di dirvi che non sono totalmente d’accordo con coloro i quali ritengono che distinguersi nel percorso che si è scelto di intraprendere voglia dire essere un genio o un fenomeno. Credo anzi che l’identificazione tra capacità, abilità, attitudine e, perché no, caparbietà da un lato e genialità, acume, indole dall’altro non dia giustizia alla talentuosa o al talentuoso di turno. Perché? La motivazione di fondo è una: quella fusione di significati non tiene conto dell’impegno, della dedizione, dei sacrifici con cui la talentuosa o il talentuoso si scontra ogni giorno. 

Non è intellettualmente onesto ridurre il bagaglio di conoscenze acquisite per arrivare a certi livelli alla fortuna, capitata quasi per caso, o a qualche altra entità non meglio identificata. È piuttosto merito delle competenze – parola che, negli ultimi tempi, ho sentito urlare spesso da diverse bocche, ma questa è un’altra storia – conseguite nei mesi, negli anni, in una vita intera.

I contributi che compongono il quinto numero de Il Pequod sono sì frutto del talento di tutti gli autori che ci hanno dato l’onore di volervi partecipare ma di quel talento inteso come “volontà, voglia, desiderio” di arricchire gli altri ma anche se stessi, di continuare a imparare, a crescere, a migliorare e a migliorarsi, ciascuno aprendo al lettore una diversa finestra sul mondo.

 

Nella sezione Dalle parti degli infedeli ospitiamo infatti il contributo di Alberto Giovanni Biuso, il quale riflette sulla dismisura (soprattutto in ambito scientifico e sanitario), tema tanto caro ai Greci, che conduce sempre a esiti nefasti per chi la ignori, coniugando la potenza e la serenità del sapere contro ogni forma di oscurantismo e ignoranza. Mattia Spanò sosta invece sul tema della complessità nel mondo contemporaneo in chiave estetico-filosofica, mentre Enrico Tomasello propone un contributo sulla scuola, sul senso dell’insegnare e dell’apprendere alla luce della sua già solida esperienza scolastica, su alcuni principi dell’educare che stiamo rischiando di tenere da canto e di abbandonare del tutto.

In Scritture ritrovate ricordiamo anche noi i centenari di due grandi autori: Giovanni Verga (ai cento anni dalla sua morte), con i contributi di Giovanni Altadonna, sui fatti di Bronte a partire dalla novella verghiana Libertà, e di Nicoletta Celeste, che avanza una lettura sensibile ma allo stesso tempo lucida del romanzo epistolare verghiano Storia di una capinera; e Thomas Stearns Eliot (ai cento anni dalla pubblicazione di The Waste Land), con i testi di Antonio Sichera, che disegna un tracciato ermeneutico, gestaltico e biblico, e di Antonio Virga, che offre invece una riflessione in chiave eco-critica sul poema eliotiano. Aggiungiamo, inoltre, le considerazioni ermeneutico-narrative di Luca Dilillo sul gioco dell’interpretazione, le riflessioni di Mauro Distefano sulle Lune di Hvar di Lalla Romano e l’intreccio filosofico-musicale di Stefano Piazzese tra i due Zarathustra di Nietzsche e Strauss. Infine, Pietro Russo suggerisce una ragionata e intelligente panoramica delle maggiori voci poetiche siciliane contemporanee.

La sezione Chartarium ospita un’interessante e puntuale ricognizione di Marco Rosario Nobile delle fonti letterarie di alcune maestranze siciliane della prima età moderna.

Wunderkammer accoglie i testi filosofico-cronachistici di Enrico Palma sulla città di Berlino e su alcuni viaggi iniziati e terminati proprio nella capitale tedesca, e il contributo poetico di Pietro Russo, con alcuni componimenti redatti sull’onda emotiva della guerra russo-ucraina.

La sezione La finestra sul faro, come di consueto dedicata alle recensioni, ospita una nota collettiva sull’Edipo re messo in scena quest’anno a Siracusa, più riflessioni di diversi autori su alcuni recenti volumi, portati con i loro testi all’attenzione dei lettori.

Buona navigazione!

 

 


[1] Riportiamo di seguito, per i più curiosi, la citata parabola dei talenti (Mt 25, 14-30): “Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Cfr. https://www.biblegateway.com/passage/?search=Matteo%2025%3A14-30&version=CEI consultato il 20 giugno 2022. 

[2] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/talento/ consultato il 20 giugno 2022.

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