Voci ritrovate: Piera Oppezzo

di Mauro Distefano

[…] Ascolta il soffio del vento,
sarà per te
l’abbraccio delle lontananze [1].

Per parlare di Piera Oppezzo, una delle personalità più appartate e misteriose del mondo poetico del Novecento italiano, bisogna intraprendere un viaggio che incomincia da quelli che, purtroppo, furono gli ultimi giorni; la Oppezzo è ricoverata in un convalescenziario a Miazzina, sul Lago Maggiore, a causa di un incidente domestico e, in quel periodo, va a farle visita un suo vecchio amico, se non il suo “amico”, Luciano Martinengo. Quest’ultimo intrattiene con la Oppezzo delle piacevoli conversazioni, ma si rende conto dell’aggravarsi delle condizioni fisiche – e non solo – dell’amica: «compresi quanto Piera fosse sola». In quello che inconsapevolmente sarà il loro ultimo incontro, la Oppezzo dirà al suo amico cinque parole dall’alone testamentale: «mi raccomando le mie cose» [2]. Queste “cose” per la poetessa sono scatoloni con all’interno fogli di poesie, recensioni, scritti vari mai pubblicati tutti rigorosamente ordinati e pronti, dirà con una nota di tristezza lo stesso Martinengo, per la pubblicazione. Un lascito non poi così tanto inusuale per un’anima refrattaria alla teatralità della vita, appartata da sempre e libera nel suo distacco da tutto, fatta eccezione per una cosa: la scrittura. Piera Oppezzo spira il 19 dicembre 2009, sola e dimenticata da tutti, lo stesso anno in cui a Milano ci lasciava un’altra grandissima poetessa quale Alda Merini.
Proviamo a tirare le fila di una vita che, opere edite a parte, rimane perlopiù misteriosa: nasce a Torino il 2 agosto 1934, da una famiglia d’umile estrazione, madre casalinga e padre cameriere. Nulla si sa della sua infanzia, nulla si conosce della sua formazione. Certamente fu una bambina molto curiosa e tenace, sicuramente la più curiosa del vicinato, ma la vita non le riserbò di certo agi sperati: si hanno notizie che sin da giovanissima cresce in un ambiente al limite degli stenti e incomincia a lavorare come sartina, ovverosia come staffetta tra una bottega all’altra portando tessuti per una manciata di lire. Dell’infanzia trascorsa nella Torino degli anni del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale abbiamo solo supposizioni; cresce in quella città che nel secondo dopoguerra sarà sì operaia – piccolo borghese, ma comunque città d’arte e deduciamo dai suoi scritti che forse frequenta biblioteche, forse giornali e gallerie d’arte. Una curiosità intrinseca nella persona della Oppezzo che la spinge a inventarsi avendo, dunque, una formazione sicuramente da autodidatta. Prende impiego in Rai come dattilografa con la mansione di scrivere contratti su carta carbone, ed è proprio in quella Rai degli esordi con personaggi come Piero Angela, Umberto Eco, che viene notata e pubblicata sulla rivista aziendale appena ventenne [3]. In questi anni viene notata da Guido Davico Bonino [4], negli anni ’60 curatore della leggendaria “Collezione di poesia” della Einaudi – conosciuta come la “collana bianca” – il quale rimane stregato da questa figura misteriosa, bella, ma non vanitosa, e «schiva, ombrosa e di poche parole, catafratta nella sua algida bellezza» come dirà a Giovanna Rosadini [5]. Davico Bonino propone all’Einaudi, che fremeva nel pubblicare, una giovanissima Oppezzo; nascono pareri contrastanti: Elio Vittorini si rifiuta di pubblicarla, Italo Calvino ne apprezza l’estro puro e l’originalità che la sua poesia porta con sé, la definisce un po’ “verdina”, un po’ acerba, e propone dunque di rimandare all’anno successivo la pubblicazione come effettivamente avviene. Nel 1966 viene pubblicata la prima raccolta poetica della Oppezzo dal titolo L’uomo qui presente ed è da considerare un esordio atipico se si pensa che proprio in quell’anno Einaudi pubblicò un gigante come Cesare Pavese con Verrà la morte e avrà i tuoi occhi; questa singolare eccezionalità della figura della Oppezzo, di un talento sorgivo e purissimo che da sconosciuta e praticamente da autodidatta conquista una pubblicazione einaudiana, fa capolino alla sua figura sfuggente e quasi eterea che la contraddistinguerà per tutta la vita. L’anno successivo alla prima pubblicazione, la Oppezzo invia una lettera alla Einaudi chiedendo, con tono distaccato ma piuttosto fermo e sicuro, che le inviassero il saldo editoriale – l’equivalente di circa sei stipendi. L’Einaudi, propensa a stringere un sodalizio con la poetessa, risponde inviandole uno scontrino e la dicitura «Saremo lieti di leggere altre sue opere». Di certo ne sarebbero stati lieti di poter far spiccare le ali poetiche di una giovanissima autrice, peccato solo che, mantenendo fede a se stessa e al proprio distacco col mondo, la Oppezzo non pubblicò più con Einaudi e proprio in risposta a questo brevissimo e inusuale scambio di battute con una delle più famose case editrici d’Italia, si traferì a Milano abbandonando nel silenzio l’editore. Arrivarono gli anni della lotta politica, dell’emancipazione femminile e soprattutto giunse il ’68; non prenderà mai parte a un gruppo politicamente attivo, né si identificherà mai con qualcuno di esso. Gli anni delle utopie dell’impegno extraparlamentare di sinistra e di trasformazione sociale lasciarono l’unica traccia, se così si può definire uno stralcio di aneddoti del decennio 1968-78, nella vita di Piera. In quegli anni mise su insieme a Nicoletta Gasperini, Raffaella Finzi, Ileana Faidutti, il collettivo “Pentole e Fornelli” che esordisce a Milano al Parco Lambro per il Festival del Re Nudo, andando in tournée in Italia. La seconda pubblicazione avviene proprio in quegli anni con l’editore Geiger, Sì a una reale interruzione (1976) e proprio una poesia della raccolta, La grande paura, svela l’eccitazione e le speranze legate all’amicizia, al periodo storico e al femminismo:

La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.
Non poteva
la mia infanzia, saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire. [6]

Questo testo, come moltissimi altri, risulta paradigmatico dal punto di vista dello scavo psicologico: la sofferenza vista come elemento costitutivo della sua esperienza umana emerge dalle scelte lessicali, e dalle immagini, di cui si compongono i versi. Si nota la presenza di un vocabolo “chiave” della poesia di Piera, ovverosia «paura». Giovanna Rosadini, poetessa e curatrice della raccolta postuma Esercizi d’addio, nota come la paura possa essere riconducibile al trauma infantile del secondo conflitto globale e dal periodo di stenti vissuto di conseguenza decifrabile nella poesia Tempi di guerra:

Quel grigio di giorni d’inverno
quando, sola sulla strada
di un paese sconosciuto,
fissavo le pietre fredde
subito coperte dai miei passi,
pensando ai giochi o ad una favola
per non capire la paura
che mi batteva sulla nuca
e credere colpi di tuono
quei boati fra le valli
che mi toglievano all’infanzia. [7]

Questo “mal di vita” ontologico nelle poesie della Oppezzo è da ricondurre alla sua infanzia, «saccheggiata» come ella stessa la definiva, ma anche all’inespressiva vita scaturita dall’illusione del ’68; molte delle poesie sono delle lastre radiografiche dello stato interiore che arriva a mettere in discussione l’“io” nel quale influisce in maniera pre-ponderata la vita della stessa autrice. La ripetitività, l’immersione nel mondo industriale capitalista che induce l’essere umano all’alienazione viene avvertita dalla Oppezzo come afasia e “come spreco continuo di sé”, dunque della vita. Questo malessere sottolineato è, ad esempio, presente nell’operario del Memoriale di Volponi e catalogabile come malessere epocale, un disturbo comune della società [8]. La costante ricerca di un “sistema altro” nel quale riconoscere un proprio senso di appartenenza nella Oppezzo viene trovato, in extrema ratio, nella scrittura: l’importanza di quest’ultima, con la sua dimensione e il suo semplice atto giornaliero, consistono nell’unica azione possibile per vivere «La mattina mi alzo, faccio il caffè, accendo una sigaretta, mi siedo e penso: se riesco a tirare fuori un rigo la mia giornata è fatta». Il confronto tra la vita meccanicamente reiterata che tanto la Oppezzo detestava, e riteneva inconcepibile l’idea di lavoro alienante per la sola sussistenza, e quel continuo rimando a una pace antitetica nella sua persona, in-cline a una tensione sempre presente, amalgamata alla paura e alla malinconia, fa sorge-re dalla poesia altri vocaboli che sembrano urlare una richiesta disperata di pace come nella poesia Indicazione:

Perfetto
agire secondo se stessi
e nel vuoto
con pace calma tranquillità
disporre le proprie reazioni
alla maggiore angoscia
l’angoscia principale
di dimensioni così variabili.

Riposante
addirittura molto dolce
la giornata [9];

nella quale il focus si sposta sui termini «pace», «calma», «tranquillità» e «dolce», ma an-che agli speculari «angoscia», accompagnata da attributi che ne enfatizzano la portata, e «vuoto».
I primi componimenti oppezziani presentano uno stile unico e anticipano inconsapevolmente la tendenza peculiare della poesia di fine secolo e inizi anni Zero [10], la fiducia dello strumento del linguaggio che sin dagli esordi ha mosso i critici a parlare di neoavanguardie e sperimentalismo, passa dalla descrizione delle giornate con sfondo bucolico aventi come tema quell’angoscia onnipresente, per poi passare nelle poesie più mature e degli ultimi periodi, a una quasi rarefazione della punteggiatura, omissione quasi totale dei termini interpuntivi procedendo per pura elencazione, segno di quell’alienazione poetica dal mondo circostante che ne fa trasparire tutto il malessere. Nonostante la solitudine, la pena e la malinconia punteggino l’intera lirica fin qui esplorata della Oppezzo, sono presenti anche sentimenti diversi, seppur mestamente miscelati, di amore e scoperta: affiora una percezione dell’amore nelle sue forme più pure, coniugando quest’ultimo all’illusione – e alla tristezza – tipiche di tale sentimento. Possiamo riscontrare quanto detto nelle poesie Sera e Amore, titoli semplici seppur emblematici:

Sento come tutto muta
e ancora si converte
in altra luce,
nel traguardo della sera.
Davanti a questa pace
che non ha ragione
a lungo il cuore
resta incerto nella pena
e quasi ha in sé il timore
del riposo e della fede.
Ma è sera, veloce sempre
cresce l’ora e mi convince
del murmure ritorno
d’un ritmo di parole;

Ti amo, per le infinite
strade del mondo,
per i giorni di pioggia
e l’accendersi lento del sole;
tutte cose che vedo ricordandoti.
Ma, soprattutto, ti amo
per la tua consapevole vita [11].

Come già accennato, la vita di Piera Oppezzo va decifrata scostando le pagine semi-vuote del suo passato; negli anni ’70 si cimentò anche con la prosa – fatto decisamente unico tanto da emularlo nuovamente soltanto una seconda volta con il romanzo A note legate del 1991 – scrivendo il romanzo Minuto per minuto (1978) edito per La Tartaruga, tradotto anche in tedesco e che vinse il premio Mondello come opera prima narrativa nel 1979. Tra fasi editoriali alterne di circa un decennio, Piera ritorna a pubblicare negli anni ’80 prima con delle traduzioni de Il profeta di Kahlil Gibran e Pel di carota (Poil de carotte) di Jules Renard entrambi del 1985 [12], poi con la raccolta poetica Le strade di Melanctha (1987). Quest’ultimo testo prende il titolo dal nome di un personaggio del libro Three Lives – The Stories of the Good Anna, Melanctha and the Gentle Lena di Gertrude Stein del 1909; Piera si rivede nel personaggio di Melanctha, giovane donna di colore, anche se «di sangue misto», malinconica come l’etimologia del nome, vagabonda e dal carattere enigmatico e contraddittorio. Ecco come parla di sé, senza parlare di sé:

Ma dove vai
l’interroga qualcuno
tollerante la voce ordinata
distraendola da se stessa lei
riconoscendo un po’ tutte le presenze
dolcemente

con tono pacato
così come le viene la voce

vado da qualche parte sussurra
come Melanctha sono io
ho sempre avuto un forte bisogno d’andare
Melanctha decisa eccitata con
nella testa un
continuo battito d’ali
vagabondare
rientrando la sera

si può vagabondare sempre
anche chiudendo la porta di casa
non è vero che non c’è nessuno
ci sono io ho capito
mi state inseguendo
dice a qualcun altro che insiste per sapere. [13]

L’estro e il talento di Piera Oppezzo sono riscontrabili anche nella creazione di un personaggio chiamato “Vivente”; personaggio atipico e assolutamente rivoluzionario per il panorama poetico italiano di quegli anni. Vivente è privo di sesso, di articolo e nelle poesie appare come elemento indeclinabile. Protagonista di alcune poesie dell’ultima raccolta pubblicata in vita, Andare qui (2003), come Vivente; Vivente raccoglie con le orecchie; Vivente allo specchio solo per citarne alcune, e di componimenti vari pubblicati postumi, in esso la Oppezzo riversa tutte le sue esperienze, da quelle semplici e quotidiane reite-rate nel tempo, a quelle più avventurose non alludendo mai a un possibile genere da at-tribuire ad esso:

Vivente vorrebbe prepararsi. A che cosa.
Oh. La beffa sarà imponente.
Averci pensato prima. Dirà al momento.
Quando il momento sarà un adesso.

Finire. Vivente prova a recitarsi.
Ma succede che su quel palco troppo esteso
le parole subito si tagliano in dettagli.
Imbrogli. Facile perdersi di vista.

Si va verso la conclusione risaputa
senza sapersi. Questa la beffa.
Riparti. Preparati. Vivente si incoraggia
annaspando. I toni ancora sempre discordi.

Intanto la luce indica che il giorno comincia.
Si può finire davanti a tanto inizio?
La domanda si dilunga. Insegue. Così accecante.
Vivente le sorride. Si arrende. [14]

Dell’erma bifronte che fu la vita di Piera Oppezzo possiamo trarre due filoni: la vita, con il suo malessere ontologico che può essere ricondotto alla depressione sociale – in Piera prevalentemente interiore – del post-illusionismo “sessantottino”, ma sarebbe semplicistico e banalizzerebbe la sua stessa vita ricondurlo esclusivamente a questi avvenimenti; e la scrittura, dunque la poesia. La distanza dalla società, dalla vita degli altri fino al restringimento di sole quattro mura, prima nella storica abitazione occupata di Milano in Via Morigi 8, poi, negli ultimi due anni, in una casa “protetta” del Comune di Milano in corso Lodi, avendo in sottofondo Carmelo Bene e la musica di John Cage, scrivendo con dovizia e rigore per quella unicità che ha rappresentato la poesia nella sua vita. Non catalogabile con una o più correnti, nelle sue opere si avvertono gli echi di Giovanni Pascoli, Emily Dickinson, Leopardi ma anche di Sandro Penna, i quali si intuisce, nuovamente, abbia letto e studiato. La scrittura risulta la linfa che la sostiene:

«[…] non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia può avere un centro diverso nei diversi periodi, è comunque un centro che alimento e definisco – tolgo all’indistinto – scrivendo. E così posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico è un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali… Scrivo per decisione di scrivere… È darmi questo compito che è stata un’ispirazione. […] Prima ho detto decisione di scrivere quando invece è più vero dire che nell’andamento quotidiano io ritengo di dover infilare questo atto o anche solo il pensiero questo atto come uno dei tanti o pochi che ritengo di dover compiere» [15].

Nella lirica si individuano strutturalmente i temi portanti della malinconia e di come condizioni la vita; una sofferenza che muove dal profondo umano che, nei nuclei primigeni della poesia, viene scandita temporalmente dalla ciclicità delle stagioni. Tali elementi nel decennio che va dagli anni Sessanta ai Settanta tendono a rarefarsi lasciando spazio alla quotidianità alienante che contrae e soffoca. Un “io” poetico presente e che chiama in causa un altro, un “tu” – come nella poesia Anche tu -; una partizione binaria che ben presto, avanzando nella produzione, si evolve in un “noi”, un pluralis maiestatis che catalizza la società, o meglio ancora, l’umanità soggetta al logorio psicologico comune. Stilisticamente e prosodicamente la Oppezzo può collocarsi nel piano del versoliberismo con sfumature che si avvicinano allo sperimentalismo. Il passaggio da un linguaggio ricco di termini desueti, almeno nei nuclei primitivi della sua poesia, a un linguaggio nel quale la prosa si fa poesia amalgamandosi in una scrittura elencativa quasi nevrotica tanto da avvicinarsi alle neoavanguardie facendo perdere alla punteggiatura la forma del metro. Firma stilistica tipica della Oppezzo è l’assenza poetica, la frammentarietà e il silenzio dal quale il lettore viene richiamato a un’attenta lettura e, se necessario, una rilettura proprio a causa della mancanza di appigli consolidanti [16]. Giovanni Raboni dirà di lei «[…] la Oppezzo fa di tutto per metterci sulle tracce di una poesia disadorna e come afona, priva di dimensioni e di colori, una poesia il cui partito preso è quello dell’indifferenza espressiva, dell’appiattimento della parola al suo elementare, irriducibile nucleo gnomico» [17]. Una poetica assertiva che nasce da uno straripante e fine talento; sorgivo e malinconico, nostalgico e cupo ma capace di descrivere gli aspetti più intimi di un animo innamorato.
Cosa ci rimane, dunque, di Piera Oppezzo? La sua eredità più grande, la sua poesia, le “sue cose” che confermano quanto la sua vita devota alla scrittura sia stata la dichiarazione d’amore più alta che si possa fare alla poesia. «Il rispetto impone di lasciar parlare la sua voce, anche dove è imprecisa e frammentata. Ciascuno ne completerà gli echi con il proprio ascolto» [18].
Come ultima poesia, Piera scrisse Il mondo c’è quello che adesso sembra un epitaffio alla sua persona:

Che cerimonia
l’avvio della giornata.
Quell’annuncio che il mondo c’è
non smette di abbagliare.

Ci viaggi dentro
oggi come ieri come domani.
C’è. C’è. C’è. Non puoi
non puoi che sbalordire. [19]

[In foto Piera Oppezzo dal film di L. Martinengo]

 

A colei che di più sacro ho avuto in vita: mia madre

 

 

[1] P. Oppezzo, Esercizi d’addio. Poesie inedite 1952-1965, Luciano Martinengo (a cura di), Interno Poesia, Editore, Latiano 2021, p. 18.

[2] Le notizie biografiche e strettamente personali che riguardano Piera Oppezzo, ad oggi, sono perlopiù reperibili da fonti digitali quali presentazioni di libri postumi, interviste e un film documentario del 2018 di Luciano Martinengo nel quale raccoglie le interviste di coloro i quali hanno conosciuto la Oppezzo. Per il documentario si veda https://vimeo.com/253776039; per le presentazioni dell’ultima opera postuma si vedano https://www.youtube.com/watch?v=PbMq3FRkL1s e https://www.youtube.com/watch?v=fORWCZowa1k&t=1897s. Per quanto concerne una bibliografia cartacea si segnalano i testi raccolti nella sezione bio-bibliografia di Piera Oppezzo del volume Esercizi d’addio (vedi supra nota 1): B. Frabotta, Donne in poesia, Savelli, Roma 1976; M. P. Quintavalla, Donne in poesia, Centro Azione Milano Donne – Comune di Milano 1988; L. Trubowitz, C. Sartini Blum, Contemporary Italian women poets, Italica Press, New York, 2001; A. Spatola, P. Vangelisti, Italian poetry 1960-1980, Invisible City, San Francisco 1982; M. G. Maioli Loperfido ,Versi d’amore, Corbo e Fiore, Venezia 1982; A. Beverly, K. Muriel, and J. K. Jane,The defiant muse, Italian feminist poems from the Middle Ages to the present, The Feminist Press, New York 1986; AA.VV., Racconta, a cura di Rosaria Guacci, Bruna Miorelli, La Tartaruga, Milano 1989; A. Caesar, M. Caesar,The quality of light: modern italian short stories, Serpent’s Tail, New York, London 1993; A. Doria, Poesia contro guerra, Edizioni Punto Rosso, Milano 1996; M. T. Cucino, Voci di questi anni, Marocchino Blu, Maniago 2003; L. Martinengo, Una lucida disperazione, Interlinea, Novara 2016.

[3] Il suo talento sorgivo e precoce viene notato proprio in quegli anni. Precedentemente viene pubblicata su alcune riviste letterarie importanti come La fiera letteraria destando su di sé attenzioni, ma soprattutto interesse.

[4] Guido Davico Bonino (1938) è un famoso critico letterario ed ex conduttore televisivo e radiofonico. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi dal 1961 al 1978, dopo essere stato chiamato all’ufficio stampa da Italo Calvino alla sola età di 23 anni.

[5] L. Martinengo, Esercizi d’addio, cit., p. 6.

[6] L. Martinengo, Una lucida disperazione, p. 91.

[7] L. Martinengo, Esercizi d’addio, p. 23; per il confronto con l’analisi della Rosadini cfr. ivi, pp. 5-9.

[8] Cfr. S. Triulzi, Una ferma Utopia. La parabola di una generazione nella poesia di Piera Oppezzo, in «Diacritica», IV, 24-24 dicembre 2018, pp. 58-72.

[9] L. Martinengo, Una lucida disperazione, p. 53.

[10] E. Testa, Dopo la lirica, Einaudi, Torino 2005.

[11] L. Martinengo, Esercizi d’addio, pp. 34 e 55.

[12] Doveroso segnalare un’altra traduzione, seppur postuma, di Piera Oppezzo Gisèle Freund. Il mondo e il mio obiettivo, Abscondita Carte d’artisti, Milano 2011.

[13] L. Martinengo, Una lucida disperazione, pp. 10-11; la particolare predisposizione della punteggiatura è del testo.

[14] Ivi, p. 172.

[15] P. Redaelli, La parola tra due silenzi, in «Lapis», n. 4, giugno 1989, cit., pp.11-14.

[16] Si rimanda a una specialista della poesia oppezziana, Gaia Carnevale, cfr. L. Martinengo, Esercizi d’addio, pp. 109-112.

[17] B. Frabotta, Donne in poesia, cit., p. 116.

[18] L. Martinengo, Una lucida disperazione, cit., p. 11.

[19] Ivi, p. 196.

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