Alla ricerca dell’infanzia perduta. Una nota su “Il ragazzo morto e le comete” di Goffredo Parise

di Sarah Dierna

1. Una breve premessa

Quasi più complicato della lettura di questo libro è riuscire a scriverne qualcosa senza correre il rischio di risultare imprecisi, divaganti e di ritrovarsi alla fine lontano dal significato che Goffredo Parise voleva dare al romanzo.

Pubblicato da Neri Pozza nel 1951, a scriverlo è un ragazzo quasi ventenne ma già molto determinato fino a rifiutarsi – come si apprende dalla postfazione di Silvio Perrella – di apportare le correzioni e le richieste di modifica che la casa editrice gli chiese prima della stampa. Assai più determinato della struttura formale, rimane comunque l’impianto narrativo dell’opera, persino l’idea. Infatti, cosa può saperne un ragazzo di appena vent’anni di un argomento così decisivo come la morte? Ciò che forse più sorprende e conquista è la semplicità con cui l’autore – nonostante tutto – la affronta. Sarebbe prevedibile aspettarsi una narrazione proporzionata all’età di chi ce la racconta, l’immaturità di un evento che, per il fatto di destarsi per la prima volta in una mente ancora giovane, dovrebbe essere un frutto ancora acerbo dinnanzi al quale ci si trova impreparati. E in realtà ci si sente un poco così e questo non soltanto a vent’anni o a trenta. A qualsiasi età la morte serba qualcosa di non previsto, la sensazione di una perdita che non si sa bene come gestire ma non perché si è giovani o immaturi, bensì perché ogni perdita – quando accade – è sempre vergine. Rappresenta il venire meno di qualcosa che è stato unico. Come accade in amore. La separazione è sempre dolorosa e ciò si verifica non soltanto perché le ragioni sono diverse a ogni occasione ma perché si perde sempre qualcosa che solo quella persona possedeva o lo faceva in un modo unico, riconoscibile come tale in essa soltanto.

La trama del romanzo potrebbe apparire anche piuttosto esigua. La storia è incentrata infatti sulla morte di un ragazzo di quindici anni e sulla mancanza che l’amico Fiore prova per la perdita del compagno, il quale continua ad apparire nei luoghi abitudinariamente frequentati da entrambi. Vediamo dunque l’amico mentre prova a inseguire tale presenza per parlargli, per continuare ad averlo come tale, e cioè come amico, senza invece lasciarlo andare. La vicenda è naturalmente assai meno lineare di così, assai meno banale e assai più complessa. Perrella scrive infatti che «il giovane Goffredo affida alla pagina immagini straniate e allo stesso tempo nitide. Immagini che paiono osservate attraverso un velo d’acqua, in parte emerse e in parte sommerse. Come emersi e sommersi sono i vivi e i morti. A volte, si nota la cesura tra le due parti e c’è come una distorsione e una moltiplicazione, dovute all’effetto dell’acqua»[1]. Bisogna prima abituarsi alla distorsione e alla moltiplicazione, poi imparare a tenerla insieme e infine provare a interpretarla.

2. La morte come fine

I tratti forse più liquidi sono quelli del protagonista del romanzo, un ragazzo che è morto all’età di quindici anni e al quale Parise aveva assegnato la sua stessa data di nascita. Una presenza che non scompare mai del tutto e la cui scomparsa si stratifica nel romanzo così da dare alla morte un significato molteplice.

Il primo, e forse il più superficiale di questi significati, è quello che restituisce la morte come un fatto nella perdita di questo ragazzo quindicenne del quale non viene fatto il nome. Si tratta tuttavia non soltanto del senso più ‘superficiale’ ma anche del meno doloroso. A risentire di più di tale scomparsa è Fiore, che fa di tutto per serbare viva la presenza dell’amico. E infatti egli vive la malinconia dei luoghi e delle situazioni che un tempo avevano percorso ed esperito insieme. Riaffiora il ricordo dell’amicizia degli anni di scuola, di quei legami che nascono senza un motivo preciso: ci si siede accanto, si ride insieme di qualcosa, quanto basta per ritrovarsi amici, venendo così apparentemente meno alla regola del tempo e della consuetudine, alla quale soltanto Aristotele affidava la possibilità di un’amicizia autentica[2].

Fiore soffre giustamente per la scomparsa dell’amico e sembra quasi non riuscire ad andare avanti a causa di questa assenza. Un’assenza della quale si deve tuttavia riconoscere, in maniera quasi ossimorica, la presenza, in una commistione in cui vita e morte, così come assenza e presenza, si intrecciano e si sovrappongono rendendoci partecipi di una lezione tra le più vere dell’esistere: la morte fa parte della vita e alla vita appartiene profondamente la morte.

Ma se, come si è detto, la struttura del romanzo si trova nella sua liquidità, allora si capisce subito che il senso più autentico di questa morte si trova altrove e non nel semplice fatto della scomparsa. D’altronde di questo protagonista non sappiamo nemmeno il nome, si ha l’impressione che nelle acque si sciolga anche questa identità mai veramente chiara. Parise lascia intendere immediatamente che non è questo il tipo di morte sulla quale bisogna soffermarsi: di tale fatto si dice veramente poco e ogni tentativo di conoscerne il motivo viene respinto nello stesso momento in cui, insieme a Fiore, se ne apprende la scomparsa. Quando questi viene a conoscenza della notizia comunicatagli da Antoine, la prima reazione, legittima e comprensibile, è domandare perché («Morto? E perché?») ma il compagno esclude la possibilità di intraprendere una simile ricerca, così che il lettore è avvertito subito che la direzione non deve essere affatto questa: «Non pensarci, caro, tanto a cosa servirebbe?»; «che cosa c’era infatti da chiedere? Niente»[3].

A scanso di equivoci, anche il movente dell’omicidio rimane oscuro. Si sa soltanto che un ragazzo di quindici anni è morto con dei colpi alla fronte dalla quale è fuoriuscito del sangue, certo, ma anche dei «grumi di vaghi pensieri»[4], chiaro segno della direzione nella quale bisogna intendere la morte. Un modo concettuale che si costruisce su uno strato diverso e più profondo.

3. La morte come età perduta

La philìa di Fiore con il ragazzo morto è qualcosa di più del rapporto con l’amico scomparso. Il legame più intimo è quello di Fiore con se stesso. Anche questa, a ben vedere, è una lezione aristotelica: «I rapporti di amicizia che si hanno con gli amici, e cioè quelli attraverso i quali le amicizie vengono definite, paiono derivare da quelli che si hanno verso se stessi»[5].

Verso ciò che non si è più. Il protagonista ha perduto un pezzo della sua vita perché «la guerra è spettacolo emozionante […] però spazza via l’adolescenza»; dall’altra parte «l’infanzia e l’adolescenza coincidono con la guerra, sono indissolubilmente legate ad essa» e quando «Parise seppellisce il ragazzo di quindici anni […] seppellisce se stesso, il suo essere stato ragazzo»[6]. Anche in questo caso il riferimento alla guerra va colto in una duplice maniera. La morte è forse il segno più indelebile e definitivo della guerra. Molte vite sono state spezzate ancora giovani durante il conflitto e coloro che sono sopravvissuti hanno comunque perduto per sempre qualcosa: la gaiezza e la spensieratezza della loro età giovane. Se ciò vale per la realtà postbellica degli anni Cinquanta in modo particolare, esso vale in generale per qualsiasi esistenza in cui alla propria crescita e maturazione segue anche l’abbandono dell’innocenza infantile. La morte del ragazzo di quindici anni segna allora il tramonto di una stagione della vita che abbiamo perduto per sempre.

Il primo capitolo del romanzo descrive infatti le molte esperienze che Abramo, Raul, Giorgio – dei nomi qualsiasi per dire la fanciullezza – vivono con l’entusiasmo e la pienezza della loro età; con lo spirito di avventura che incoraggiava Fiore e l’amico a rimanere nella città quando veniva abbandonata a causa dei bombardamenti e a sentirsene i padroni; con lo stupore del primo amore per Edera che è tale, e cioè un’espressione dell’amore, perché di fronte all’amato si avverte ancora il mistero; con l’incanto della prima volta insieme a Primerose. Sono esperienze brevi, fugaci che lasciano il loro segno indelebile; che talvolta non si vivono e non si riconoscono come attimi felici e preziosi nel momento in cui li abbiamo vissuti e che riacquistano un significato soltanto a posteriori, nel ricordo che ne serbiamo. 

E tuttavia, quando capita di fermarsi a riflettere sul tempo che è stato, «la felicità sono proprio queste immagini di bellezza solare, acquatica e subacquea, la gioia di penetrare nei punti profondi e caldi con gli occhi aperti sapendo nuotare poco e faticosamente»; attimi che «se appaiono nelle sere d’inverno senza più luce e senza più acqua riscaldata dal sole» ci ricordano che «la vita è molto breve»[7], gli istanti di gioia sono stati quelli che non abbiamo saputo riconoscere come tali quando sono stati e che infondono nel corpo adulto il sentimento di nostalgia per qualcosa che non si potrà più rivivere, anche se adesso saremmo pronti a farlo con l’intensità e la consapevolezza delle quali un tempo non eravamo capaci. Perché da ragazzi il sole è sempre allo zenith e, si sa, «quando il sole è rimasto in cielo per tutta la giornata non è possibile pensare che un momento o l’altro tramonterà e ci sarà nebbia e gelo»[8].

Quando il gelo arriva, e con esso la nebbia che attutisce i colori, giunge allora «l’ora delle sere invernali» e allora si impara che «andando avanti così bisognerà dimenticare gli amici, le bocche rosse delle sorelle di Abramo e scendere lungo la riva del canale: aspettare un poco, accendere quei fuochi pieni di fumo in cui la paglia ammuffita, strappata dalle tubature, quasi rifiuta di accendersi»[9]. I primi amori che si credevano totali diventano soltanto infantili, ingenui. Al sentimento passionale subentra il giudizio; molti amici li si perde per la strada e quando li si incontra di nuovo non sono più i nostri compagni di viaggio fidati ma adulti che adesso la vita la prendono sul serio.

A questo passaggio corrisponde l’esperienza del lutto di Fiore. Un’esperienza lenta e dolorosa. Ciò che questi constata, e che forse fa ancora più male, è che certe cose egli non avrebbe più né il desiderio né la voglia di farle anche se l’amico fosse presente. Non, quindi, perché si è soli ma perché ci si sveglia grandi e quel sé spensierato sembra non trovare più il posto di sempre. Fiore rimane legato a questo passato che non vuole lasciare andare, anche se esso è già andato via e non si può fare nulla per fermarlo perché questo è il gioco del tempo e il destino di tutte le cose. Destino che Parise rappresenta bene proprio nel fiume che raccoglie i residui delle cose che sono state. Si chiarisce così anche il significato della struttura acquatica del romanzo che è tale perché segue i rigagnoli della vita che non ha forma e non si arresta mai dentro una narrazione precisa poiché i protagonisti cambiano continuamente e così i luoghi e noi in essi. 

Forse il culmine di questo mutamento in cui l’esistere consiste si coglie in una delle scene più significative del romanzo. La visita al cimitero, quando Fiore si trova di fronte alla lapide dell’amico e riflette ad alta voce insieme al compagno Antoine. Le sue parole non descrivono la morte ma la forma stessa della vita: «Essa mi fa l’effetto», esclama l’amico che va a trovarlo, «è un bel fenomeno, mi fa l’effetto di una di quelle cose che si cominciano con grande entusiasmo e poi invece si abbandonano a metà e si lasciano in giro per la strada»[10].

4. Seppellire il passato

Proprio perché lo stile di Parise è così acquatico e quindi poco definito, anche la morte si confonde con la vita e la vita si confonde con la morte. Infatti il ragazzo morto in qualche modo continua a rimanere ‘vivo’ per Fiore che ne incontra continuamente l’ombra, prova a inseguirla per avere ancora un dialogo con il suo amico, la possibilità di riconquistare ciò che si è perduto e di uscire dal limbo nel quale invece ci si trova: quello in cui non si ha più ciò che si aveva ma non ci si è ancora aperti al nuovo perché si è rimasti troppo legati a questa mancanza.

Antoine Zeno rappresenta una figura simbolica geniale nella sua bizzarria. Proprio tale natura bizzarra, che si conferma anche nelle sue azioni, serve a descrivere l’illusione con cui ci si tiene in piedi nell’esistenza. Indossando una grossa maschera e credendo nell’assurdo, l’unica «speranza, l’estrema salvezza»[11]. Fiore è stato infatti educato a credere che i morti tornano a fare visita ai vivi e invece Antoine sembra rimarcare che i primi divengono egoisti e indifferenti ai secondi, impegnati nelle loro cose e quindi non più riconducibili all’esperienza dei vivi. «I morti però, per Parise, non sono morti del tutto, non sono pacificati, e in diversi casi tornano tra i vivi, vivendo una separatezza parziale. Anche quando tornano e si mescolano ai vivi, tuttavia, non li aiutano, sviluppando una sorta di egoismo, e non detengono una verità, una rivelazione salvifica. Essi confermano piuttosto l’immagine di un mondo duro, senza pietà umana e senza ideali»[12].

Credo che l’ombra del morente vada ricondotta al significato che la morte acquista nel romanzo: essa è una perdita per colui che perde qualcosa; mi sembra quindi che l’assenza, la mancanza così come la presenza umbratile dell’amico vadano interrogate e interpretate dalla prospettiva di colui che resta. «Non sono morti del tutto, caro mio», spiega Antoine a Fiore, «noi li dimentichiamo, ma loro, poveretti, restano oltre il nostro ricordo. La terra serve poco; sai, ci vogliono anni per marcire, per liberarsi della carne; e poi le ossa, dure come pietre, che si sciolgono un poco, un poco alla volta, caro mio» e poi «c’è la cosa più brutta di tutte», il ricordo: «Occhi, capelli, braccia, sentimenti, cose viste: il tutto per dispetto si riunisce e li fa vivere ancora; vanno in giro per la città, per le case, e vengono a salutarci»[13]. Queste parole potrebbero dare l’impressione che un qualche residuo dell’anima sopravvive separato dal corpo ma non è chiaramente questo il senso che Parise vuole dare, come si apprende anche dalla matericità con cui egli descrive la decomposizione del corpo morto. Se si intende la morte del ragazzo come si è detto, e cioè come il tramonto di una età gaia, estiva, la vitalità del morente, la reticenza a morire che raggiunge il culmine nel ricordo non è che lo sforzo che ciò che è vivo compie per non lasciare morire definitivamente ciò che è invece è già passato. Un tentativo di tenere vivo ciò che è morto accade tuttavia, come giustamente gli fa notare Antoine, nell’indifferenza delle cose che muoiono le quali, una volta finite, sono ‘egoiste’ per il semplice fatto che non rimangono legate a noi come pure desideriamo.

Questo attaccamento viene superato quando Fiore, alla fine del romanzo, riesce finalmente a parlare con l’amico il quale gli riserba parole che possono sembrare difficili, dolorose e che tuttavia si mostrano – nonostante tutto – necessarie:

“Basta, è ora che me ne vada” dice il ragazzo stringendosi nella giacca. “Ah! Ah! Fiore, in fondo non è poi una tragedia, succede sempre così,” e si stende sul capo il fazzoletto inzuppato “sai cosa succederà a noi? Io andrò per i fatti miei, come hanno fatto tanti altri prima di me, e tu troverai un altro amico. Certo che lo troverai, e questa volta non morirà così presto. Ciao Fiore”[14].

Fiore deve lasciare andare il passato, deve restituirlo al tempo che è stato o ricordarlo come tale, vale a dire come qualcosa che non è più. Soltanto così Fiore può aprirsi al nuovo. Un nuovo che non morirà presto, forse perché l’età adulta è – tra le forme somatiche del tempo – la più duratura tra le altre due che la contengono: la giovinezza e la vecchiaia.

5. La cometa

«Da questo canto struggente della fine dell’infanzia nasce lo scrittore»[15] Parise che non è soltanto colui che seppellisce la propria giovinezza ma colui che nella scrittura ha reso il proprio tempo immortale, sottraendolo così all’oblio.

Le comete sono infatti i corpi celesti che si vedono soltanto nella notte. Quando il sole – il sole del fiore degli anni – tramonta, il buio della sera non è mai del tutto spento poiché rimangono delle scintille di luce nel firmamento. Parise colloca anche Dio tra le comete, anzi, Egli ha rappresentato «la più bella di tutte le comete», «bellissima e misteriosa», ma sembra che la religione non basti a consolare Fiore: «come tutte [le comete] anch’essa aveva compiuto il suo giro, ci aveva illusi e si era spenta come una pietra, nel buio»[16]. Com’è proprio delle comete, l’autore sembra lasciare intendere che nell’oscurità sia ancora possibile avere ancora un poco di luce, dei corpi luminosi che siano in grado di rischiarare il cammino e di dare una direzione. La memoria del ragazzo morto così come quella dell’età perduta non si spengono del tutto ma possono essere trasformate nelle stelle luminose del nostro tempo, attimi e gioie che sono state e che possono rendere ancora suggestiva la notte. Verrebbe da significare questo cielo stellato con il Torquato di Giacomo Leopardi: «La mia tristezza […] per la più parte del tempo è come una notte oscurissima, senza luna né stelle; mentre son teco, somiglia al bruno dei crepuscoli»[17]. Si tratta allora di riuscire a trasformare la perdita e il passare in comete, di fare in modo che le piccole scintille che la vita ci dona non si spengano e in questo modo di rendere il nostro tempo lieve e, nonostante tutto, capace di guardarsi indietro e avanti, di sorridere.

In foto : Park an der Ilm, Weimar (Maggio 2026)


[1] S. Perrella, «I momenti remoti di Goffredo Parise», in G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, a cura di S. Perrella, Adelphi, Milano 2006, p. 170. Su questo effetto acquatico credo che la definizione di Eleonora Conti sia veramente precisa: «Si tratta di un romanzo che proprio dalla liquidità assorbe la struttura», E. Conti, «La Storia sulle spalle. Strategie infantili per affrontare la catastrofe», in Bollettino ‘900, 2015, p. 157.

[2] Mi riferisco a uno splendido passaggio dell’Etica nicomachea nel quale lo Stagirita descrive il tipo di amicizia più rara, incondizionata e bella: «È ragionevole che tali amicizie siano rare: uomini di tal sorta non sono frequenti, e in più tale amicizia ha bisogno di tempo e di consuetudine. Secondo il proverbio, non si arriva a conoscersi reciprocamente prima di avere consumato la quantità di sale di cui si dice, e quindi prima di ciò non ci si può accettare e riconoscere reciprocamente come amici, prima cioè che ciascuno si mostri reciprocamente all’altro come degno di amicizia e di fiducia. Invece quelli che mostrano sentimenti di amicizia reciproca in modo affrettato vogliono essere amici, ma non lo sono, tranne nel caso che siano anche amabili, e lo sappiano; il desidero di amicizia è rapido a nascere, l’amicizia no», Aristotele, Etica Nicomachea, traduzione introduzione e note di C. Natali, Laterza, Bari 1999, Libro VIII, cap. 4, 1156b, pp. 319-321.

[3] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, cit., pp. 45-46.

[4] Ivi, p. 27.

[5] Aristotele, Etica Nicomachea, Libro IX; cap. 4, 1166a, cit., p. 369.

[6] E. Conti, ««La Storia sulle spalle. Strategie infantili per affrontare la catastrofe», cit., p. 158.

[7] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, cit., p. 14.

[8] Ivi, p. 12.

[9] Ivi, p. 13.

[10] Ivi, p. 49.

[11] Ivi, p. 94.

[12] E. Conti, «La Storia sulle spalle. Strategie infantili per affrontare la catastrofe», cit., p. 157.

[13] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, cit., p. 89.

[14] Ivi, p. 158.

[15] E. Conti, «La Storia sulle spalle. Strategie infantili per affrontare la catastrofe», cit., p. 158. Suggestive anche le parole di Perrella: «Dalle spoglie di quel ragazzo è nato un giovane uomo che scrive, il quale ha spostato la sua residenza da Vicenza a Venezia […]. Se il ragazzo è morto, rimangono le comete, non quelle di cui si parla nel libro, bensì quelle che Parise ha visto scrivendo. Le comete sono la letteratura, i libri già scritti, quelli da scrivere ancora», S. Perrella, «I momenti remoti di Goffredo Parise», cit., p. 174.

[16] Ivi, p. 116.

[17] G. Leopardi, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, in Id., Operette Morali, a cura di G. Ficara, Mondadori, Milano 2016, p. 90.

Lascia un commento