Il mondo come volontà e pianificazione

di Mattia Spanò

1. La radicalità dei gesti quotidiani

Un appello e poco più. O forse un coacervo di riflessioni poderosamente e quasi fisiologicamente sgorganti nell’impatto con quanto di più prossimo e profondo caratterizza le nostre esistenze: la quotidianità o prassi che sia. Quella che, fin troppo spesso, sfugge, manchiamo, diamo (fin troppo) per scontata o ci facciamo scivolare stancamente via. Ma alla quale un determinato esercizio di pensiero e, ad un tempo, una peculiare modalità di vita, rinvia:

la filosofia, quando è una pratica, non è affatto astratta; la definirei anzi una retrocessione nel fondamento più concreto di tutte le nostre umane esperienze. È lì che la filosofia guarda: […] è un invito continuamente reiterato […] a guardare le astrazioni per quello che sono, e a cercare di riportarci al concreto della vita in quanto direttamente vissuta – certo, spiegare cos’è la vita direttamente vissuta sarebbe naturalmente un compito filosofico molto arduo[1].

Una spinta, allora, che appare quasi doverosa, alla tematizzazione di questioni che riemergono, senza particolare preavviso, dopo mesi – forse anni – di incubazione. Una pur parziale e transitoria risposta a quanto ci circonda, nel pieno del turbinio di quegli «anni/forse solo giorni» che «stan passando tutti in fretta e in fila/Non ce n’è uno che ritorni»[2]. Una messa in discorso, insomma, che, come ogni tentativo di tal fatta, non può che stare «in una “situazione”, in un punto di concentrazione o di fusione»[3]. Stazione d’arrivo-e-ripartenza della quale chi scrive può garantire l’unica sincerità possibile, quella «relativa al grado di evoluzione di una persona. […] Io dirò la verità […] che oggi ritengo tale»[4]. Tale vuole essere questo modesto contributo che, nel titolo, scomoda indebitamente un’opera di tutt’altra fattura[5]. Della quale, però, probabilmente – e in una qualche, pur distantissima, misura – condivide la tensione dissacrante. Dove con dissacrante, però, non si allude a quell’irriverenza che motiva, non di rado, presunte forme di rottura del “discorso dominante” che, con una certa frequenza, rivelano perlopiù respiro corto e gittata autoreferenziale.

La ri-codificazione proposta in questa sede si dispiega sulla trama di quella che potrebbe definirsi la radicalità dei gesti quotidiani, nella quale, chi scrive, crede profondamente. Con ciò si intende sostenere che, dovendo fare qualcosa di questa vita-e-morte che siamo-e-sappiamo, i pilastri da erigere per coltivare «una nuova comunità di attuanti»[6] affondano le radici nell’apparentemente breve tratto dei gesti minuti. Nella disponibilità all’ascolto propositivo, al cenno gentile, al riconoscimento della pur proficua parzialità di ogni vedere e fare, all’incessante redistribuzione nebulotica[7] di slanci, spunti, stimoli. Pur consci dell’impossibilità, se non addirittura del cattivo trattamento del reale a cui può condurre l’illusorio anelito ad una bontà assoluta – Dostoevskij lo aveva già compreso in misura somma[8].

Qualcosa la si deve fare, allora, anche della sofferenza, delle lacerazioni, degli strazi, dei tormenti, dei lamenti e della noia. Anche di fronte a quanto si dia nel segno della quasi ineluttabile impotenza, perché è proprio quest’ultima a non attestarsi – sempre, comunque e senza appello – come l’unica, sola e immutabile destinazione. Ho seria difficoltà a seguire i tracciati descritti da chi, pur indignato, asciuga nell’inazione ogni residuale possibilità d’intervento sullo stato di cose; il che non equivale solo a un’incondizionata resa ma si traduce, finanche, in una (pur, paradossalmente, non condivisa) complicità al perdurare di scenari a sfavore di vita. Nessuna generica filosofia a buon mercato: ogni «poter fare» e «poter dire», co-emergono e co-evolvono nei peculiari quanto mobili contesti in cui sono situati[9], complesso ed inestricabile intreccio entro il quale siamo chiamati ad esercitare la nostra libertà. Ecco, allora, che la responsabilità di tutti e ciascuno – lungi dall’essere un assoluto – è della e nella relazione[10]. Comprendo ancor meno chi, denunciato lo sdegno per quanto accade sopra (forse anche sotto) le nostre teste, ritorni nei propri ambienti di riferimento spargendo analogo risentimento in vitro. Certo – si capisce bene – vivere così può risultare più semplice, quasi una scelta conveniente, anche e soprattutto se immersi in un mondo che, caoticamente, sembra non guardare in faccia nessuno né promettere granché su breve, medio e lungo termine. Ma in questo modo non si va molto oltre l’egoriferita spirale di violenza di verghiana memoria[11] che oggi, e come sempre, assume perlopiù la forma sfuggente della guerra tra «pesci piccoli»[12]. Mentre, nel frattempo, la «democrazia dei signori» sapientemente tratteggiata da Luciano Canfora[13] sembra poter procedere indisturbata nell’intreccio transcalare e transmediale in cui la vita si dispiega[14], sempre più invischiata nelle maglie di una trama «disordinaria»[15]. Non dimentichi, di certo, del fatto che anche la più becera e bieca propaganda – perlopiù commerciale e/o politica che sia – in un ambiente non strettamente dispotico come quello da cui si parla è, in una misura ben più ampia di quella che solitamente si crede, abilitata anche da umori, abitudini ed esigenze del corpo collettivo. O da quanto tutti e ciascuno, ognuno secondo la propria possibilità e misura, si è disposti a fare.

In altri termini, la pianificazione dipende in larga misura dalla volontà. Senza, con ciò, assumere la pretesa di volersi incardinare nell’alveo di un filone di studi e pratiche ben più metodologicamente e strutturalmente fondati. Ed è in questa soglia che ci si intende inoltrare, nel tentativo di «aprire spazi in cui muoversi»[16], nel mai sopito sforzo di tracciare mappe alternative nel segno della perfettibilità, balenato anche nell’attraversamento di «terre che non sono la mia»[17]. Un’impresa collettiva non facile, che si fonda sulla possibilità di incarnare un diverso sistema di traduzione, nella radicalità dei gesti quotidiani, dell’inferno-e-paradiso nel quale siamo chiamati a elaborare la nostra gettatezza:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio[18].

Le «terre che cono sono la mia» sono quelle della Galizia centro e sudoccidentale. Gli spazi in cui muoversi quelli che possono emergere laddove, come sembra accadere qui come altrove, vi sia consapevolezza e volontà di pianificazione.

2. Il (mancato o ritrovato) cammino di Santiago[19]

Molte, tra le persone che sono venute a sapere del mio soggiorno a Santiago de Compostela, tra giugno e dicembre 2025, mi hanno chiesto se avessi percorso uno dei cammini che conducono alla Cattedrale della città galiziana. A qualcuno ho risposto che, almeno sotto il profilo chilometrico, per un certo periodo, ho effettivamente tenuto il passo giornaliero medio di un pellegrino. Tanto imponeva – più o meno – il solo, piacevolissimo, andirivieni tra alloggio e lavoro. A qualche mese di distanza, ormai rientrato in Sicilia, potrei però aggiungere un ulteriore tassello alla questione: a Santiago ho mancato il cammino canonicamente inteso ma, in cambio, ne ho percorsi molteplici che ancora ritrovo poiché, continuando a lavorare su di me, questi tragitti non smettono di restituirmi tracce di lavoro – da cui anche il presente scritto. Si potrebbe allora, in primo luogo, osservare che sono stato “camminato” da Santiago, nel modo in cui Heidegger[20] soleva sostenere che «siamo parlati dal linguaggio»; e, in tal senso, agganciarsi a un’ormai consolidata tradizione geografica che suggerisce di accostarsi al paesaggio come «‘testo’ da leggere o interpretare come un documento sociale»[21].

Farlo camminando – e, al contempo, in quanto camminati – si rivela, poi, pratica peculiare, specifica quanto mobile, poiché «l’attraversare a piedi, corporalmente, impone un cambio di paradigma euristico e anche metodologico» che invita, molto più della veduta o della traversata corriva, alla possibilità di praticare il paesaggio in quanto «prodotto storico, e quindi continuativo, delle scelte di comunità»[22]. Possibilità che mi è stata, in larga misura, concessa proprio poiché Santiago è una città che, senza troppi affanni, si fa camminare. In parole povere, a misura d’uomo. Probabilmente non ai “livelli” di altri centri urbani galiziani come Pontevedra[23], che per «umanizzazione dello spazio pubblico»[24] è ormai modello di gittata mondiale, anche Santiago de Compostela è una «città che cammina». Laddove il camminare che suggerisce la camminabilità risulta utile, sicuro, comodo, interessante[25], e non solo vagamente “romantico”. Ma la camminabilità – come declinazione di mobilità e accessibilità – è solo una possibilità della vivibilità di un luogo, uno tra gli assi portanti che ne definiscono la qualità della vita.

A Pontevedra, quest’ultima, si è guadagnata intervenendo drasticamente su uno scenario caratterizzato da una congestione pressoché totalizzante, capace non solo di inquinare atmosfera e fonosfera ma anche di inibire significativamente l’ampio spettro degli slanci umani abilitati o meno dalla fattura territoriale: la città galiziana, alla fine del XX secolo, appariva caotica, triste, anonima, scomoda, ostile e socio-economicamente stagnante. Da qui, lo sviluppo graduale di un deciso e dinamico ridisegno urbano fondato sulla compartecipazione degli attori sociali coinvolti: cittadini, politici e accademici hanno contribuito alla riorganizzazione degli spazi urbani di Pontevedra – e continuano a farlo – nel segno della vivibilità e delle peculiarità del luogo.

La più recente (ri)pianificazione territoriale di Santiago de Compostela, invece, segue l’inserimento del suo centro storico nella WHL Unesco. È il 1985 e la necessità di rilanciare il proprio patrimonio naturale-e-culturale si fa innesco di una manovra che, complessivamente, coinvolgerà l’intera città. La cosiddetta ciudad vieja non è intesa negli steccati teorico-operativi del “monumento da tutelare” staticamente ma è pensata e trattata come un vero e proprio ecosistema, organo dell’organismo di cui è parte. Da qui, il coinvolgimento attivo della popolazione e la costituzione di un organo di raccordo intersettoriale che, multi-scalarmente, potesse fungere da collante inter-governativo e teatro di realizzazione di un’impresa collettiva. Riconosciuta la co-dipendenza tra vivibilità della città e qualità degli spazi urbani, si è proceduto alla realizzazione di una strategia che ricongiungesse verde, impianto infrastrutturale dei trasporti, logistica e gestione delle merci, servizi, cultura ed economia[26]. Di particolare rilevanza, risultano il recupero e il reintegro reticolare di spazi inutilizzati nel segno della sostenibilità e della fruibilità, nonché la realizzazione, dai primi anni Novanta, di un ambiente universitario diffuso quanto incastonato nel respiro dell’intera città – che ho avuto la fortuna di vivere. E, di fatto, Santiago de Compostela si distingue per vivibilità e qualità della vita, laddove quest’ultima non è da intendere e inquadrare in termini seccamente e riduzionisticamente compensatori ma nel segno dell’inestricabile e complesso intreccio delle dimensioni considerate imprescindibili alla costruzione di un indice sul tema e nel conseguente impiego di una metodologia multi-criterio-e-strato[27].

Non di rado gli approcci compensatori – riassumibili in espressioni a là «è una città frenetica e inquinata ma gira l’economia» o, all’inverso, «ci sono poche possibilità di realizzazione ma i nostri paesaggi altrove se li sognano» – si ergono a canali d’irretimento prospettico e operativo, schiacciando (implicitamente o espressamente) la gittata dei luoghi nell’arido, fuorviante e calcificante perimetro della stereotipizzazione o dell’uscita di sicurezza a buon mercato da situazioni scomode. Al contrario, a tutela della tenuta del discorso e dell’opportunità delle azioni, bisognerebbe seriamente prendere in considerazione la non sostituibilità di ognuno degli elementi che compongono la costellazione mobile e sempre perfettibile della qualità della vita. Se la dimensione urbana, per varie ragioni[28], costituisce, oggi, lo scenario preminente dell’esistenza umana, occorre prendere debitamente in considerazione l’inestricabile interdipendenza tra gli spazi che viviamo e la nostra salute psicofisica, tema cardine del nascente neurourbanismo[29].

Non vi è habitat, insomma, che non abbia a che fare con l’habitus e, in quanto abitatori e, tutti e ciascuno a proprio modo, facitori di luoghi, siamo anche prosecutori ed esecutori del cammino, irretente o espansivo, dell’umano.

3. L’intreccio soggetti-spazi e la necessità di trasvalutare la moneta spaziale-e-umana

Sebbene, in prima battuta, possa non apparire in maniera così evidente, vige un legame di inscindibile co-costituzione tra soggetti e spazi. Non si tratta di entità che, «reciprocamente esterne e già di per sé consolidate», si incontrano ma di poli che «incarnano una relazione di coappartenenza»[30]. Non vi è da una parte il soggetto (dove?) e dall’altro lo spazio (dove?), poiché, da un lato, ogni soggetto di (qualcosa) non può che essere tale in quanto soggetto a (qualcosa); dall’altro lato, perché lo spazio stesso, lungi dall’essere uno scenario universale e univoco, «ha dentro di sé il sedimento di senso di infinite pratiche, sicché la stessa “cosa”, guardata» dalle «differenti pratiche che hanno istituito quell’oggetto, assume sensi diversi»[31]. Gli spazi che abitiamo-e-rappresentiamo, allora, concorrono alla scrittura di pensieri, posture e azioni non meno di quanto il soggetto umano contribuisca alla scrittura degli spazi stessi: è il riproporsi mai compiuto dell’antica e archetipica storia secondo la quale l’uomo, nel modificare l’ambiente – del quale è già “esito” mobile – è esso stesso soggetto a mutazioni d’ordine cognitivo e agentivo.

In termini strutturali e complessivi, come osservato dal neuroscienziato Vittorio Gallese, «il sé è un processo dinamico, relazionale, corporeo: si costruisce attraverso le pratiche, gli ambienti e le tecnologie che ne modulano l’esperienza. […] In altre parole, non siamo già qualcuno prima di entrare in relazione con il mondo»[32]. Agli scopi del presente discorso – rinviare a quanto intimo sia il rapporto tra qualità degli spazi e della vita e tentare, dunque, un’operazione di avvicinamento tra volontà e pianificazione – sono, invece, le parole del filosofo Shaun Gallagher a fungere da segnavia: «La riorganizzazione dello spazio non si coglie solo nelle misure oggettive delle strutture architettoniche dell’ambiente costruito, ma anche in un modo che modula il corpo vissuto e il modo in cui lo spazio è sperimentato»[33]. Ecco, allora, che pensare gli spazi e agire su di essi significa inevitabilmente occuparsi dell’essere umano sotto il profilo cognitivo-e-sociale: non esiste uno spazio neutro né un essere umano nel vuoto[34]. Il punto risiede nel fatto che si è, in una qualche misura, ancora-e-sempre “agiti” dai contesti nei quali si crede semplicemente di agire; e, viceversa, le narrazioni-e-azioni di tutti e ciascuno fanno (e disfanno) i luoghi e le società, movimentando senza posa quella «simultaneità-di-storie-finora» che, secondo la geografa Doreen Massey, è lo spazio[35].

Sebbene quella che potrebbe definirsi una “teoria di luoghi” non sia assunta esplicitamente a tema da nessuno dei due autori, è interessante sostare, da questo punto di vista, sulla Dissipatio H.G. pensata da Guido Morselli e sulle vicende che William Golding racconta nel Signore delle mosche[36]. In entrambi i romanzi, l’inestricabile e co-costitutivo intreccio tra soggetti e spazi è un orizzonte ininterrottamente all’opera: non vi è increspatura narrativa che non rinvii all’inconcepibilità teorica e operativa di un essere umano separato dal mondo che abita e, dunque, dal portato eco-tecno-simbolico[37] che media ogni possibile esperienza-e-interpretazione del reale. Nel caso di Morselli, a dissiparsi improvvisamente e misteriosamente è l’umanità intera salvo il protagonista dell’opera, nella cui individualità sprofonda e si raccoglie, dunque, tutta la storia umana e la sua possibile articolazione; eppure di meravigliosa e terribile umanità sono intrisi anche i luoghi frequentati dal protagonista, i quali, privati di qualsiasi presenza umana che non sia segnica, appaiono all’unico superstite inevitabilmente diversi e, con questi, muta radicalmente anche la percezione-e-cognizione del sé, essa stessa eredità e rielaborazione del mondo. Gorgo, intreccio, circolo irrevocabilmente interconnesso che, nell’opera di Golding, si ribalta: stavolta è un gruppo di ragazzini, sopravvissuti ad un disastro aereo, a portare con sé, su un’isola deserta, un groviglio eterogeneo di narr-azioni di mondo; l’impalcatura sociale, giuridica, economica – implosa – è tutta da rifare, l’istinto ad una diversa sopravvivenza prende il sopravvento e le dinamiche relazionali si riorganizzano in un ambiente che restituisce «prese»[38] totalmente diverse dai luoghi abituali e peculiarmente civilizzati; nel giro di qualche ora, i presupposti e gli orizzonti dei giovani reduci mutano drasticamente, così come variano le fattezze di un’isola incontaminata (fino a che punto?) in una costante oscillazione tra squarci paradisiaci e voragini infernali.

Sollecitato dalle estremità praticate da Morselli e Golding, mosso dal processo di “ambientazione” al quale l’uomo è sempre e irrevocabilmente sottoposto, sento il frinire del treno sui binari. Sulla tratta che collega Amsterdam a Wageningen, mi attraversa una sensazione che scatena ulteriori tensioni, sedimenti e ramificazioni del cammino che si sta dispiegando sulle tracce di Santiago de Compostela. In questi, come in altri luoghi, è difficile non accorgersi del modo in cui, complessivamente, sia stata e continui a essere intesa la (più recente) pianificazione territoriale, se la qualità dei luoghi e della vita sembra – pur non volendo ingenuamente generalizzare – rispondere agli appelli del benessere individuale e collettivo: lavorare a favore della vivibilità dei luoghi, farne una manovra il più possibile diffusiva, significa occuparsi dell’orizzonte esistenziale e relazionale di chi li abita. Sento il borbottio della «bassa marea morale» levarsi, sempre più disturbante; quello in cui incespica Quinto, protagonista de La speculazione edilizia calviniana, che soccombe a un declino di aspirazioni e motivazioni generalizzato poiché trattenuto con forza da una colossale corrente collettiva che ingarbuglia il tentativo di cucire e praticare un trait d’union tra partecipazione al sistema e critica allo stesso[39].

Non si tratta, allora, di tirarsene fuori, dall’attuale temperie epocale e locale(-e-globale), come se fosse possibile, con improbabile mossa, assumere la prospettiva di un terzo occhio che, esterno al mondo, distribuisse altezzosamente proclama, il più delle volte non eccedenti la gittata dello slogan; non si tratta nemmeno di tirare i remi in barca e sintonizzare le proprie movenze sulle frequenze della «bassa marea morale» che, male che vada, qualcosina di individuale, prima o poi, ne uscirà fuori. Da un lato o dall’altro, il rischio di scivolare, sotto il profilo teorico e pragmatico, nel solo ed esclusivo campo delle «forze singolari», a detrimento dell’interdipendenza di tutto ciò che ci riguarda in quanto esseri umani, è elevato. A fronte di ciò, non nascondo una certa difficoltà a comprendere il significato e la consistenza di qualcosa – qualunque essa sia – che non si dia in relazione a qualcos’altro, che non abbia una situatività in un ecosistema (di ecosistemi)[40].

Assumere l’interdipendenza di ciò che siamo e delle forme del nostro «stare insieme»[41] comporta, inevitabilmente, una rinegoziazione della corresponsabilità alla quale siamo chiamati. I luoghi, per certi versi, assumono il volto di chi li abita e modella come, viceversa, chi li abita ne eredita e rielabora posture, attitudini, indirizzi. Attraversare contesti in cui il connubio volontà-pianificazione, in un intreccio di scale e responsabilità, è operante e tastabile in luoghi e modi, restituisce fattibilità alla, sempre più relegata nei dintorni del miraggio, trasvalutazione della moneta[42] spaziale-e-umana: la trasformazione dell’esistente è ancora una strada percorribile, a patto che, con tutte le difficoltà del caso, ci si faccia carico di e si incorpori un esercizio della democrazia ben più significativo. Se altrove è possibile farlo non si capisce bene il motivo per cui complessivamente nel nostro paese, nonostante il complesso e spesso asimmetrico conglomerato di poteri entro cui la pianificazione territoriale può dispiegarsi,  l’intreccio bene particolare-bene comune appaia come una rotta impraticabile e l’unico passo plausibile da tenere nei confronti del fare politico-sociale è quello dell’apatia e della rassegnazione.

Il punto, allora, probabilmente non sta solo nell’interrogarsi, nell’opacità ed esclusività dei processi decisionali-e-territoriali, su quanto effettivamente il corpo collettivo sia coinvolto; ma risiede anche e soprattutto nel chiedersi, contestualmente, se e in che misura tutti e ciascuno siano disposti a prendere parte ad una pianificazione partecipata ed agire di conseguenza, a partire dalla radicalità dei gesti quotidiani e verso una concezione e pratica della «cosa pubblica» che non indichi «una semplice proprietà comune, bensì l’essenziale di ciò che riguarda tutti, che merita di essere discusso in pubblico e» che «di conseguenza» fondi «il senso di appartenenza dei cittadini alla propria comunità»[43].

Prospettiva che richiede fatica, che «deve essere oggi un atto di volontà»: il potere «è tanto una necessità quanto al contempo, etimologicamente, una possibilità. Il potere è oggi l’azione di alcuni, di pochi, ma per altri, i molti, può essere una sfida, a cui si può rispondere con un’azione che è sua volta un altro potere, diversamente pensato e orientato»[44]. Questa frizione tra spazi-e-umanità, questa collisione tra modi dei luoghi e degli uomini – habitat e habitus – non vuole allora che farsi canale etico-politico di tensione produttiva ancora-e-sempre da farsi. Perché ogni luogo, come ogni testo, «è sempre spostato un po’ più avanti o un po’ più indietro di dove ognuno pensa di averlo colto»[45].


[1] C. Sini, Pensare il progetto, Tranchida, Milano 1993, p. 13.

[2] L. Dalla, Balla Balla Ballerino, in Dalla, RCA, Roma 1980.

[3] C. Sini, Discorsi in C. Sini, Inizio, Milano, Jaca Book, 2016, p. 64.

[4] F. Battiato, Tecnica mista su tappeto. Conversazioni autobiografiche con Franco Pulcini, EDT, Torino 1992, p. 1.

[5] Il riferimento è, chiaramente, ad A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, ed. it. a cura di P. Savj-Lopez e G. De Lorenzo, Laterza, Roma 1997.

[6] F. Cambria, Le arti dinamiche: all’origine dell’azione conoscitiva in I. Casali (a cura di), Qual è l’origine dell’opera d’arte? Dramma in cinque atti filosofici, Milano, Jaca Book 2018, p. 43.

[7] Su ciò Cfr. L. Dalla, Gesù, san Francesco, Totò: la nebulosa della comunicazione, Franco Angeli, Milano 2004.

[8] Su ciò Cfr. F. Dostoevskij, L’idiota, a cura di V. Strada, Einaudi, Torino 2014. Per un approfondimento del tema evocato ci si permette di rimandare a M. Spanò, Dostoevskij: equivoci e chiarimenti sul concetto di bontà, Ultima Voce, 30/09/2022. Testo disponibile al sito: https://www.ultimavoce.it/dostoevskij-equivoci-e-chiarimenti-sul-concetto-di-bonta/.

[9] Su ciò cfr. A. Vanolo, La città autistica, Einaudi, Torino 2024.

[10] Su ciò Cfr. C. Sini, Filosofia e memoria. La vita come scrittura, Il Saggiatore, Milano 2025.

[11] Su ciò Cfr. G. Verga, Rosso Malpelo, in G. Verga, Tutte le novelle. Volume Primo, Mondadori, Milano 1982.

[12] Il rimando è alla serie televisiva Pesci piccoli – Un’agenzia. Molte idee. Poco budget. Prodotta dal gruppo (non solo) comico The Jackal e Mad Entertainment in collaborazione con Prime Video, l’opera pone alla ribalta, pur senza lesinare difficoltà e disagi, lo slancio propositivo connaturato all’attitudine corale, all’impresa collettiva, anche quando si è, appunto, «pesci piccoli». Per un ancora più marcato, assurdo e disperato, appello alla speranza di resistere e praticare l’interrogativo «che cosa significa essere umani?», pur gettati nel più nefasto degli scenari, si rimanda all’opera teatrale Il cortile, scritta dall’attore e sceneggiatore messinese Spiro Scimone per la compagnia da lui formata con Francesco Sframeli. Su ciò Cfr. S. Scimone, Il cortile, Ubulibri, Milano, 2004.

[13] Su ciò Cfr. L. Canfora, La democrazia dei signori, Laterza Bari-Roma 2022.

[14] Su ciò Cfr. A. Turco, Mediologia della territorialità, Unicopli, Milano 2025.

[15] Su ciò Cfr. M. P. Pagnini e G. Terranova, Un mondo disordinario tra Medioevo e Nuovo Rinascimento. Un virus sconvolge la geopolitica e oltre, Aracne, Canterano (RM) 2020.

[16] F. Arminio, Caraluce. Atlante dei paesi invisibili, Rizzoli, Milano 2025, pp. 212-213.

[17] M. Meschiari, Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe, Bollati Boringhieri, Torino 2025.

[18] I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2022, p. 160.

[19] La Santiago che mi ha suggerito la scrittura di questo (pur modesto) contributo è quella che ho avuto il privilegio di condividere con Laura Augello, Cinzia D’Avino, Francesca De Nigris, Erika Di Nicola, Cristina Fragomeni, Santi Gentiluomo, Alberto González, Cosimo Gravili, Roque Lazcano, Salvatore Palazzolo, Luca Pellizzoni, Michela Pinna, la meravigliosa famiglia dell’Institute of Studies and Development of Galicia (IDEGA) e tanti altri amici e amiche. A loro va la mia più sentita gratitudine.

[20] M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, a cura di A. Caracciolo, Mursia, Milano 1973..

[21] D. E. Cosgrove e P. Jackson, New directions in cultural geography, in «Area», 19, 2, 1987, p. 96 (pp. 95-101).

[22] G. Messina, Messina è una vertigine. Sopralluoghi e discorsi sul paesaggio, Kalós, Palermo 2026, pp. 20-21.

[23] Molteplici e puntuali sono, infatti, i riconoscimenti internazionali che la città ha ricevuto, negli ultimi dieci anni, per buone pratiche e mobilità urbana, urbanistica orientata alla salute e, complessivamente, qualità della vita.

[24] Su ciò Cfr. Pazos-Otón M., Fari S., Avellaneda P., La transformación de las politícas de movilidad en Pontevedra: una ciudad para caminar, in «Ciudad y territorio. Estudios territoriales», Vol. LVI, n. 220, 2024, pp. 691-708.

[25] Su ciò Cfr. Speck J., Walkable City. How downtown can save America, One step at a time, New York (Usa), North Point Press, 2013. È, però, doveroso sottolineare il fatto che Speck abbia principalmente lavorato su centri urbani nordamericani, storicamente-e-spazialmente molto differenti dalle città europee.

[26] Su ciò Cfr. Á. Panero Pardo, Energía y medioambiente para la habitabilidad en la ciudad histórica de Santiago de Compostela. 1994-2012, in «Revista PH proyectos y experiencas. Instituto Andaluz del Patrimonio Histórico», 104, 2021, pp. 324-341.

[27] Su ciò Cfr. Valcárcel-Aguiar B., Murias P. e Vecino-Aguirre A, Liveability Versus Sustainability in Spanish Cities: First Evidences Using Synthetic Indicators, in «Applied Research Quality Life», 17, 2022, pp. 1935-1960.

[28] A partire, già, dai numeri: oggi, circa il 55% della popolazione mondiale risiede in aree urbane e il dato, secondo le ultime stime, potrebbe vertiginosamente spingersi, già dal 2050, verso l’80% (https://eic.ec.europa.eu/eic-prizes/european-capital-innovation-awards_en).

[29] Su ciò Cfr. Adli M, Berger M, Brakemeier E et al., Neurourbanism: towards a new discipline, in «The Lancet Psychiatry», 4, 2017, 183-185.

[30] C. Sini, Pensare il progetto, cit., p. 42.

[31] Ivi, p. 38.

[32] V. Gallese, Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffaello Cortina, Milano, 2026, p. 17.

[33] S. Gallagher, Paradigmi della cognizione incarnata ed enattiva. Elementi di filosofia della mente, a cura di R. D’Alfonso, Mimesis, Milano-Udine 2025.

[34] Su ciò Cfr. E. Granata, Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo, Einaudi, Torino 2021; E. Granata, La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo, Einaudi, Torino 2026.

[35] Su ciò Cfr. D. Massey, For Space, Sage, Los Angeles-London-New Delhi-Singapore-Washington DC 2005.

[36] Certo è che, seguendo la riflessione di Eugen Fink su concetti tematici e concetti operativi, si potrebbe dire che il rapporto tra soggetti e spazi, in questi due romanzi, pur mai esplicitamente interrogato, svolga – appunto – una funzione operativa, nell’innervazione strutturata ma non tematizzata di una costruzione di senso che sia, al contempo, direzione-e-significato. Su ciò Cfr. E. Fink, Concetti operativi della fenomenologia husserliana, in Prossimità e distanza, a cura di A. Lossi, Edizioni ETS, Pisa 2006, pp. 155-171.

[37] A. Berque A., Essere umani sulla terra. Principi di etica dell’ecumene, a cura di M. Maggioli e M. Tanca, Mimesis, Milano-Udine 2021.

[38] Su ciò Cfr. J. J. Gibson, Un approccio ecologico alla percezione visiva, a cura di V. Santarcangelo, Fabbri, Milano 2007.

[39] Su ciò Cfr. I. Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, Milano 2023.

[40] Sulla necessità di transitare da un “paradigma” singolare ad una “postura” ecosistemica si rimanda soprattutto al § 11 di N. Hertz, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, a cura di L. Muneratto, il Saggiatore, Milano 2021. Nell’opera ci sia appella anche alla necessità di un’intermediazione tra politica e capitalismo, laddove la prima è sempre più assorbita da un sistema mercantile di fronte al quale vacilla e impallidisce anche il diritto. Su quest’ultimo punto, si rimanda a U. Mattei, La fine del diritto. La grande sostituzione tecnologica nell’era nuova, Feltrinelli, Milano 2025.

[41] Pasqui G., La città, i saperi, le pratiche, Donzelli, Roma 2018.

[42] Su ciò Cfr. M. Foucalt, Il coraggio della verità, a cura di M. Galzigna, Milano, Feltrinelli 2016.

[43] R. Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari-Roma 2011, p. 12.

[44] C. Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina, Milano 2026, p. 244.

[45] A. Busi, Introduzione in L. Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, a cura di A. Busi, Rizzoli, Milano 2019, p. 8.

Lascia un commento