di Enrico Palma
I giorni sono stanchi. Estenuanti. A volte anche tremendi. La lotta che con il Sisifo di Camus bisogna condurre sulla china del monte della sua condanna affinché la vita sia è difficile. Durare, e durare bene, è il problema dell’esistenza. Durare oltre la pena dell’istante, che è sempre una sfida contro il regresso.
I giorni, inoltre, invecchiano. Terminano, anche, e ricominciano. E succede che, a un certo punto, necessario ma non presagito nel suo preciso accadere, finiscono.
Forse, con una bella espressione veramente d’aiuto per la vita, può dare una qualche sicurezza e significazione il titolo di un romanzo splendido di Kazuo Ishiguro, The Remains of the Day. Ogni giorno può avere il suo resto, bello, caldo, da custodire, in cui il pensiero della mente può tornare tra le braccia di una pienezza ritrovata, un sollievo conquistato.
L’idea che guida questa rivista, così come gli autori che abitualmente vi contribuiscono, direi che può essere la seguente: quello che resta della vita è il pensiero saputo, conosciuto, assaporato con la comprensione che ripiega su di sé, e che, infine, come ciò che resta, si fa scrittura.
Cosa resta, infatti, della vita? Montale, in un verso famoso, ha sancito che ci vogliono troppe vite per farne una. C’è il resto, dunque, delle possibilità mancate che la vita non diventa. Ma c’è anche quello che resta, il pensiero scritto nella carne di ciò che si è nel momento presente, accumulo e giacimento di tutto, ricordato o no. E c’è il pensiero scritto a parole. Una vita pensata, appunto, poiché scritta.
È un senso che fa bene vivere.
