I dintorni di un modo d’agire: Wittgenstein lettore di Frazer

di Matteo Zonta

1. Errori e rituali

Le Note sul “Ramo d’oro” di Frazer[1] sono l’unico contributo conosciuto del filosofo austriaco all’antropologia. Si tratta di una serie di annotazioni scritte a mano dal 1931 durante la lettura del celebre classico dell’antropologia evoluzionistica, apparso in diverse edizioni tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Abbiamo dunque a disposizione poche pagine di note che, sebbene siano state successivamente fatte dattilografare dall’autore, non erano certamente destinate alla pubblicazione.

In una delle prime note appartenenti al manoscritto e non dettate alla dattilografa, Wittgenstein dichiarava di voler iniziare con alcune osservazioni sulla metafisica considerata come tipo di magia. Questa intenzione, che potrebbe sembrare per certi aspetti una provocazione o un’invettiva contro la metafisica, vuole invece essere un attacco frontale al metodo evoluzionistico di Frazer.  Quando infatti il filosofo scrive che vede molta somiglianza tra il pensiero magico dei Malesi sulla molteplicità delle parti dell’anima e le metafisiche di Platone e di Schopenhauer, non sta assolutamente ridicolizzando i due grandi filosofi. Wittgenstein vuole mostrare come entrambe, magia e metafisica, siano teorie che hanno bisogno di essere indagate e comprese nei loro significati e guardate con lo stesso atteggiamento, senza scivolare nei pregiudizi etnocentrici ed evoluzionistici che ci portano a deridere il pensiero magico-rituale.

L’antropologo britannico, nel suo voler spiegare la magia e il pensiero magico, parte dall’idea che si tratti di una forma di errore da parte di popoli primitivi che non hanno una comprensione adeguata dei fenomeni naturali. L’altro definito come primitivo sarebbe trattato da Frazer come un bambino da scusare perché non è ancora in grado di capire. Emerge subito, secondo Wittgenstein, come il vero errore sia proprio quello di Frazer col suo voler spiegare l’altro e le altre culture solo utilizzando il proprio punto di vista da uomo scozzese dell’Ottocento. L’utilizzo acritico delle proprie categorie di pensiero porta a non voler scoprire nulla di diverso da ciò che già si pensa, a non voler fare passi avanti nella ricerca e, di conseguenza, a cadere nell’errore.

Sul ruolo della magia Wittgenstein non condivide assolutamente la teoria di Frazer. Secondo l’autore delle Ricerche Filosofiche, la magia non è frutto di un errore o di una mancanza di conoscenza, bensì, in modo più complesso e problematico, è legata a simboli e linguaggi. Il vero errore è pensare che la magia sia una spiegazione inadeguata, prescientifica da parte di culture che ancora non conoscono il pensiero scientifico.

2. Simboli, significati e magie

Il pensiero magico, secondo Wittgenstein, si può comprendere solo se inserito in una rete di significati propria della società che lo adotta. Non possiamo pretendere di spiegare il significato di una pratica culturale dall’esterno, presupponendo un significato ma senza interrogarlo.

Per citare lo stesso autore: «Quale ristrettezza della vita dello spirito in Frazer! Quindi: quale impossibilità di comprendere una vita diversa da quella inglese del suo tempo!»[2]

In una sola frase, come solo i giganti del pensiero sanno fare, Wittgenstein riesce perfettamente a spiegare l’approccio della moderna antropologia culturale che supera il pregiudizio evoluzionistico ed etnocentrico.

Il filosofo ci invita a volgere per un momento lo sguardo verso noi europei e a pensare come anche la nostra cultura sia piena di momenti rituali, sia civili che religiosi, o ai gesti apotropaici compiuti per allontanare sciagure o sfortune sebbene inseriti in un paradigma di pensiero totalmente positivistico. Il vero pregiudizio consiste nel ritenere che per noi il gesto rituale o scaramantico sia una consapevole finzione mentre invece per le culture ritenute primitive sarebbe una solida certezza.

Lo stupore e il magico non sono evoluzionisticamente precedenti alla spiegazione scientifica. Non è una mancanza di conoscenza adeguata a portare alla spiegazione magica, altrimenti nel nostro mondo sarebbero scomparsi i rituali e la superstizione.

Il rituale non cerca la verità scientifica né pretende di sostituirsi ad essa. Il rituale può essere compreso solo analizzando il ruolo e la ragione dei gesti, dei simboli e dei linguaggi. La fantasia che contribuisce alla creazione di linguaggi comprensibili solo dagli appartenenti a una determinata cultura non può non portarci a pensare alla teoria dei giochi linguistici dello stesso filosofo austriaco.

Wittgenstein conclude così, a proposito di ciò che scrive Frazer sull’usanza nel Togo di invocare le piogge:

Qui l’assurdo è che Frazer rappresenta le cose come se questi popoli avessero una concezione assolutamente falsa (anzi folle) del corso della natura, mentre essi danno solo una strana interpretazione dei fenomeni. Cioè, se mettessero per iscritto la loro conoscenza della natura, essa non si distinguerebbe in modo fondamentale dalla nostra. Solo la loro magia è diversa.[3]

Frazer non avrebbe capito che coinvolgere la magia non significa negare la scienza. L’approccio magico-rituale e quello scientifico coesistono senza costituire una dicotomia. Il gesto rituale è carico di tradizione, aspetti emotivi che sono realmente significativi per gli individui di un gruppo sociale e per la loro esperienza, laddove la scienza si limita dare una spiegazione. Negare questa dicotomia e comprendere che una imposizione della stessa ci farebbe scivolare nel terzo escluso sono condizioni necessarie di un approccio antropologico serio e rigoroso, che non guarda all’altro con supponenza ma con un desiderio di piena comprensione.

L’antropologia evoluzionistica, pensando di poter parlare di stadi di sviluppo, ha trasformato culture lontane in culture non ancora compiute, equiparando il viaggio nello spazio a una sorta di viaggio nel tempo. Wittgenstein in queste poche pagine lo ha compreso e, analizzando gli errori di un classico dell’antropologia come il Ramo d’oro di Frazer ha mostrato come taluni pregiudizi etnocentrici siano definibili a pieno titolo come crampi mentali.


[1] L. Wittgenstein, Note sul “Ramo d’oro” di Frazer (Bemerkungen uber Frazers “The Golden Bough”, 1967), trad. di S. De Waal, Adelphi, Milano 1975.

[2] Ivi, p. 23.

[3] Ivi, p. 37.

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