Danni collaterali

di Lisa Pitrolo Savà (2023)

Il tatto ha memoria.”

– J. Keats

Vennero ritrovati un martedì pomeriggio, nel fuoco di luglio e dentro a un magazzino merci abbandonato da circa un decennio. Sporchi e completamente nudi.

Quando la coperta termica gli sfiorò le spalle, sussultarono entrambi, già disabituati alla sensazione del tessuto sulla pelle. Negli occhi, sguardi gemelli – vitrei, abbandonati alla prigione della loro mente. E poi segni sul corpo, segni sul viso, memento mori come souvenir di giorni che non possedevano il privilegio di cancellare.

Furono separati all’istante.

Nessuno parve dar peso alla cosa.

Lei scorse una donna, una nuvola di capelli color grano, gettarsi tra le braccia di lui, e istintivamente trattenne il fiato. A malapena riconobbe il proprio stesso compagno andarle incontro, sussurrarle parole di debole conforto contro il capo, menzionare Andrea – Andrea, suo figlio, il loro bambino, ricordava? Li attendeva a casa. Non aveva voluto portarlo, no. Troppo difficile. Troppo doloroso.

Andrea non doveva vedere, non doveva sapere. D’altronde, era finita.

È tutto finito.

Un’unica frase a infestare il quotidiano di entrambi, da quel momento in poi.

Non dovevano fare molto. Trovare la forza di poggiare i piedi a terra, al mattino. Evitare d’esagerare col caffè. Il caffè era ostile ai sintomi da stress post-traumatico, avevano detto – ostile, quella scelta di parole l’aveva fatta ridere, trovava che donasse personalità alla bevanda. Non mancare alcuna seduta di psicoterapia e i check-up obbligatori con lo psichiatra – lui si era chiesto se vedessero lo stesso medico, ma non aveva trovato la forza di domandarlo; e poi c’era la questione della privacy, ovviamente.

E c’era il non detto. C’era ciò che ci si aspettava da loro.

Per esempio, che fossero felici di essere tornati a casa. Che fossero felici.

Sì, in qualche modo lieti di aver riabbracciato le persone che amavano.

Che sentissero amore. Che sentissero.

Nove mesi dopo, ogni cosa era da considerarsi al suo posto. In nove mesi accadono tante cose: si può mettere al mondo una vita o compiere duecentosettantatré giri intorno al sole, guardare le foglie nascere e poi attecchire al suolo. Ci si può convincere di conoscere ancora bene la propria vita o quella della persona con cui si è scelto di dividerla. Si può arrivare, per inerzia, a un passo dal pronunciare un che lui ha creduto potesse fare la differenza tra la vita e la morte. Dopotutto, le donne erano creature così semplici.

E all’alba del giorno più bello, ci si può chiudere nel bagno di casa, riempire la vasca d’acqua e sali, accendere candele ambiziose – La lavanda è un antidepressivo, lo sapeva? Dovrebbe provarla – e tagliarsi i polsi con le lame da barba di lui ancora immacolate.

E si può ricevere una telefonata, a metà mattina di quello stesso giorno, e venire a sapere che la donna con cui hai condiviso i giorni più bui della tua esistenza, appena nove mesi prima, ha tentato di togliersi la vita; ci si può sentire in colpa per aver assecondato tutti – moglie, genitori, dottori, il proprio stesso timore – e non aver più chiesto di lei, dove fosse, cosa stesse facendo. Come stesse.

Giunse in ospedale senza essersi nemmeno cambiato, in pantaloncini da jogging e con grosse toppe di sudore sul tessuto della maglietta. Balbettò il proprio nome e quello di lei alla reception. Sperò di non doversi spiegare.

Non fu necessario, infatti. Lo aspettavano, rivelò l’infermiera.

Riconobbe il compagno di lei in un angolo del corridoio, lo sguardo combattuto, incapace di celare il giudizio – Chi non sa non capisce, pensò. Era arrivato a quella conclusione non avrebbe saputo ben dire quando. Forse di fronte a una richiesta di gratitudine che non era stato in grado di soddisfare. Forse perché lo si diceva vivo, ma troppo spesso era stato certo che si sbagliassero.

Lei era da sola, nella stanza. Sdraiata sul letto su un fianco, dava le spalle alla porta, il polso fasciato e abbandonato in bella vista lungo l’arco del fondoschiena. La credette addormentata, ma pochi passi più tardi ne scorse le ciglia allungate in direzione della finestra, da dove un aprile atroce concedeva agli uccelli melodiosa spensieratezza.

Scorse il riflesso di lui sul vetro e si voltò di scatto, lo shock a ingigantirle lo sguardo e inghiottirle il resto del viso emaciato, pallido. Lui realizzò di non aver pensato a cosa dirle. Era giunto a odiare le parole, in quegli ultimi mesi: ne aveva ricevute troppe di vuote, ingannevoli, imbarazzate. Era affamato del silenzio offertogli da lei, affamato di un paio di labbra serrate contro ogni parere medico o il semplice buonsenso.

Le fu addosso prima di averlo realizzato, stringendosela contro con una forza tale che quel tentativo di inglobarla in sé sarebbe apparso, a un qualunque occhio esterno, un’aggressione. E forse lo era.

Ma lei accolse ogni cosa, dalle dita che avrebbero ripristinato vecchi lividi a labbra e denti contro la pelle del collo. Arpionò la schiena e le braccia di lui con le proprie unghie nella minaccia di ferirlo, se avesse osato separarsi da lei ancora una volta.

Nove mesi di fame appagati su un letto d’ospedale.

Ma la fame era destinata a tornare.

Nelle ore d’ufficio che avevano ripreso a coprire – perfetti automi del sistema, finali lieti su due gambe, incarnazione di una resilienza che non prevedeva guarigione. Nelle ore trascorse in una casa priva d’ossigeno.

Una volta, dopo il tragico evento – era questo l’appellativo più quotato per menzionare il tentativo suicida di lei senza rendere necessario menzionarlo davvero – era stato deciso per loro che avrebbero affrontato una sessione di psicoterapia insieme.

Scoprirono di aver sempre avuto lo stesso medico, alla fine. Ma li fece solamente sentire ingannati.

Per tutto quel tempo, seduti sulla stessa dannata poltrona a orari differenti, sfiorando le stesse vecchie riviste in sala d’attesa senza riuscire a leggerle – le dita dovevano sempre toccare qualcosa, altrimenti il tremore sarebbe divenuto una faccenda reale. Districare i rovi delle loro vite, tentando di ricondurle a un parallelismo utopico, nell’esigenza di ripristinare ciò che era morto molto tempo prima, dentro a un magazzino merci abbandonato.

Il giorno in cui erano stati costretti a togliersi i vestiti di dosso.

A guardare l’altro subire le perversioni dei loro aguzzini.

Infine, a guardare l’altro eseguire gli ordini di questi e non poter fare, a propria volta, altrimenti.

Che cos’è successo, là dentro, che non ci state raccontando?

Ci. Era sempre un gruppo, un noi autoritario. Erano i dottori, la polizia, la famiglia, i giornali, i vicini di casa, chiunque. Lo Stato li aveva liberati, adesso erano in debito con lo Stato di una storia avvincente.

Non si erano accordati su quell’unica omissione, nel report dei fatti. Non era stato necessario.

Forse perché sarebbe stato troppo complesso spiegare e aspettarsi che qualcuno fosse in grado di comprendere. Forse perché sapevano che, ad un certo punto, avevano smesso di odiare ciò che facevano. Che era stato l’ultimo pasto del condannato a morte, un segreto che, credevano, sarebbe spirato con loro in quel posto. Senza far del male a nessuno.

Erano stati riportati in vita a forza. E quello stesso segreto, che era stato la goccia sulle labbra di due assetati, si era trasformato nello spettro di un quotidiano irriconoscibile. Chiedeva un contrappeso. Chiedeva una ragione per continuare a sussistere senza mostrare al mondo il proprio reale volto.

Quel giorno, terminata una seduta di psicoterapia pressocché inutile, andarono in un albergo e si fecero di tutto. E più la colpa s’insinuava tra i loro corpi, più si stringevano nel tentativo di soffocarla.

Ogni ricordo di quel passato privo di luce pretendeva una nuova messa in scena. Che fossero baci o sangue era, alla fine, la stessa cosa: lo stesso dolore, lo stesso piacere in fondo a questo.

Non c’era modo di fermarsi. Non ci fu modo di fermarli.

Il matrimonio di lui cadde a pezzi di fronte al suo sguardo assente. Firmò le carte del divorzio senza nemmeno guardare negli occhi la donna che aveva giurato d’amare per il resto dei suoi giorni. Che promessa ridicola, fu tutto ciò che si ritrovò a considerare. Ma a cosa pensava, all’epoca? A cosa pensano le persone quando amano? A cosa pensano, quando sono felici?

Lei subì le urla del compagno, che la teneva legata a sé giocando al tiro alla fune con un bambino di cinque anni. La minaccia era tacita, ma reale: nessun giudice ne avrebbe affidato la tutela a una donna traumatizzata che, per di più, aveva intrapreso una relazione clandestina.

Guardava il figlio e non provava niente. Non riusciva a ricordare perché avesse deciso di diventare madre – lo aveva davvero scelto lei? Di fronte a quel test positivo, di fronte a quell’uomo positivo, aveva davvero sentito d’avere scelta?

Eccola distruggere la vita d’entrambi e non riuscire a fare altrimenti.

D’altronde, non le avevano permesso di togliersi di mezzo.

Egoista. Quando sei madre sei solo madre. Resti in vita per proteggere quella di qualcun altro.

Il resto non ha importanza. Sono danni collaterali.

La ex moglie e l’ex compagno ascoltarono lo psichiatra tentare di spiegare quei comportamenti. Parlò della necessità di ripetere il trauma, nei soggetti che ne hanno subito uno. Coazione a ripetere, la chiamò. Aggiunse che bisognava far sì che smettessero, ma che erano due adulti consenzienti. Non si poteva far molto.

Dovevano confidare nella terapia e nel tempo. Nella terapia e nel tempo.

Nessuno dei due, comunque, reputò che valesse la pena aspettare. Per il loro modo di vedere la vita, l’amore era un investimento: se portava via più di quanto consentisse di riscuotere, avevano riposto fiducia nelle mani sbagliate.

Che si consumassero a vicenda, dunque. Non li riguardava più.

Ventotto anni dopo, un uomo varcò la soglia di una casa di riposo determinato a riscuotere.

Chiese di lei. La più giovane delle pazienti, sorrise l’infermiera scortandolo. Non lasciò che l’idea lo turbasse.

Seduta su una poltrona, con un libro abbandonato sulle gambe, dava le spalle alla porta d’ingresso di una sala comune. La credette addormentata, ma pochi passi più avanti ne scorse le ciglia allungate in direzione della finestra. Mascara e ombretto restituivano dignità allo sguardo semi-vuoto che per lunghi anni lo aveva costretto a bagnare il letto, la notte.

Suo figlio è qui, signora. Non è contenta?

Aspettò di vederla voltarsi, ma non accadde. Tuttavia, i loro riflessi si incontrarono lungo il vetro.

Mamma, disse, e si rimproverò per aver ceduto a quella parola solo per ricordarne il sapore al palato.

Le sedette di fronte. Subì lo sguardo inconsapevole di una donna ancora bella, ancora in forma, apparentemente in ottima salute. Fu sconcertante da guardare.

Si era aspettato un rottame. Un vecchio micio dagli artigli stanchi che non avrebbe più temuto, per cui forse sarebbe riuscito a provare pietà.

Ma non era lì per perdonare. No.

Era lì per costringerla a ricordare.

Alla notizia del rapido progresso della malattia, non aveva pensato a una giusta punizione, a un karma che compieva il proprio corso, a una rivincita in qualche modo servita su un piatto d’argento. L’oblio a cui era gradualmente sottoposta la memoria di lei gli appariva come un dono immeritato.

Sua madre avrebbe dimenticato il male compiuto.

Non glielo avrebbe permesso.

Dopo aver evitato ogni contatto con la donna che l’aveva messo al mondo e abbandonato ad appena cinque anni, eccolo lì, nell’anniversario di quel giorno funesto scelto con la malizia di un drammaturgo.

Lo sai quanti anni ho, mamma?, si divertì a punzecchiarla crudelmente. Non ricordi? Sono trentatré. Come gli anni che avevi tu quando te ne sei andata.

Qualcosa dietro gli occhi di lei parve muoversi per un istante, l’insinuarsi di un dubbio, il tentativo di un’immagine di venire a galla.

L’uomo capì di essere sulla strada giusta e di dover insistere.

Te ne sei andata. Perché te ne sei andata? Non te l’ho mai chiesto. Ma non credere che non sappia, mi è stato raccontato. Fu una risata amara.

Hai lasciato tuo figlio per un tizio che conoscevi a malapena. Non è vero?

Le pupille nello sguardo della donna avevano preso a inseguire ombre che a nessun altro era concesso visionare. Il corpo morbido, rivestito da una camicia elegante, gli parve irrigidirsi su quella stessa poltrona. Il libro sulla sua coscia tremava.

Che tipo di madre farebbe una cosa del genere? Mi hai mai amato, almeno? Sai dirmelo, questo?

La donna emise un rantolo, cui seguì il tentativo di mormorare qualcosa. Tutto ciò che l’uomo a lei di fronte riuscì a captare fu un tremolante: Io…

Io, io, io… è sempre e solo di te che t’importa. Non la lasciò proseguire, reso improvvisamente forte dal terrore nello sguardo di lei.

Andrea.

Il suo nome su quelle labbra assottigliate dagli anni fu sufficiente a far capitolare la fiducia in sé stesso appena riscoperta. La fissò, sorpreso dal semplice fatto che ricordasse come si chiamava. Aspettò, con sgomento e un’esigenza divenuta dolorosa, che la madre aggiungesse dell’altro. Invece si ritrovò ad osservare una sessantenne piangere e agitarsi, cercare parole che forse non erano ancora state inventate. Guardarlo come fosse un angelo della morte: al contempo temuto e atteso.

Quando una mano grande e puntellata d’efelidi le si posò su una spalla, la donna smise di tremare. Chiuse gli occhi. Respirò profondamente.

L’uomo che l’aveva toccata – ingrigito, ma ancora nel pieno delle forze, se comparato al resto dei residenti – attese con pazienza che lei alzasse gli occhi senza smettere di fissarla o preoccuparsi di introdursi al suo interlocutore.

Lei non si premurò nemmeno di sollevare il capo fino a incontrare gli occhi di lui, no. Si limitò a fissare quella mano grande contro il tessuto leggero della propria camicia. Prese una lunga boccata d’aria e sfregò quasi impercettibilmente lo zigomo sul braccio di lui.

Stai bene?, si accertò quest’ultimo.

Se vi fu una risposta non rese il linguaggio necessario.

Il vecchio rimase a fissarla fino a quando il petto di lei riprese a muoversi regolarmente e il piede, laccato di rosso, smise di agitarsi come un topo nella gabbia del sandalo. Soltanto a quel punto si voltò verso il figlio della donna, senza tuttavia interrompere il contatto col corpo di lei.

Andrea poté scrutarlo meglio in viso e la sensazione di conoscerne i lineamenti andò solidificandosi nelle sue convinzioni. Gli occhi del vecchio si posarono su di lui per un istante soltanto, calmi, fermi ma mai severi. Non c’era risentimento, sospetto o anche solo fastidio.

Il vecchio accennò un leggero movimento del capo, un’impacciata riverenza accompagnata da un mormorio intraducibile. Poi, così com’era arrivato, si allontanò.

La scomparsa di quel volto dalla visuale costrinse la memoria di Andrea a un adrenalinico slancio per afferrare qualcosa, quell’appiglio che lo aveva torturato negli ultimi minuti. Ciò che recuperò fu un foglio di giornale, un largo quotidiano a occupare da solo un quarto della scrivania del padre.

RITROVATI, urlava il titolo in prima pagina.

E poi strillava altre parole vittoriose – libertà, giustizia, lieto fine – che stridevano, stridevano in maniera quasi dolorosa con l’immagine di sua madre da giovane, disorientata, sporca, avvolta intorno a una coperta termica nonostante il sudore al volto.

Al suo fianco, un solo passo indietro come quel giorno, gli parve di vedere lui. Il vecchio.

Le rughe barattate per della fuliggine e qualche graffio incrostato sulla testa.

Lo sguardo smarrito, ma il corpo ancora una volta orbitante intorno a quello di lei, come un satellite.

Realizzarlo gli strappò ogni precedente intento dal petto e lo costrinse a una faticosa apnea. Il rantolo che non fu in grado di soffocare ricordò a tal punto quello emesso dalla madre poco prima che, di fronte a quel crudele gioco di specchi, fu soltanto in grado di scappare.

Abbandonò la madre sulla stessa sedia su cui l’aveva trovata, incapace di guardarla un’ultima volta. Tentò di ricomporsi quel tanto che bastava per ricordare dove si trovasse l’uscita.

L’infermiera che lo aveva fatto accomodare poco prima lo braccò una manciata di metri più avanti. Il suo stato di costernazione era palpabile, ma come chiunque altro lavorasse in posti come quello, pensò, lei doveva esserci abituata, perché mantenne un rassicurante distacco.

Non si addolori se sua madre non le sembra più lei. È la malattia. Gli sorrise, cordiale ma professionale.

L’uomo che le sta intorno… chi è?

Sentire il nome che si era aspettato gli mozzò ugualmente un respiro già inquieto.

La giovane donna continuò a parlare. Disse che non era un paziente, ma un volontario. Che era arrivato insieme a lei il giorno del ricovero. Che si era rifiutato di lasciarla.

Ma, a quel punto, la mente di Andrea iniziò a retrocedere. Si imbarcò nel fallimentare tentativo di riabbracciare le consapevolezze di un tempo e seppellirvi le nuove al di sotto, privilegio dei folli.

Si voltò un’ultima volta in direzione della stanza comune. La luce al suo interno era divenuta accecante. Non riusciva a scorgere il capo della madre senza avvertire aghi penetrargli gli occhi.

Immagine di Pino Pitrolo

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