di Enrico Palma
Ho provato a dirlo altrove: Lo straniero è un enigma indecifrabile[1]. E ciò accade quando un’opera, sia essa artistica o filosofica, ammesso che possa essere tracciata una differenza netta, si spinge così tanto in profondità da far tremare lo sguardo della teoria, che quindi è costretto ad arrestarsi e ad arretrare. Com’è stato tentato più volte dalla critica, si può suggerire un avvicinamento a questo romanzo tramite alcune affermazioni di quello che giustamente può rappresentare la sua matrice teoretica, Il mito di Sisifo, in cui Camus scrive a proposito di quel sentimento della vita assurda che l’ha consacrato alla gloria filosofica novecentesca e oltre, lo scollamento, cioè, profondo e sostanziale, tra l’esistenza e il mondo, inconciliabili l’una con l’altro.
Tuttavia, dato questo contesto, l’operazione cinematografica di Ozon, già di per sé coraggiosa per la scelta del soggetto, può costituire un’importante interpretazione del romanzo, anche per via della dislocazione del significato dalla parola scritta all’immagine, per dirla con Deleuze all’immagine-movimento che rende il cinema così affascinante, specie quando si propone la trasposizione di un grande classico della letteratura e della filosofia.
Il bianco e nero più che essere un accorgimento manieristico mostra, potremmo dire, la prima delle caratteristiche con cui la vulgata ha inteso e continua a intendere il personaggio di Meursault, l’abominio che è Meursault: l’assenza del colore, di sentimenti, la mancata risposta emotiva che è forzatamente richiesta per un’attiva partecipazione nel mondo, in mezzo agli uomini e alle cose, e che il protagonista del film esibisce con i suoi lunghi silenzi e l’immobilismo; la noia apparente, le strette di mano veloci e formali, la quotidianità appiattita nel sempre uguale, i guaiti del cane del vicino, gli abusi giustificati, quel subire la vita recependo le decisioni altrui, cosa che forse è il vero e proprio tratto nichilistico della storia, anche al di là dell’omicidio dell’arabo. E poi il caldo, il grande caldo, che insieme alla luce del sole cocente d’Algeria diviene metafora della spossatezza che la vita è in sé, della stanchezza con cui la si porta. La vita, insomma, è indifferente a se stessa, niente vale, nulla ha importanza, come spesso ripete Meursault, quando si rifiuta di vedere la madre per l’ultima volta, o accetta di sposare Marie perché lei o un’altra non avrebbe fatto appunto differenza. Quando alla decisione circa la sua essenza da affermare con una sentenza risponde perentorio non saprei.
Meursault, usando una categoria tutta filosofica di Moravia, è un in-differente nel senso che non agisce secondo la differenza strutturale tra l’esistenza e il mondo, laddove le cose e gli eventi non valgono poiché tutto si equivale, comprese le vite degli uomini, i quali tanto accanitamente si ostinano ad affermare il contrario, che si è tutti diversi, e dunque, in qualche modo, tutti significativi e meritevoli di esserci. Se la vita non conta, se tutto è uguale a sé e quindi senza significato, se una cosa vale l’altra in una totale indifferenza ontologica, allora persino il gesto estremo di tale vita eliminarla (in sé o in un altro) non ha alcun peso.
Questa è la posizione che Camus indaga nei suoi saggi e nei suoi romanzi, il far fronte all’insensatezza di vivere e all’assurdo, costruendo un’opera in cui viene rappresentata l’idea di un uomo che vive senza mentire, nello splendore dell’indifferenza, che non accetta di assumersi, come invece fa la più parte degli uomini, una vita bugiarda, nonostante tale assurdo.
Meursault aveva vissuto un giorno di reale felicità, su quella spiaggia inondata di mare e di luce, accanto alla sua Marie. Ma qualcosa si frappone: gli arabi della storia guidati dal fratello della donna picchiata da Raymond, il suo vicino, che perseguono un regolamento di conti per vendicarla. Se c’è un punto radicale, originario dell’enigma che Lo straniero istituisce, ritengo sia questo.
C’era stata una piccola rissa, un tafferuglio concluso con il ferimento di Raymond, che si allontana per farsi medicare. Poi vi fa ritorno, minacciandoli con una rivoltella, davanti alla quale i due arabi fuggono per mettersi in salvo. La rivoltella resta a Meursault, che, prudentemente e in modo anche incomprensibile e assai ironico rispetto a quanto accadrà dopo, la toglie dalla mano di Raymond per evitare che accada una tragedia. Meursault e Raymond si apprestano allora verso il loro posto della mattina. Ma il giovane si ferma sulle scale, si volta e osserva, meditabondo. E si dirige ancora verso quei due, verso quello che sarà il luogo del delitto.
Questo, direi, è tutto l’inafferrabile del romanzo; qui, credo, si gioca tutta la comprensione del gesto di Meursault. La rissa era finita tutto sommato bene, forse quegli arabi non si sarebbero più fatti vedere sotto casa di Meursault e di Raymond, questa storia poteva essersi conclusa. Ma Meursault cambia idea, ritorna sui suoi passi lungo la spiaggia, con un caldo feroce e un sole insopportabile. Con la rivoltella ancora in tasca.
La domanda che bisogna porsi per avvistare, anche in lontananza, il senso di questo libro potrebbe infatti essere: perché Meursault torna indietro? Aveva la sua felicità, aveva trascorso una giornata luminosa, aveva l’amore della sua Marie.
Il sole è insopportabile. L’arabo, sdraiato vicino a una sorgente (altro dettaglio importante), vedendo Meursault avvicinarsi, estrae il coltello, il cui riflesso sulla lama lo acceca. Non sostenendone la vista, spara, cinque colpi, uccidendo l’uomo. La scena è celebre, in questo film girata dall’alto, iniziando da un’impersonalità quasi naturale e onirica per poi approdare con una rapidissima accelerazione a una soggettivazione implacabile.
Aveva ucciso a causa del Sole, dirà in tribunale. Troppo forte per resistere senza sparare. Molto di più, dunque, di un semplice incidente, di una disgrazia.
Ritengo non esagerato, per provare ad accedere al gorgo di senso che questo romanzo può rappresentare, compiere un accostamento con un altro, grande, monumentale racconto della storia del pensiero filosofico, che anzi la filosofia può spiegarla integralmente, nelle sue motivazioni e nei suoi obiettivi. Mi riferisco al celeberrimo Mito della cavernaplatonico, il quale, se ben calibrato sul romanzo proprio nell’episodio dirimente sia del libro che del film, può fungere da mezzo esplicativo. Lo straniero può essere letto, è il caso di dire, alla luce del mito, ma alla rovescia, seguendo il percorso di un uomo che convenzionalmente si trova libero, nella sua vita quotidiana media, tra le ombre e le parvenze della vita assurda, per poi trovare, lungo il suo cammino e quasi accidentalmente, come avviene al prigioniero platonico, la libertà insperata, accedendo a un mondo ulteriore, rispetto al quale quello in cui aveva vissuto da sempre era solo una copia degenere e assolutamente falsa.
Il prigioniero, liberato in circostanze che Platone non spiega, compie la sua strada faticosa e sofferta verso il mondo reale, irrorato dalla vera luce del Sole. Un Sole che però, nell’incomprensibile discesa in mezzo agli altri prigionieri nel tentativo di aiutarli a scappare dalla loro condizione infelice, gli ha rovinato gli occhi, i quali necessitano di adattarsi nuovamente al buio della caverna. Se la prima parte del racconto è segnata dalla fatica e anche dalla dolorosa esperienza di pervenire alla verità distaccandosi dalla menzogna in cui si dimorava, quella che potremmo definire un’ascesa teoretica e conoscitiva verso il sapere che libera e che salva, la seconda potrebbe indicare l’impegno morale verso i compagni all’insegna della politica, riformulare cioè il mondo umano possibile soltanto per chi ha realmente compreso. Salendo si conosce, scendendo si accoglie lo sforzo etico-politico verso l’umanità. Ma si tratta di un’umanità riottosa, che dileggia pesantemente il “prigioniero liberato”, il quale, con la frase forse più densa e criptica dell’intero racconto, che dice moltissimo del vero essere dell’umano, rischierebbe persino di essere ucciso, tanto è l’odio che provocherebbe l’annunciare un simile messaggio, per cui la vita, la loro vita, quella che da sempre quegli uomini hanno condotto, non valeva nulla, essendo infatti una vita assurda completamente disconnessa dal mondo reale.
Nel romanzo di Camus si assiste a una dinamica molto simile. Con la differenza che il presunto mondo vero, il mondo della luce, è un mondo falso, menzognero, assolutamente vano, compresa naturalmente la vita che si conduce al suo interno, dove niente vale, confinata in tale caverna-mondo in cui Meursault si aggira come il prigioniero emerso in superficie, per l’appunto straniero. È solo con l’omicidio dell’arabo, con quei colpi di rivoltella scagliati contro la vita in generale, che Meursault, apparentemente senza un motivo preciso, si scatena, evade, si libera, ma, rispetto al racconto platonico, compiendo il cammino inverso, dall’eccesso di luce e di Sole che gli rovinava la vista al buio della prigione, del carcere, della cella, in cui consuma la sua riflessione sull’essere e sull’esistenza. Meursault, soprattutto nel momento-chiave in senso filosofico del libro e del film, cioè durante il dialogo con il cappellano che lo induce, nell’attimo più estremo, ad abbracciare Dio, scopre l’inanità di qualunque esistenza, un nietzscheanesimo di taglio essenzialmente nichilista che considera il nulla non come una fine ma come uno strumento di liberazione, al punto da pensare, ormai in limine mortis, alla madre che nella vecchiaia era stata disposta a ricominciare cercandosi un fidanzato.
Anche lui è disposto a ricominciare nell’attimo del suo finire. La sua scoperta è consistita nella gaia accettazione dell’assurdità dell’esistenza, un pensiero che gli infonde serenità e calma, di cui l’incomprensione generale con la quale la gente lo avrebbe accolto, le grida di odio con cui si conclude il romanzo, avrebbe siglato una giustezza tutt’altro che paradossale. Come può la gente comune, gli incatenati nel mondo falso, accogliere la convinzione di Meursualt, consentire che un abominio mostruoso come lui possa esistere, essere in mezzo a loro? Un uomo che, per dirla con Heidegger, ha nella totale indifferenza e nella piattezza del valore i tratti della sua Befindlichkeit, del suo trovarsi emotivo nella propria circostanza esistenziale e mondana. La sua tonalità è la splendida formula con cui Meursault si congeda dal lettore, così come dallo spettatore nel film di Ozon, la tendre indifférence du monde che è la vera luce, filosofica e conoscitiva, che dovrebbe guidare la vita, che dovrebbe condurla a una soglia meravigliosa in cui regna invincibile un’assoluta (e assolata) oggettivazione. Qualcosa che fa somigliare, meglio trasfigurare, l’uomo in un dio.
Il film di Ozon, come opportunamente notato da Chiara Scarlato[2], inserisce però il romanzo di Camus in un altro ordine di discorso, ovvero l’annosa questione algerina che anche lo stesso filosofo premio Nobel ebbe molto a cuore, nonché i rapporti problematici e come non mai tragici in quest’opera con gli “indigeni”, con la presenza araba. L’“indigeno dominato” è la ragazza oggetto di violenza da parte di Raymond, è anche il fratello ucciso da Meursault a cui, come ella dice a Marie in un momento del processo, nessuno pensa, tutti presi a parlare dello scandaloso e rivoltante francese, perché era un arabo e quindi totalmente trascurabile.
Il film, andando oltre il romanzo, si conclude con la sorella che fa visita alla tomba del ragazzo ucciso, con un nome, di fronte al mare e alla luce. La scelta assai chiara di Ozon di concludere in questo modo la sua interpretazione/rivisitazione dello Straniero può anche avere, tuttavia, delle notevoli implicazioni filosofiche. Se è valida la griglia platonica tolta dal Mito della caverna, allora dovrebbe aversi l’agio di affermare che c’è qualcuno, nella vicenda, che è andato anche oltre lo stesso Meursault e la sua lucida indifferenza. Potrebbe essere il cane del vicino Salamano di cui si sono perse le tracce, vittima della violenza e della solitudine egoistiche degli umani, ma soprattutto l’arabo, morto nel silenzio accecante di una spiaggia, giustiziato, e forse giustificato, nella morte, da un uomo che, avendo conosciuto la verità inconsistente della vita, ritorna a liberare quello che il caso aveva eletto come suo compagno di prigionia. Entrambe, dunque, vittime necessarie. Colpevoli, come lo siamo tutti, di continuare questa vita assurda.
[1] Mi permetto di rimandare al mio Il non dell’essere-alla-vita. La negatività esistenziale nella letteratura italiana e francese del Novecento, in «Sinestesieonline», XII, 38, gennaio 2023, pp. 1-17.
[2] Cfr. C. Scarlato, In lotta per la fine. Lo straniero di François Ozon, in «Fata Morgana Web», 3 settembre 2025, https://www.fatamorganaweb.it/lo-straniero-di-francois-ozon/ (consultato il 10 maggio 2026).
