Ottobre in aprile. Vedute sul passaggio

di Luca Dilillo

Senza neanche accorgermene, è giunta la Luna Piena. Non l’ho fatto di proposito. Dico, di mettermi a scrivere sotto la sua luce. Ma è successo. Niente di speciale in fondo… Comincio a lavorare sotto un chiarore mellifluo. Questo di inizio ottobre è il plenilunio più vicino all’equinozio d’autunno. La ruota dell’anno sta per compiere l’ennesimo suo giro completo. Non si stanca mai come noi mortali? Dalla luce al buio dal buio alla luce… Cicli che sono della Terra e del Cielo. Il mio pensiero gira in tondo, come questa ruota cosmica. Tutto è circolarità.

E così mi metto a scrivere durante il plenilunio. Una luna grande gialla luminosa senza volto sembra sorridermi. O deridermi? Non si può dire con certezza. Porta certezze, il plenilunio?

Per quest’anno ancora, la ruota volge al termine del suo giro. Non si è ancora stancata come noi mortali.

Per questa volta ancora.

Vedo una donna. Una ragazza che esce di casa, nell’imbrunire che sa di tempesta. Settembre volge al termine. È diretta in aperta campagna, fuori città. Fuori Dresda. Come nei dipinti di Carus la immagino, le guglie che feriscono il tramonto. Ma eccone un’altra, di donna, una sagoma indistinta in mezzo alla tormenta! È vecchia, gira un pentolone su un treppiede: fuoco scintille fumo vivace. Mi pare che ci sia un gatto… È certo una strega! L’equinozio d’autunno mi apre a questa veduta: un’immagine dalle qualità oserei dire pittoriche. La scena è tratta da un meraviglioso racconto di E.T.A. Hoffmann, Il Vaso d’oro. Una storia narrata in dodici veglie. L’episodio sta nella settima: siamo proprio a metà. Un malefico rituale, artificio da streghe, nel bel mezzo di un crocicchio, nella notte dell’equinozio d’autunno. La giovane, Veronica, deve incontrarsi con la vecchia madama Rauerin, strega a tutti gli effetti, che le ha promesso di farle conquistare l’amore dello studente Anselmus, innamorato della serpentina figlia d’una salamandra… Sembra strano? Lascio ai lettori interessati di leggersi la fiaba per intero: a me, adesso, importa solo dell’immagine, della scena equinoziale. Nella notte dell’equinozio d’autunno, nel cuore di una tempesta, un isolato crocevia di campagna diventa scenario da tregenda! Un paiolo sul fuoco, un gatto nero che manda scintille dalla coda… Ribolle il calderone mentre infuria la bufera, tuoni lampi e fulmini. Hoffmann paragona la scena a un quadro di Rembrandt o a un Bruegel infernale… Io non posso invece che pensare alle terrorizzanti figure di Goya nei suoi dipinti a tema stregonesco: toni cupi, scuri, neri gialli marroni blu vorticanti ad abbozzare grottesche fisionomie, storte deformi contorte, enormi gufi pipistrelli corpi di bambini sguardi sbilenchi truci. Pittura nera. Pittura mostruosa. El Aquelarre, Vuelo de Brujas, El Conjuro.

Francamente, non avevo mai associato le streghe all’equinozio. Il crocicchio, dove l’intera scena si svolge, è un punto di equilibrio. Al centro esatto tra quattro strade che si incontrano, sopra sotto, destra sinistra. Nord sud est ovest. Punti cardinali, punti stagionali. Negli interstizi e nei crocicchi tra i periodi sacri dell’anno magico, abbiamo le quattro festività del passaggio: i due equinozi e i due solstizi. Ogni festa, in quanto ricorrenza, è il sangue dell’anno cosmico.

Sono tutti momenti di passaggio. L’anno, la rotazione del carro, il tempo stesso nella sua coessenziale ciclicità, è un passaggio. Certo è che, in questo andirivieni, i tempi equinoziali e solstiziali sono ancora più gravidi: passaggi nel passaggio. Punti di massimo equilibrio, di massima e minima stasi. Quasi sacrali. I due solstizi segnano il grande moto fondamentale, dal calante al crescente e dal crescente al calante: dio nascente, dio morente. Cristo e il Precursore. Non è solo storia diritta, ma mito che ricorre. Viene al mondo colui che è destinato a tramontare. Il suo avvento prelude a quello di un astro più grande, che sorgerà oscurando ogni altra luce. Il passaggio dall’Ariete ai Pesci. Dalla Terra al Cielo. Dal padre Saturno al figlio Giove. Il vecchio re si ritira nell’isola Ogigia, ai confini del mondo. Oceano nero ne lambisce le rive consunte. Ma tutto, prima o poi, è destinato a tornare…

Di piccoli passaggi, inavvertiti, è fatta la sostanza del cosmo.

Quattro stagioni. Due equinozi e due solstizi che scandiscono il battito di Terra e Cielo. Se per un attimo riusciamo a far tacere ogni altra voce, quel battito, profondo, rombante, lo possiamo anche sentire. È Vita e Morte. Un grande dio. Le sue vene e i suoi nervi sono storie percorsi passaggi raccordi, vie traverse diritte salite discese rumori e silenzi. Ho visto foglie cadere e strade sbarrarsi, ma il canto notturno dei grilli e il frinire meridiano delle cicale cessano soltanto per poi ricominciare.

Quello di Hoffmann, letto durante pomeriggi estivi, è un racconto equinoziale, quindi di passaggio, quindi di equilibrio. Ma non lo sono infine tutti i racconti? Ogni storia ogni fiaba ogni mito è un passare.

Sostiamo un altro po’ nei pressi della fiaba hoffmanniana. L’immagine della strega e del crocicchio è un punto di equilibrio perfetto, ma se torniamo al principio ci accorgiamo che la storia si apre il giorno dell’Ascensione. Questo è un dato interessante. Certo l’Ascensione, giungendo cinquanta giorni dopo la Pasqua, si colloca in un punto stagionale di piena o avanzata primavera; è un momento di ascesa, in senso eminentemente naturale, di rigoglio e fioritura, che prepara al moto discendente. Ed ecco che a metà del racconto arriva l’episodio dell’equinozio d’autunno. Stiamo dunque scendendo, calando verso qualcosa… di diverso, di mutato. Ma il moto stesso dell’Ascensione, già conseguito nell’atto di entrare nella storia, trattiene in sé, fatalmente, il suo inverso. La Discensione. Al culmine della salita non c’è che ridiscesa. Discendere è il verbo prediletto dell’autunno. Stagione dello spogliarsi, dell’andar giù, della preparazione al sonno. La vicenda di Anselmus è di fatto una discesa, dalle oneste aspirazioni borghesi al delirio della fantasia, dal mondo quotidiano allo straordinario, dal punto culminante dell’anno a quello sprofondante ctonio oscuro e misterioso del sogno e del mito… Anselmus e noi con lui attraversiamo soglie che sono equinozi. L’accesso alla casa dell’archivista Lindhorst è un passaggio magico che incede sfumando i tratti del reale come lo conosciamo. Ogni veglia del racconto è una Soglia. Le stesse Vigiliae, le Nachtwachen in cui il racconto è suddiviso, sono tempo di guardia notturna ma anche di preparazione serale. Nella notte si custodisce. Nella sera ci si accinge. Vigilanza è Attesa, tempo vespertino che preannuncia il buio. Cosa accade la Sera? Il giorno si prepara a finire, la luce s’attenua e il crepuscolo scontorna le cose. Lo strano chiarore del vespro non è giorno né notte ma possiede entrambe le qualità. La Sera è il tempo magico per eccellenza, dove le soglie si schiudono e le veglie preludono. Dove il mondo che calcola e comprende fa per confondersi e dubitare. È qui che si insinuano bizzarre deformazioni, strane metamorfosi. Il Vaso d’oro è racconto di metamorfosi: di esseri che vivono sotto diverse condizioni, a seconda che dimorino nel nostro mondo o nel loro, al piano di sopra o a quello di sotto… La Veglia della Strega, di madama Rauerin – anch’essa in doppia veste, da giorno e da notte, in forma di superficie e sotterranea – fa la guardia alla ruota del racconto, che come un piccolo anno di carta e inchiostro gira e rigira tra le nostre mani, salendo e scendendo, passando e ripassando. Mutandosi. Varcando. In quel punto preciso noi abbiamo la chiave per cogliere la storia, per sentirne la qualità equinoziale, autunnale. Due sono i segni: Crocicchio, che abbiamo visto, e Tempesta. Che fa la Tempesta? Mescola sconvolge amalgama tramuta cancella fisionomie.

Sera. Soglia. Discesa: su tutte governa la Strega, che al centro dei quattro sentieri rimesta nella bufera il calderone, impasto ribollente, tra incantesimi che passano e trasfigurano…

Passata la Soglia d’Autunno si scende verso figure bianche, leggiadre ma frali. Mi sembra di vedere la vergine fanciulla, Core Persefone, candida e sotterranea. Intrappolata nell’Ade. Gelata dal sonno della morte… Ma forse non è lei… Le metamorfosi autunnali mi imbrogliano ancora. È sempre lei, la fanciulla bianca come neve, come marmo, come morta. È chiusa in una bara di cristallo, orribilmente fredda. Ama l’amato e primavera, ma è condannata a non poter mai saggiarne… Il calore di un singolo raggio di sole, un semplice bacio, la scioglierebbero senza rimedio! A ben guardarla, questa pallida fanciulla è fatta di neve e ghiaccio, è uno spirito invernale. Ma allora come può amare? Infatti non ama. Almeno, non ama corpi vivi, percorsi da sangue. Corpi che nascono e muoiono. Ama solo la fredda perfezione, esatta innaturale. Ama l’eternità senza fine e senza respiro. È Regina. Vive ai confini della terra, nell’estremo Nord dell’esistenza. Il suo castello è di ghiaccio affilato, sfioralo appena e sarai distrutto, dal dolore dal taglio ancor peggio: dalla durezza. Una scheggia ti penetrerà cuore e occhi, facendoti rigido, infallibile, preciso. Incapace di sentire. È una sola figura o molte? Gli occhi annebbiati dai turbini di neve la sfaccettano come su un prisma. Vedo una ragazza che appartiene al mito e alle fiabe e regge il solstizio d’inverno. Il tempo della sospensione. Il sole è fermo nel cielo. Morte ha vinto e spegne lo sguardo. La giovane donna bianca e debole come fiocco di neve, avvelenata e discesa sotterra, che porta il gelido candore nel cuore e negli occhi, che giace nel sepolcro di ghiaccio dentro la caverna, nell’Orco, intoccato da calore, non sfiorato da respiro. L’hanno chiamata Schneewittchen, Sneguročka, Sneedronningen. Sempre, in qualche modo, Signora della Neve. Sempre, stranamente, congiunta a Primavera. La prima, celebrata dai Grimm, perseguitata, incalzata dall’omicidio, costretta a morire una prima volta, sprofondando nel bosco; costretta a morire una seconda volta, strozzata da una mela maledetta. Sepolta e risvegliata. Una fanciulla inseguita dal destino, dal destino condannata… a rinascere. La seconda, figlia del folclore slavo, celebrata dal teatro di Ostrovskij e dalla musica di Rimskij-Korsakov, progenie di Gelo e Primavera, ibrido impensabile che nonostante tutto vuol vivere desiderare amare, cedendo infine alle lusinghe solari e finendo per disfarsi, per liquefarsi. La terza, infine, creazione del genio danese di Hans Christian Andersen, spietata antagonista rapitrice di bambini, portatrice di oblio eternità pace che dicono Fine, sconfitta dalla forza più innocente e pura, da un calore che scioglie le schegge infitte nel profondo. Inverno è il Palazzo della Morte, la Regina del Freddo, che sembra travolgere ogni cosa viva e gettarla nelle tenebre. Eppure…

Le fredde e feroci dee invernali ghermiscono e strappano la vita, eppure hanno un cuore già caldo. Sono pronte a venir meno, direi quasi che desiderano inconsciamente la loro dissoluzione. Con Sneguročka il desiderio è reso manifesto: per quanto figura invernale, la sua fine è primaverile. Senza morte che la scioglie non sarebbero nel mondo calore né luce. Lei stessa non gusterebbe la vera gioia, anche se per un solo istante. La Regina delle Nevi, una volta battuta dalla piccola Gerda, avrà forse provato un segreto piacere? Proibita voluttà di un battito che risveglia, d’una memoria che torna, di un sentire? In Biancaneve il movimento sembra contrario: continuamente tentata dal buio sebbene sia fanciulla solare, luna piena di desiderio. Ma il biancore del suo incarnato è segno nascosto di un destino e anche le rosse gote e le labbra di ciliegia invocano il sangue di un’uccisione cruenta… La giovinetta sfugge alla sua esecuzione nella selva, è data per morta. Un’altra creatura innocente perisce in sua vece. Un sacrificio. Polmoni e fegato di un cinghiale al posto dei suoi, offerti alla crudele Regina. È sempre Regina anche adesso, la sua innocenza macchiata di sangue fugge da lei… Poco dopo Morte la corteggia, ripetutamente: per tre volte la madre matrigna, glaciale ripugnanza per l’agnello, sete di scarlatto, prova a sopprimerla e solo alla terza riesce. Ma ogni volta Biancaneve cede, troppo ingenuamente, alle lusinghe della Notte… Deve o vuole finire in quella bara di vetro? Eppure anche quello stato, fisso nel trasparente, cristallizzato nel gelo, è solo un lasso. È pausa, passaggio. La soglia verso l’Oscuro. Seme che cala nel Profondo e lì resta in attesa, nella grotta. Un passare che ha la forma del restare sospeso. Inverno è Sabato che aspetta l’alba…

 Liberazione scioglimento rianimazione: sono il Principe, Mizgir’, la piccola Gerda. È la sola forza che davvero può avere ragione di ghiaccio e tenebre. Che opera brutale: risvegliando dal sonno provocando la morte. Assurdo che la potenza della vita dia la morte, vero? Ma qui c’è più ambiguità di quanto si pensi… Eternamente vuole il bene e fa il male, desidera il male e compie il bene. Equinozi e solstizi sono passaggi, sfumature, sono chiaroscuro, mai nettezza. Il gelo della bara di Biancaneve è già scintillante, il suo vetro ha già da sempre catturato la luce solare in esso riposta. Sneguročka è già figlia di Primavera, la sua sostanza nevosa vuole intimamente conoscere ciò che liberandola la distruggerà. La Regina delle Nevi trae la sua forza dal poter ghermire bimbi pieni di calore e vita come Kay, dalla possibilità stessa che le sue vittorie le vengano strappate e che il sole torni a splendere. Anche lei comunque è destinata a tornare. Quella forza è equinoziale in massimo grado: si incrocia laddove diverge, al crocicchio tra il morto e il vivo, nei confini che si perdono e si sciolgono.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

C’è un’altra donna che vedo. È nuda, a cavallo di una scopa. I capelli lunghi e neri le scendono sulle spalle sul collo sul seno, selvaggi. È giovane. Una strega anche lei? Vola verso la luna piena. Ma stavolta il tempo è caldo e afoso. La città è Mosca. Niente di troppo poetico. Grigio notte di grandi palazzi identici a sé stessi. Il plenilunio è primaverile. La missione di quest’altra strega è distruttiva ma eccentricamente liberatoria. Si è tolta gli abiti borghesi da buona moglie sovietica; si è cosparsa di unguento magico e vola via, abbandonando la vecchia vita, forse per sempre. Presto lascerà la città per poi tornarvi a bordo di un’auto guidata da un corvo… La perdo dentro un appartamento. La sua missione non è terminata. È buio.

In Margherita si incarna un tipo di forza arcana e ambigua, potente e meravigliosa, dolente e sfrenata. Non è buona, Margherita. È una strega e ama il suo Maestro. Ma cosa ha a che fare tutto questo con l’equinozio di primavera? Con la Pasqua? Per chi ha letto Il Maestro e Margherita la risposta è così scontata che la eviterò. Per gli altri, un consiglio da amico è quello di rimediare subito. È una storia su ciò che libera e che redime. Sulla luna piena. Su Yeshua e Pilato.

È una strana vicenda che si svolge in primavera. In una calda e afosa primavera degli anni ‘30. Forse degli anni ‘30… Anni ‘30 del Novecento, tempo vuoto di dei. Anni ‘30 del I secolo d. C., tempo pieno d’attesa. Tra Mosca ed Eršalaim. In tre giorni. Tra un giovedì e una domenica. Momento culminante: la sera del venerdì, notte del plenilunio di primavera. La Pasqua è pagana e cristiana, rivive in forma profana nell’ateissima e materialista Unione Sovietica, sconquassata da diavoli, temporali e gatti neri. L’equinozio di primavera è il secondo equilibrio – o il primo? L’equilibrio che sta per sbilanciarsi dalla parte della luce, il buio di un sepolcro prima che l’alba grigia cominci a palpeggiarne le funeree profondità, prima che il primo raggio di sole penetri tra le bende insanguinate che s’incollano a un corpo nero… Il romanzo di Bulgakov intride la Pasqua di ciclicità tanto pagana e tanto terrena, celeste e lunare. Non c’è Resurrezione come evento unico e singolare, ma c’è come ritorno, passaggio, fase di un cerchio giallo che ogni 15 del mese di Nisan sempre deve luccicare. La notte del Venerdì Santo Margherita abbraccia la sua natura demoniaca, si fa strega e raggiuge un luogo fuori città, immerso nella natura, dove si fa sabba, tra satiri salici ondine, streghe nude e bagnate, orchestra di rane un falò. Preludio al gran ballo di Satana: il trionfo delle anime infernali, un momento solenne e terribile cui Margherita si presta come Regina Oscura. Sovrana Trionfante e Sofferente, ferita e sanguinante. Notte pagana che si chiude con un sacrificio cruento, rituale cannibalico ma stranamente eucaristico: bere sangue da un teschio… La Strega è rassicurata: «Non abbia paura, regina… Non abbia paura, regina, il sangue è da tempo disceso nella terra. E là, dove è stato versato, crescono adesso i grappoli d’uva»[1]. Sangue e frutto della vite, Dioniso il Demone e Cristo il Santo… Cosa c’è di pasquale in tutto ciò? Semmai c’è di diabolico, di blasfemo! Ma in un altro tempo e in un altro spazio, in un’altra storia, un uomo versa il suo sangue su una croce, in cima al Monte Calvo… Il colpo di lancia del centurione Krysoboj[2], caldo sangue che sgorga a fiotti e cola fino a terra, alla base del palo di legno. Il sangue acqua di cui parla Giovanni, il vino sangue… Le ferite del flagello, il legno e il corpo insanguinati, la vita che esce dalla carne straziata e abbevera la roccia del Calvarium. Gulgalta in aramaico. Teschio. Come quello da cui, a distanza di tempo e di luogo – a distanza di storie – Woland e Margherita bevono il sangue del Barone Meigel. Un uomo, nella luce che lentamente scivola dal Venerdì di Parasceve, si dissangua appeso a un palo, impregna del suo stesso sangue l’osso d’un Cranio. Le ossa di Adamo e della stirpe maledetta da cui discende l’umanità abbeverate da rosso liquido che è Vita ed è Vino, che riscalda inebria redime. Versa il suo sangue e lo dona nel calice amaro della Passione e della Cena, quella coppa d’osso da cui Margherita è costretta a bere. Se puoi, allontana da me questo calice… Ma se si rovescia, la salvezza è dissipata con lui. Il disco della coppa, osso cerchiato di rosso, è il cerchio della Luna. La Regina Margot beve, assaggia il fiele che è dolce e dà salvezza per sé, per gli altri. Per il suo Maestro. Per Pilato che guarda il circolo pieno, lucente nel buio, una brocca infranta ai suoi piedi. Un calice? Rosso versato dappertutto. Ferite aperte. Vene stracciate. Spirito spaccato. A metà. La brocca d’osso è frantumata come l’umanità fallita, come l’uomo schiacciato dalla colpa, come colui che è trafitto per le iniquità del mondo. Salvezza redenzione perdono pace eterna. Luna Piena di Primavera li dà e li riprende, oscillando, di volta in volta. Dura e spietata il Venerdì cruento. Triste e muta il Sabato cenere. Sorridente e speranzosa nella notte del passaggio. Tra le tenebre in fuga e le luci che incalzano. È la forza della luna e del sole che sceglie il sacrificio. Che sempre torna e sempre si rinnova. Che muore e risorge.

 «Che esecuzione oscena! Ma tu dimmi, ti prego […] che non c’è stata! Ti supplico, dimmi che non c’è stata!»[3] E l’uomo, Yeshua, sorride dolcemente, bagnato dal plenilunio riversato su di lui. Lo rasserena: «Ma certo che non c’è stata […] ti è solo sembrato di vederla»[4]. Il quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato, non ha bisogno d’altro. È stato rassicurato dal suo amico che regge il sole e la luna, che regge gli equinozi e i solstizi. È stato rassicurato, perdonato nella notte tra il sabato e la domenica, liberato da quel volto giallo e sorridente… ironico e dolce… segnato da crateri di dolore. Ormai vecchio. Passato. Rinnovato. Pieno come Colei che ogni mese ci brilla sulla testa.

Per questa volta ancora.

Ho visto un’ultima donna. Prima. Non è sola forse sì. Forse il bosco la moltiplica. Passi leggeri non riesco a seguirli. La perdo tra gli alberi. Non è notte non pienamente. È chiaro, come irreale. Il cielo trattiene una parte del giorno, quasi la luce non volesse andar via una volta per tutte. Adesso è distesa sull’erba, la mia ninfa. Dorme. O forse no. Giace nel fitto di un bosco che non riconosco. Le foglie sopra di lei tremano appena, come percorse da un caldo respiro. Non c’è vento. Residuo lucore, dorato, indugia tra i rami. Non è sonno il suo, forse… ma il tocco incantato di qualcosa che al sonno somiglia. I suoi occhi sono chiusi, ma sotto le palpebre umide si muovono immagini verdi. Sogna? O è il sogno che sogna lei? Il suo volto è sereno però non innocente. C’è un vago tremore all’intorno, come stia per accadere qualcosa. Il bosco è vivo. Voci basse risa passi leggeri. Corpi che si sfiorano si cercano si scambiano si sbagliano… Ombre piegate deformate accoppiate nulla resta. Nulla è puro. Non v’è silenzio ma eccesso. Qualcuno la osserva. Una figura si avvicina: non è umana non pienamente. È uomo animale. Testa d’asino. Dio. Ha negli occhi una verde luce obliqua lunare solare. È Regina. Fata. Strega. Creatura antica che ha dimenticato il proprio nome. La vedo ora in piedi. È Lei o Lui? Non so quando si sia alzata. I capelli le cadono sulle spalle, sciolti. Il corpo è attraversato da una febbre dolce, inquieta. Non è più sola. Il bosco la chiama, la trascina. Mani invisibili la guidano. Ride. O forse geme. È la notte in cui tutto si mescola: uomini spiriti, sogno carne, desiderio incanto.

Questo è tempo di pienezza. Il sole al culmine già comincia a piegarsi su sé stesso, come schiacciato dalla sua invadenza. Nessuno lo vede. Forse lo sentono gli alberi gli animali le fate, creature che invisibili danzano nell’ombra calda dei tronchi. Sentono il peso della luce. È troppa. Deborda. È febbre perdita. Penso a Sogno di una notte di mezza estate. Il bardo dell’Avon plasma favole estive di verde e oro… Ma non è un sogno leggero non pienamente. C’è qualcosa di più antico, di irrequieto. Titania – sì, forse è lei – giace e si lascia incantare, ama ciò che non dovrebbe amare, si abbandona a una forma d’ebbrezza che è insieme comica e terribile. Non sceglie è scelta. Come se qualcosa quest’oggi, stanotte, abbia conquistato il diritto di entrare nei corpi. Quella forza qui non salva, non più non ancora: confonde disorienta moltiplica il possibile fino a farlo collassare. Nel cuore del buio luminoso il Bosco diventa Crocicchio. Di forme. Difforme. Umano animale divino demonico. Si sovrappone, tutto vero nulla vero. La stessa vertigine del sabba, trasfigurata nella luce estiva. Non buio profondo chiarore eccessivo. Non gelo vampa che assorda. E allora la vedo, di nuovo. Non più distesa non più sola. Danza. Intorno a lei ombre che saltano si contorcono ridono. Si perdono. Un fuoco, forse. Ma è solo luce che non brama spegnersi. Mi sembra di udire un suono. Non lontano nell’aria stessa. Cresce si agita. Un richiamo selvaggio. Ora è divenuto musica sfrenata rombante frastornante. Una Notte sul Monte Calvo, di Modest Musorgskij. Ancora Calvo, Calvarium… Ma dov’è la Montagna dove il Teschio le ossa il sangue? C’è solo vino che inebria, streghe bellissime e nude. Il Monte è Bosco, celato nel cuore del verde rovente. Si diffonde in ogni parte, arde impregna l’aria stessa che si respira. È un sabba di fate. La Notte di San Giovanni. Mezza Estate. Il punto più alto è anche il più instabile. Tutto è compiuto… sta per disfarsi. Al mattino, forse, ogni cosa rotta si ricompone. Gli amanti si riconoscono i nomi tornano il mondo si riprende. Ma qualcosa resta. Un residuo di sogno, rappreso come gocce di rugiada sulle foglie. Un’ombra nella memoria che non si lascia dire un tremore nella carne. Perché ciò che accade in questa notte non è errore né incantesimo passeggero. È ustione, è piaga aperta dal bosco troppo presto richiusa. È Rivelazione.  Che quella forza, quando esplode e rompe gli argini, non sa più distinguere. E tutto incendia.

Ma anche questo, come il resto, deve passare.

Esiste nella storia dell’arte un quadro meraviglioso. La Resurrezione di Piero della Francesca. È forse il dipinto equinoziale per eccellenza. Cristo spacca l’immagine esattamente a metà. Equilibrio assoluto. Non è un fatto spaziale: le due parti dell’opera, in alto, sono le due parti dell’anno. Oscura e Chiara. Morta e Viva. Cristo è Equinozio. Non sembra che regni sul passaggio alla vita, ma sul passaggio in quanto tale. Nulla infatti dà prevalenza a una metà piuttosto che all’altra. Ma qui il Cristo è anche Solstizio. La sua posizione è quella di chi emerge dal basso. Egli è sorto da sepolcro, che taglia il quadro in orizzontale, ergendosi verso l’alto. La direzione è verticale. Sotto la pietra della tomba i soldati dormono: è il regno invernale, lo spazio sospeso del sonno. Sopra si staglia l’Uomo, ben sveglio, il vessillo svettante saldamente in mano. Dunque la struttura dell’opera non è solo sinistra/destra, ma anche sopra/sotto. È croce. Crocicchio. È albero e quadrante. Il Cristo di Piero della Francesca è l’asse della ruota, il cerchio dell’anno.

   E poi si torna al punto di partenza. Di nuovo la soglia. Di nuovo la magia che toglie i contorni. Rieccola la Strega, con il suo calderone… Bruegel, Goya…

La luna splende ancora, piena e gialla. E io ho finito di scrivere. Senza volto mi sorride. O mi prende in giro? Stavolta è vicina all’equinozio di primavera. Sempre uguale e sempre diversa. Ma una volta ancora il giro è completo e la ruota riparte. Non si è ancora stancata come noi mortali.

Per questa volta ancora.


[1] M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Feltrinelli, Milano 2011, p. 383.

[2] Muribellum, Ammazzatopi o Sgominaratti, a seconda delle traduzioni.

[3] Ivi, p. 533.

[4] Ibidem.

Lascia un commento